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“Una doppia verità”, legal thriller con Keanu Reeves e finale a sorpresa

Dopo qualche anno lontano dai riflettori, Keanu Reeves torna, in veste di avvocato penalista.

Titolo: Una doppia verità (o.v. The whole truth)

Regia: Courtney Hunt

Attori: Keanu Reeves, Renée Zellweger, Jim Belushi, Gabriel Basso

Durata: 93 minuti

Giudizio: ***

Viene subito in mente, vedendo Keanu Reeves ancora una volta nei panni di un avvocato cinico e disposto a tutto per vincere la causa, il film “L’avvocato del diavolo”, che nel 1997 ha lanciato l’attore sul grande palcoscenico di Hollywood. Dopo qualche anno lontano dai riflettori, Keanu torna, in veste di avvocato penalista, con un “legal thriller” che si svolge secondo la più lineare delle trame, ma regala un decisamente apprezzabile finale a sorpresa che lascia tutti sgomenti.

L’azione si apre in medias res all’interno di un’aula di tribunale, dove si svolgerà gran parte della vicenda, che vede imputato Michael Lassiter, un diciassettenne silenzioso e sfuggente, per l’omicidio del padre, il rinomato avvocato Boone Lassiter. L’avvocato difensore di Mike, Richard Ramsay (interpretato da Keanu Reeves) si trova in una posizione molto difficile: sembra che il suo cliente abbia fatto una sorta di “voto del silenzio” che gli impedisce di confidarsi con lui, obbligandolo a costruire la sua difesa su fatti basati sulla mera evidenza. Non potendolo difendere in modo appropriato, Ramsay è costretto a incassare continui colpi, inflitti dall’accusa, che non fanno altro che aumentare sempre di più, nella giuria, la convinzione che Mike abbia “oltre ogni ragionevole dubbio” ucciso il padre con un’unica pugnalata al petto, nel tentativo di proteggere la madre, Loretta Lassiter, interpretata da una Renée Zellweger che la chirurgia plastica ha reso ormai irriconoscibile.

Da quanto emerge, soprattutto grazie alla testimonianza dei vicini di casa, Boone, ubriacone e donnaiolo, era particolarmente violento e offensivo nei confronti della moglie; non mancano scene di vero e proprio stupro, in privato, e di umiliazione verbale, in pubblico. Insomma, non esattamente il marito dell’anno. Tuttavia, Ramsay ha un piano: prendere l’accusa per sfinimento e schiacciarla solo alla fine con un colpo di scena. E così accade. Infatti, decisiva risulta la testimonianza di Loretta, che fino a quel momento era rimasta in silenzio, che riesce, confessando gli abusi, a mettere irrimediabilmente in cattiva luce l’integrità del defunto marito. E qui, la giuria inizia a vacillare. Infine, con grande sorpresa di tutti, Mike decide finalmente di rompere il suo silenzio e di testimoniare davanti alla giuria.

Nessuno, neanche Ramsay, sa quello che dirà. Dopo che lo avrà fatto, però, le carte in tavola verranno completamente rimescolate, conducendo, in un turbinoso alternarsi di “è stato lui, no è stata lei”, a un finale completamente inaspettato.

Con una performance davvero credibile, Keanu, freddo e indecifrabile, riesce a incantare lo spettatore che, disorientato dentro a una matassa ingarbugliata fatta di verità e menzogna, non riesce più a distinguere dove inizi una e dove finisca l’altra. Tutto sommato, nonostante l’azione sia abbastanza statica e frettolosa, tutta concentrata in 93 minuti nell’aula del tribunale, da cui partono i flashback, questo continuo rimbalzo tra una teoria di colpevolezza e l’altra distrae lo spettatore e lo tiene impegnato abbastanza a lungo da riuscire infine a coglierlo impreparato, sorprendendolo con un epilogo decisamente efficace.

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