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Grande Guerra, Pillola 127: mito contro mito nella battaglia del Solstizio fotogallery

La grande battaglia che si combattè dalla Valcamonica al mare Adriatico nel giugno 1918, si trasformò, prima ancora che in uno straordinario successo militare, nella rivincita di una nazione umiliata da Caporetto.

Come si è scritto abbondantemente, la sconfitta patita sull’Isonzo dalla 2a armata italiana, con il crollo e la conseguente ritirata dell’intera ala orientale del regio esercito, fino alle sponde del Piave, è un episodio bellico in cui la mitologia, sia pure, in questo caso, negativa, ha preso il sopravvento sulla realtà dei fatti.

Questo è dipeso da molti fattori, che hanno contribuito a rendere Caporetto un rovescio diverso da tutti gli altri: tra questi, a posteriori, riveste una certa importanza l’elemento contrastivo, riferito alla battaglia del Piave, che di Caporetto, in un certo senso, rappresentò, agli occhi dell’Italia e del mondo, il riscatto. In altre parole, accrescere l’entità del disastro precedente servì a sottolineare la gloria e la grandezza della riscossa successiva: non a caso, uno dei temi propagandistici ricorrenti, al tempo della battaglia del Solstizio, fu proprio quello di cancellare la vergogna di Caporetto.

Quindi, inevitabilmente, la grande battaglia che si combattè dalla Valcamonica al mare Adriatico nel giugno 1918, si trasformò, prima ancora che in uno straordinario successo militare, nella rivincita di una nazione umiliata: nella resurrezione di un popolo, secondo la più canonica delle rappresentazioni cristiane. Va da sè che, esattamente come Caporetto, anche la battaglia del Solstizio ha le sue spiegazioni storico-militari, che la rendono abbastanza facilmente decifrabile: tuttavia, crediamo che la guerra, tra tutte le sue implicazioni, abbia un elemento psicologico e, ancor più, morale, di cui lo storico debba tenere conto.

Mentre un conflitto combattuto in terre altrui non ha mai sinceramente coinvolto il soldato italiano, forse per la sua lunga abitudine ad essere, a sua volta, figlio di terre conquistate, l’idea elementare della difesa della propria casa e dei propri cari ha sempre esercitato su di lui un potere che non si ritrova in altri popoli europei: quale che ne sia la ragione, insomma, il difensore del Piave dimostrò una capacità combattiva ed una volontà di resistere fino al sacrificio realmente fuori dell’ordinario.

Lo stesso amalgama che si venne subito a creare tra gli esausti reduci del Carso e i giovani di leva, inviati frettolosamente a tamponare le falle dello schieramento italiano nel novembre 1917, ci appare oggi decisamente fuori del comune, soprattutto se lo confrontiamo con il sentimento sfiduciato e fatalista di molti soldati di Caporetto. In ogni caso, alla vittoria del Solstizio, oltre ad un indubbio fattore psicologico, contribuì, in maniera assai più determinante la meccanica della guerra: quell’insieme di regole ineluttabili che sono le fondamenta della vittoria e della sconfitta.

Cominciamo col dire che gli austroungarici, per la loro ultima offensiva, dovettero fare da soli: le divisioni tedesche che avevano contribuito allo sfondamento di Caporetto erano da tempo tornate sul fronte occidentale, per partecipare al Kaiserchlacht. Per sfondare le linee difensive italiane sul Piave, dunque, gli austroungarici dovettero letteralmente raschiare il fondo del barile, sia in termini di uomini che di mezzi, arrivando a schierare 57 divisioni, per un totale di quasi 900.000 uomini. La battaglia, dunque, non fu decisa dalla massa numerica, visto che, sul fronte opposto, gli italiani potevano contare su di un numero di uomini pressochè uguale: 870.000, su 58 divisioni, tra cui 3 francesi, 2 inglesi e la legione cecoslovacca. Questi numeri ci permettono, tra l’altro, di rimarcare quanto poco storica e molto sciovinista sia l’idea che la battaglia sia stata vinta grazie all’apporto anglo-francese, che rappresentò meno del 10% dell’ordine di battaglia alleato sul Piave.

Certamente, ebbe un peso determinante la logistica: gli austroungarici avevano allungato enormemente le proprie linee di rifornimento, mentre gli italiani, viceversa, le avevano altrettanto sensibilmente migliorate. Inoltre, l’impero era letteralmente alla fame e dipendeva dagli aiuti, sempre più risicati, che gli giungevano dall’alleato tedesco: la Germania, d’altronde, aveva le sue gatte da pelare, con l’offensiva di primavera che si era arenata e ristagnava, e con i primi scricchiolii politici. Non che in Italia Caporetto non avesse determinato dure reazioni nelle fabbriche, con scioperi e proteste, ma la causa del bene nazionale, alla fine, aveva prevalso.

Altro elemento da non sottovalutare fu quello dei comandanti: mentre Conrad, offensivista ad oltranza, spingeva per un’azione definitiva, Boroevič, cosciente dello sfaldamento che minacciava la monarchia, avrebbe preferito utilizzare le ultime risorse militari per preservare l’unità dell’impero. Due visioni assai diverse, che, fin dall’inizio della guerra, avevano caratterizzato i due principali comandanti austroungarici. Quanto agli italiani, Diaz era uomo di buon senso, certamente non brillante, ma metodico e benvoluto: Badoglio era un grande organizzatore, un formidabile preparatore, bastava non metterlo a capo di una grande unità operativa. Come è noto, fra le due visioni contrapposte di Conrad e Boroevič, Vienna scelse la via della battaglia. Anzi, delle battaglie, perchè, in realtà, la battaglia del Solstizio, di cui certamente il titanico scontro sul Piave rappresentò il fulcro, venne combattuta in luoghi assai diversi e con modalità molto specifiche.

L’attacco austroungarico si articolava in tre diverse azioni, che ebbero, alla resa dei conti, il risultato di disperdere eccessivamente lo sforzo offensivo, secondo modalità simili alle spallate italiane sull’Isonzo: l’operazione Lawine, che prevedeva un attacco in massa sul fronte del Tonale, l’operazione Radetzky, che ricalcava le direttrici d’attacco della Strafexpedition del maggio 1916 sugli altipiani e, infine, l’azione principale, operazione Albrecht, che avrebbe dovuto portare le armate austroungariche aldilà del Piave, per congiungersi in pianura con le truppe di Conrad, scese dai monti di Asiago.

La difesa italiana, invece, puntò su quella che venne, poi, definita, contropreparazione anticipata, ossia un tiro di saturazione che precedette il fuoco di preparazione avversario, colpendone preventivamente batterie, punti di raccolta e depositi: ovviamente, questa tattica dipendeva dalla capacità dell’intelligence italiana di conoscere anticipatamente i piani del nemico, ma questo, nella prima guerra mondiale, non era affatto difficile.

Il 15 giugno 1918, perciò, avvenne l’esatto contrario di quanto era avvenuto alle artiglierie italiane a Caporetto, quando i cannoni della 2a armata erano rimasti muti, a dimostrazione del fatto che, talvolta, si può imparare dai propri errori.

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