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Richiesta a Papa Francesco: “Scomunichi la corruzione e l’associazione mafiosa”

«Scomunicare la corruzione e l’associazione mafiosa»: 50 tra magistrati anti-mafia e anti-corruzione come Raffaele Cantone, vescovi, personalità, capi di movimenti come don Luigi Ciotti, vittime, giornalisti, studiosi, intellettuali di vari Paesi chiedono che cambi la normativa canonica prevedendo la scomunica per questi orrendi misfatti.

«Scomunicare la corruzione e l’associazione mafiosa»: 50 tra magistrati anti-mafia e anti-corruzione come Raffaele Cantone, vescovi, personalità, capi di movimenti come don Luigi Ciotti, vittime, giornalisti, studiosi, intellettuali di vari Paesi chiedono che cambi la normativa canonica prevedendo la scomunica per questi orrendi misfatti.

Il 15 giugno 2017 queste personalità hanno partecipato in Vaticano al «Dibattito internazionale sulla corruzione» promosso dal Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale – presieduto da cardinale africano Peter Kodwo Appiah Turkson – in collaborazione con la Pontificia Accademia per le scienze sociali. Spiega Turkson: «Dobbiamo far fronte a un fenomeno che calpesta la dignità della persona. Vogliamo affermare che non si può mai calpestare, negare, ostacolare la dignità delle persone».

«Cancro che uccide l’uomo e la società, linguaggio più comune delle mafie, processo di morte che spezza la coesistenza fra le persone, favorisce il crimine e distrugge chi ne è fautore». Contro la corruzione «piaga sociale» Papa Francesco ha detto parole chiarissime e durissime. E nella prefazione al libro-intervista del cardinale Turkson, dal titolo «Corrosione», il Pontefice parla di «cuore rotto, infranto, macchiato da qualcosa, rovinato come un corpo decomposto». Riflette su uno dei mali che ha stigmatizzato di più nei quattro anni di pontificato. Nella prefazione riannoda il filo di alcune considerazioni. La sua prosa si affila quando si tratta di scomporre il fenomeno della corruzione. Sottolinea le «tre relazioni» che caratterizzano la vita umana: quella con Dio, quella con il prossimo, quella con l’ambiente. Quando l’uomo si lascia corrompere «subisce una caduta e ha una condotta anti-sociale che la corruzione induce».

Come Giovanni Paolo II il 21 settembre 1979 e Benedetto XVI il 21 ottobre del 2007, Papa Francesco il 21 marzo 2015 inizia la visita a Napoli dal santuario di Pompei ed entra in città dalla periferia più degradata, Scampia: «La vita a Napoli non è mai stata facile, però non è mai stata triste! È questa la vostra grande risorsa. Il cammino quotidiano in questa città produce una cultura di vita che aiuta sempre a rialzarsi dopo ogni caduta e a fare in modo che il male non abbia mai l’ultima parola. Chi prende la via del male, guadagna qualcosina ma ruba speranza a sé stesso, agli altri, alla società, alla gente onesta e laboriosa e alla buona fama della città, alla sua economia».

Aggiunge il Papa: «Se noi chiudiamo la porta ai migranti, se togliamo il lavoro e la dignità alla gente, come si chiama questo? Si chiama corruzione e tutti abbiamo la possibilità di essere corrotti, nessuno può dire: io non sarò mai corrotto. Questo è uno scivolare verso gli affari facili, la delinquenza, i reati, lo sfruttamento delle persone. Quanta corruzione c’è nel mondo. È una parola un po’ brutta. Perché una cosa corrotta è una cosa sporca. Se troviamo un animale morto, è corrotto ed è brutto. Criminali, convertitevi. La corruzione “spuzza”. Un cristiano che lascia entrare dentro di sé la corruzione non è cristiano,”spuzza”. La corruzione è una forma di bestemmia ed è l’arma, il linguaggio più comune anche delle mafie».

Per don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera, Associazione contro le mafie, denunciare la corruzione è un impegno evangelico. Il prete torinese è molto ascoltato da Papa Francesco e, con il magistrato Roberto Cantone, partecipa al vertice in Vaticano. Intervistato da «Radio Vaticana» ribadisce che «denunciare i danni della corruzione e intraprendere una lotta per sradicarla è un impegno della Chiesa. Ma servono leggi e una profonda rivoluzione culturale». Quello contro la corruzione «è anche un impegno evangelico. È anche un impegno della Chiesa alzare la voce quando in molti seguono un prudente silenzio. La Chiesa ci invita a guardare verso il cielo, ma non a distrarci dalle responsabilità sulla terra. La mafie, la corruzione, l’illegalità, le ingiustizie, le diseguaglianze, le povertà devono graffiare le coscienze. Ci sono tre livelli di azione: il primo è quello educativo; il secondo è quello culturale perché la cultura dà segno alle coscienze e la conoscenza è la via maestra del cambiamento; il terzo è allargare la partecipazione e l’impegno dei cittadini. Il cambiamento ha bisogno delle istituzioni, ma anche di una rivoluzione culturale, etica e sociale».

Alla domanda «Quale contributo ha dato Papa Francesco?» il presidente di Libera risponde: «Ha indicato la strada, ci invita a lavorare, chiede a tutti di portare la propria sensibilità e le proprie esperienze. In Italia c’è il rischio che la legalità diventi un idolo. La legalità, per non essere una cosa astratta, vuole dire lavoro, scuola, sostegno alle famiglie, contrasto al gioco d’azzardo e a tutte quelle forme subdole che ci impoveriscono».

Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, osserva: «Per la prima volta ne parla un’istituzione mondiale come la Chiesa, istituzione che ha una grande importanza come magistero morale. Riteniamo che il tema della corruzione debba essere affrontato soprattutto sul piano della battaglia culturale e con una logica internazionale, non solo nazionale. Credo che di questo si siano fatti carico il Papa e la Chiesa. È un messaggio fondamentale da mandare a tutto il mondo: la corruzione finisce per indebolire ancora di più i poveri e per rappresentare un furto di futuro a danno dei più deboli».

Conclude mons. Silvano Maria Tomasi, segretario delegato del Dicastero: «Si tratta di sensibilizzare l’opinione pubblica, di identificare passi concreti e arrivare a politiche e leggi che prevengano la corruzione perché la corruzione è come un tarlo che si infiltra nei processi di sviluppo dei Paesi poveri e dei Paesi ricchi, che rovina le relazioni tra le istituzioni e tra le persone. Lo sforzo collettivo è creare una mentalità e una cultura della giustizia che combatta la corruzione».

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