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Processo Bossetti, scintille tra parte civile e difesa: “Mostrate una foto tarocca” foto

Si alzano i toni al tribunale di Brescia dove si sta celebrando il processo d'appello nei confronti di Massimo Bossetti, condannato in primo grado all'ergastolo per il brutale delitto di Yara Gambirasio

Si alzano i toni nell’aula del tribunale di Brescia in cui si sta celebrando il processo d’appello nei confronti di Massimo Bossetti, condannato in primo grado all’ergastolo per il brutale delitto di Yara Gambirasio.

Nel corso della terza udienza l’avvocato Claudio Salvagni, difensore insieme a Paolo Camporini del carpentiere di Mapello, ha mostrato una foto dal satellite del campo di Chignolo d’isola in cui è stata ritrovato il cadavere della ragazzina, risalente al gennaio 2011. Secondo il legale, il corpo non si vedrebbe, e questo sarebbe la prova che Yara è stata uccisa in un altro luogo e poi trasportata lì in un secondo momento, a differenza di quanto stabilito dall’inchiesta.

Un’immagine che ha mandato su tutte le furie Andrea Pezzotta, legale insieme a Enrico Pelillo della famiglia di Yara: “È una foto tarocca, tarocchissima”, ha urlato l’avvocato prima di essere richiamato dal giudice Enrico Fischetti. Ne è seguito un acceso diverbio tra le parti.

In mattinata Salvagni era tornato a parlare del Dna: “Ci sono troppe imprecisioni nei test eseguiti per scovare  Bossetti, siamo convinti che sia stato condannato ingiustamente”.

Dalle tracce genetiche ritrovate sul cadavere della ragazzina, dopo una lunga e complessa indagine, gli inquirenti coordinati dal pubblico ministero Letizia Ruggeri arrivarono a Bossetti, arrestato il 16 giugno 2014.

Una procedura che, secondo la difesa dell’imputato, non fu regolare: “Partiamo dal fatto che vennero utilizzati dei kit scaduti – spiega Salvagni nella sua relazione articolata in una ventina di punti – e che ciò lo scoprimmo noi solo durante il processo a Bergamo. Poi, come testimoniato in aula dai capitani Staiti e Gentile il materiale di questo importante caso è stato inspiegabilmente conservato in laboratorio insieme a quelli degli altri omicidi comuni”.

Salvagni ha poi citato il caso di Meredith Kercher, la studentessa inglese uccisa a Perugia nel 2007: “In questa inchiesta genetica ci sono incongruenze simile a quelle riscontrate in quella per quel delitto. E in quel caso sappiamo bene come è finito il processo”.

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