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“Vogliamo solo essere italiani”: l’inchiesta di BGY sullo Ius soli

Le storie di due italiani senza cittadinanza, Sebastian e Avenir, che aspettano una risposta dalla politica chiamata a discutere ed approvare la legge sullo Ius soli

C’è quella di Sebastian, 28enne polacco laureato al Politecnico di Milano in Ingegneria aerospaziale, e quella di Avenir, albanese di 23 anni da poco diventato fisioterapista. Sono le storie di due italiani senza cittadinanza che aspettano una risposta dalla politica chiamata a discutere ed approvare la legge sullo Ius soli.

Due ragazzi cresciuti e integrati in Italia, da anni residenti in provincia di Bergamo dove si sono costruiti, con le rispettive famiglie, una nuova vita. Italiana.

I loro sogni e i loro progetti si mischiano alla vita quotidiana. I sogni e i progetti sono – per gran parte – aggrappati a un disegno di legge che dev’essere approvato, la vita quotidiana è quella che scorre giorno dopo giorno, in un Paese nel quale lavorano, spendono soldi e pagano le tasse.

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Entrambi hanno un sogno: essere riconosciuti, anche sulla carta, come cittadini italiani.

“L’Italia è il Paese più bello del mondo – ha raccontato Sebastian Barczyk, polacco di Okusz, cittadina gemellata con Bergamo -. Ha cultura, storia, cibo: voglio comprare casa e costruire famiglia in Italia”.

Molto più particolare, invece, la storia di Avenir Yzeiraj: se per tutta la famiglia polacca di Sebastian la cittadinanza italiana è ancora un miraggio, Avenir è invece l’unico membro della propria famiglia ad non essere ancora cittadino italiano. Colpa di un cavillo: “Quando i miei genitori hanno richiesto la cittadinanza avevo 16 anni – ha spiegato il 23enne nativo di Durazzo -. Quando la loro domanda è stata accettata erano passati due anni e io avevo compiuto la maggiore età. Così oggi mia mamma, mio papà e mia sorella sono cittadini italiani, mentre io sono straniero”.

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