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Grande Guerra, Pillola 130: operazione Albrecht, il Piave mormorò fotogallery

Dunque, la seconda battaglia del Piave si risolse con una incontestabile e brillante vittoria italiana, che, agli occhi della nazione, fu una sorta di nemesi di Caporetto: la resurrezione di un esercito in ginocchio.

Quando, la mattina del 15 giugno 1918, cominciò la battaglia del Solstizio, gli italiani, sul Piave e sul massiccio del Grappa erano ben preparati a ricevere l’urto delle quasi 60 divisioni austroungariche: la logistica, una volta tanto, era dalla parte di Diaz e di Badoglio. L’osservazione aerea e il considerevole lavoro di intelligence effettuato da agenti infiltrati dietro le linee e da civili, rimasti oltre il Piave in una specie di attività ‘stay behind’, diedero buoni frutti: l’artiglieria conosceva in anticipo i propri bersagli e li aveva inquadrati, mentre le riserve erano state ammassate nei punti di maggiore criticità.

Alla fine, non rimaneva che giocarsi la partita definitiva, che avrebbe deciso il destino delle due nazioni. Nella primissima fase dello scontro, le artiglierie austroungariche (o, almeno, quelle che non furono ridotte al silenzio dal tiro italiano), spararono con abbondante munizionamento a gas: anche in questo caso, però, gli italiani non si fecero sorprendere, come era avvenuto, ad esempio, sul San Michele nel 1916 e si protessero con le ottime maschere polivalenti loro fornite dagli alleati britannici. Nonostante tutte le difficoltà iniziali, tuttavia, le truppe d’assalto di Boroevič riuscirono a passare il Piave e a creare altrettante teste di ponte di là dal fiume.

Al contempo, come vedremo, gli assaltatori dell’11a armata austroungarica, sul Grappa, riuscirono ad intaccare le linee difensive italiane, minacciando di riversarsi in pianura. Ci occuperemo più avanti della battaglia e dei suoi sviluppi nel settore montano, limitandoci, per ora, ad analizzarne l’andamento sul medio e basso Piave, dove numerose puntate austroungariche riuscirono ad attraversare il fiume, dando vita a pericolose infiltrazioni. Una di queste interessò il Montello, una bassa formazione collinare caratterizzata da un reticolo di stradette perpendicolari, che rappresentò uno dei punti più critici dell’attacco austroungarico: da parte italiana, tra Valdobbiadene e le Grave di Papadopoli, era schierata l’8a armata, con l’8° ed il 27° CdA, su 4 divisioni, cui si contrapponevano 6 divisioni austroungariche.

All’inizio, le fanterie imperiali riuscirono a conquistare Nervesa, puntando verso Arcade, ma, dopo che, il 19 giugno, entrarono in linea le riserve italiane, con il 26° ed il 30° CdA, contrattaccate violentemente e colpite incessantemente dal cielo, dovettero desistere e, alla fine, il 23 giugno, ripassare il Piave con gravi perdite. La superiorità aerea italiana fu determinante, nel corso dell’operazione Albrecht: bombardieri e caccia attaccarono, durante tutta la battaglia, le posizioni nemiche e distrussero ponti e passerelle, creando un’ingestibile crisi logistica tra gli attaccanti e le loro basi di rifornimento, mentre i ricognitori mantennero costantemente sotto osservazione gli spostamenti di truppe e di artiglierie nelle retrovie avversarie. Fu proprio durante un’azione di attacco al suolo che venne abbattuto, nei pressi di Nervesa, il maggior asso italiano, il maggiore Baracca, che precipitò col suo SPAD VII: la sua fine è ancora controversa e vi sono molte versioni sul suo abbattimento, ma pare probabile che sia stato centrato dal tiro di una mitragliatrice austriaca, mentre volava a bassa quota.

Altre teste di ponte furono create alle Grave di Papadopoli, a Ponte di Piave e a Candelù, minacciando la ferrovia Portogruaro-Treviso e raggiungendo Zenson e Fossalta: in tutto, i punti di attraversamento furono quelli di Falzè, Nervesa, villa Jacur, Tezze, Cimadolmo, Salettuol, Candelù, Saletto di Piave, Fagarè, Zenson e San Donà di Piave.

In tutti i casi, le iniziative austroungariche vennero arginate e poi respinte dai furiosi contrattacchi italiani, tanto che, il 23 giugno, la battaglia era virtualmente conclusa con la completa vittoria degli italiani. Nel basso Piave, gli italiani allagarono perfino i terreni intorno a Caposile, per ostacolare il progresso degli attaccanti, mentre, dal mare, le batterie su pontoni tiravano sulle retrovie avversarie. La direttrice di massima avanzata austroungarica fu quella di Ponte di Piave, che interessò il settore di Fagarè, dove oggi sorge un grande sacrario militare in cui è conservato, in una teca, un brandello di muro con la celeberrima scritta: “Tutti eroi! O il Piave o tutti accoppati!”.

Questa ed altre testimonianze (l’analoga scritta: “E’ meglio vivere un giorno da leone che cento anni da pecora!”), pur nell’evidente retorica, sono il segnale del mutato spirito che animava i combattenti italiani nel giugno del 1918: la sferzata di Caporetto diede, effettivamente, una scossa alla Nazione e fu una delle cause della vittoriosa resistenza sul Piave. Come a dire che la tattica e la logistica sono fondamentali, che l’intelligence è essenziale per una vittoria, ma che, alla fine, è lo spirito combattivo dei soldati a decidere, quando si giunge allo Schwerpunkt di una battaglia, chi vinca e chi perda.

Dunque, la seconda battaglia del Piave si risolse con una incontestabile e brillante vittoria italiana, che, agli occhi della nazione, fu una sorta di nemesi di Caporetto: la resurrezione di un esercito in ginocchio. Va da sé che la propaganda si impossessò di questo mito positivo, come aveva fatto con quello negativo dell’ottobre 1917, trasformando i due episodi bellici in una sorta di allegoria nazionale, quasi di una metafora del carattere del popolo italiano.

Ovviamente, va fatta un’ampia tara a queste considerazioni, tuttavia è indubbio che sul Piave venne a galla un nuovo sentimento della guerra e che i combattenti del Solstizio mostrarono caratteristiche molto diverse da quelli che combattevano sull’Isonzo, perlomeno negli ultimi mesi prima di Caporetto: tanto i comandanti quanto i subalterni sembrarono rigenerati nello spirito e nei comportamenti e, probabilmente, proprio sulle rive del Piave cominciò a maturare l’idea di un italiano nuovo, dell’aristocratico della trincea, che avrebbe avuto tanta eco nel primo dopoguerra.

Tecnicamente, invece, il successo del regio esercito si può spiegare agevolmente, aldilà delle considerazioni già fatte sulle condizioni oggettive degli attaccanti. Per cominciare, la difesa era organizzata per linee continue successive, in cui i difensori venivano spesso spostati e scaglionati in modo discontinuo, per confondere l’osservazione austroungarica e non dare obbiettivi certi alle artiglierie e alle direttrici d’attacco: esattamente l’opposto di quanto era accaduto a Caporetto, insomma.

Sempre al contrario di quanto accaduto sull’Isonzo, la difesa era organizzata in profondità, con caposaldi autonomi, disposti a scacchiera, a diretto contatto e in grado di sostenersi vicendevolmente. In questo modo, uno sfondamento locale avrebbe potuto essere arginato e contenuto, isolandolo in una sorta di compartimento stagno.

Infine, dietro le linee più orientali del Piave, era stato creato un vastissimo settore fortificato, contro cui avrebbe inevitabilmente cozzato qualunque sfondamento consistente da parte austroungarica.

Date le premesse, proprio come nel caso della sconfitta di Caporetto, anche la vittoria sul Piave era largamente prevedibile. Per quanto possa essere prevedibile un fenomeno complesso e legato a molteplici fattori, spesso imponderabili, come una battaglia.

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