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“In Italia, da bimba, vent’anni fa: ricordi belli e brutti di una profuga”

"La mia storia inizia nel marzo 1997, quando, un giorno, i miei genitori lasciarono l'Albania con me tra le braccia. Avrei compiuto tre anni dopo due settimane e avevo trentanove di febbre, ma sopratutto: avevo tutta una vita davanti."

Spesso si sente parlare di nuovi approdi sulle coste italiane, di stranieri, di italiani che si lamentano e insultano questi ultimi, sopratutto ultimamente. Molti non sanno di cosa si tratta, di cosa portano quelle grandi navi, di cosa e chi risucchiano i mari ogni qualvolta che questi mezzi partono dai porti d’origine. Solo al sentire la parola “profugo”, qualcosa di negativo scatta nella mente di molte persone.

Ecco, è per questo motivo che vi voglio raccontare la mia storia e la storia della mia famiglia.

Una mattina di quasi un anno fa, mentre ero sul pullman per andare in Università, un anziano signore, con il quale mi ero intrattenuta a parlare per tutto il corso del viaggio, guardando una donna di colore e il suo bambino nel passeggino, si rivolse a me dicendo: “Questi stranieri li dobbiamo mandare via tutti, devono tornare al loro paese. Vengono qui a rubarci il lavoro e ad ammazzare la gente. I profughi non li vogliamo”. Prima di scendere dal pullman mi disse: “E’ stato un piacere parlare con lei signorina! Complimenti e ancora tanti auguri per i suoi studi futuri”.

Ecco. Quel signore non sapeva che per tutto il viaggio aveva elogiato e ammirato una ragazza che è straniera e venti anni fa era arrivata come profuga in territorio italiano.

Avrei voluto rispondere a quel signore ma non l’ho fatto, avrei voluto rispondere non solo a lui, ma a tutti coloro che da vent’anni parlano a sproposito, mossi da pregiudizi, senza conoscere, senza interessarsi di tutto ciò che è a loro “straniero”, ma in quel caso ho preferito vederlo scendere dal pullman convinto e fiero della sua ignoranza.

La mia storia inizia nel marzo 1997, quando, un giorno, i miei genitori lasciarono l’Albania con me tra le braccia. Avrei compiuto tre anni dopo due settimane e avevo trentanove di febbre, ma sopratutto: avevo tutta una vita davanti.

Non ho ricordi di quel giorno, ero troppo piccola, ma i racconti e i ricordi dei miei genitori sono sempre stati chiari e nitidi. Mia mamma ricorda ancora le lacrime e le grida di dolore di mia nonna mentre ci guardava lasciare, forse temporaneamente o forse per sempre, quella che era stata fino ad allora la nostra piccola grande casa. Il dolore e la paura erano leciti, visto che ci stavamo imbarcando su una nave di quelle che spesso fanno vedere alla televisione, quelle dove sono tutti schiacciati, infilati nei posti più inimmaginabili, con le gambe a penzoloni sul bordo della nave rivolti verso il mare, con lo sguardo perso nel nulla e i pensieri che volgono alla propria terra. Ecco, io, a quasi tre anni, ero in mezzo a tutta quella massa di gente. Io, a quasi tre anni, ero su una nave simile a quella che tre giorni prima era affondata e aveva fatto tante vittime innocenti. Non avevo nessun tipo di certezza, io e i miei genitori non sapevamo se avremmo toccato le coste italiane vivi o morti.

La maggior parte delle persone giudica solo l’arrivo, non la partenza, né tanto meno il viaggio dei profughi. “Un altro barcone di negri”, “Altri 70 morti di QUELLI LI’”. Sento spesso questa frase pronunciata da ragazzi della mia età, e la cosa grave è che con “mia età”, intendo ragazzi di 23 anni, ragazzi che dovrebbero essere aperti a tutto. E invece no.

Chi si esprime con queste frasi piene di cattiveria e ahimè, torno a ripeterlo, di ignoranza, non sa cosa portano quei barconi. Ed è questo che vorrei raccontare.

Spesso si parla solo di delinquenti che approdano in Italia, ma non è così, molte sono famiglie con bambini che scappano da guerre e che si recano qui in cerca di un futuro migliore, e non è una frase fatta, è quello che ho vissuto sulla mia pelle. I miei genitori, nel non troppo lontano 1997, lasciarono in Albania una famiglia, amici ed un bellissimo lavoro. Lasciarono una certezza per un viaggio che ci avrebbe potuti portare alla morte o ad una povertà che fino ad allora ci era sconosciuta. In Albania mio papà aveva un bel lavoro, era conosciuto da tutti in città per l’importante ruolo che ricopriva e tutti lo ammiravano. Nel giro di qualche ora è passato dall’essere qualcuno ad essere nessuno. Un numero, un numero su una nave immensa. Sono arrivata in Italia che ero una bambina, e i bambini, come si suol dire, sono tutti uguali, ed è così che mi sentivo: uguale a tutti gli altri bambini. Qualcosa di diverso però c’era, sia per quanto riguarda fattori materiali, che per quanto riguarda sacrifici che avevo alle spalle.

Ho tanti ricordi di quando ero bambina, alcuni belli e alcuni brutti.

Ricordo di come mio papà il sabato e la domenica mi portava al parco a giocare a palla, ma non mi comprava il gelato perché i soldi non c’erano.

Ricordo di come andavamo al Mc Donald’s due volte all’anno, ed erano le uniche cene che facevamo fuori casa.

Ricordo di come mettevo vestiti che non erano nuovi ma che mi erano stati regalati dalla Caritas, e nonostante questo ero la bambina più felice del mondo. Ricordo di giocattoli di seconda mano adorati come se fossero nuovi.

Ricordo di Babbo Natale che passava con una Barbie, e di Santa Lucia che non passava.

Ricordo di genitori che lavoravano giorno e notte, e di me che dalla seconda elementare in poi andavo a scuola da sola con la cartella più grande di me perché i miei genitori dovevano lavorare presto.

Ricordo i sacrifici dei miei genitori, gli occhi stanchi di mio papà quando tornava a casa la sera. Ricordo di come andavo a letto indossando le mie scarpette nuove perché ero felice.

Ricordo che cercavo i miei genitori tra gli spettatori durante gli spettacoli di fine anno, ma non c’erano perché lavoravano.

Ricordo di come una volta mi sono svegliata la mattina ed ero a casa da sola, ho urlato il nome di mamma e papà ma non c’era nessuno in casa perché dovevano lavorare e non c’era nessuno che poteva stare con me.

Ricordo di come mi sono affacciata alla finestra piangendo e chiamando un’anziana signora che passava per strada perché avevo paura a stare da sola. Avevo 5 anni.

Ricordo tanto altro, ma spero che questo basti per far capire che dietro ad ogni profugo, dietro ad ogni straniero, c’è una storia ed un passato fatto di sacrifici.

I miei genitori sono arrivati qui in Italia come profughi ed oggi, grazie a tantissimi sacrifici, stanno molto meglio di tante famiglie italiane, e non perché hanno rubato, non perché ci hanno regalato una bella casa e tante belle cose, ma perché se le sono guadagnate con tanta fatica. Oggi, economicamente parlando, posso dire di stare meglio di tante mie amiche italiane, e questo forse lo devo a tutti quegli anni trascorsi da bambina senza feste di compleanno, senza vestiti nuovi, senza regali e senza cene o vacanze.

Non credete a chi dice che gli stranieri vengono accolti in hotel di lusso, non credete a coloro che fanno passare questi ultimi come privilegiati rispetto alle famiglie italiane, perché non è così.

Non date modo a persone sbagliate di mettervi in testa cattiverie e pregiudizi. Siate sempre gentili con chi ha meno di voi, con chi è diverso da voi, con chi ha qualcosa di “diverso” da raccontarvi e insegnarvi. Non fatevi spaventare da una cultura diversa, ma siatene affascinati, incuriositi. Non fermatevi ad un colore di pelle diverso, ma chiedetene la provenienza. Non fatevi spaventare dalla parola “profugo”, ma rendete tale parola motivo di curiosità.

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