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In politica oggi si sceglie il meno peggio? No, io non ci sto

"Lei è un po' come Bartali”- mi dice una persona illustre per la quale nutro affetto amicale che ha letto l'ultimo mio articolo pubblicato da Bergamonews. "Tutto sbagliato, tutto da rifare - prosegue la stessa persona -. Si sceglie il meno peggio; cosa vuole che si faccia?"

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“Lei è un po’ come Bartali”- mi dice una persona illustre per la quale nutro affetto amicale che ha letto l’ultimo mio articolo pubblicato da Bergamonews. “Tutto sbagliato, tutto da rifare – prosegue la stessa persona -. Si sceglie il meno peggio; cosa vuole che si faccia?”

Così, senza che se ne avveda, la persona che critica il mio scritto, ammette implicitamente che la nostra classe politica è, a dir poco, mediocre e che la scelta del meno peggio è una scelta imprescindibile. E, di fatto, mi dà ragione sconfinando quindi nella polemica fine a se stessa.

Non ho l’abitudine di controbattere le legittime osservazioni che chiunque ha il diritto di esporre ma, che un vecchio politico, per certi versi ancora ispiratore di scelte nella nostra città, sostenga la tesi del “meno peggio” è un fatto che mi sconvolge parecchio.

Vedete, la Francia ha premiato Macron, l’uomo nuovo con programmi e idee che hanno dato il via ad un nuovo corso mentre l’Italia, paese di Artisti, Santi, Pensatori e Navigatori, da tempo non riesce più ad esprime leader carismatici, allineata com’è, di fatto, sul pensiero del “meno peggio”.

Una ragione probabilmente c’è. I politici, soprattutto quelli che contano, non amano circondarsi di persone migliori di loro. L’albero più alto può proiettare la sua ombra su quello più basso o nasconderlo alla vista dei passanti. Così, gli insegnanti delle scuole di partito continuano a plasmare i giovani, tra i quali probabilmente c’è qualche albero ad alto fusto, propinando le vecchie trite e ritrite recite del teatro politico che faranno di loro personaggi di basso profilo, ammaliati dal profluvio di parole di questi santoni.

Dissentire significa uscire dal gregge e perdere la possibilità di assurgere al parlamento italiano. Eserciti di porta borse plaudenti si alternano così nelle file di tutti i partiti, continuando a tramandare all’infinito la logica del meno peggio.

Il bello è una categoria filosofica che insieme alla verità costituisce l’essenza della vita spesa all’insegna dell’etica. Lo affermava già nel 1819 John Keats nel suo componimento “Ode su un’urna greca”. E se vogliamo andare ancora più indietro nel tempo, il filosofo cristiano Tommaso d’Aquino affermava che i caratteri della bellezza, vale a dire le caratteristiche che ci fanno definire una cosa come bella, erano sostanzialmente tre: la percezione esatta dell’oggetto, la sua integrità, cioè la sua completezza rispetto a ciò che vuole esprimere e da ultima, l’armonia tra le parti che lo compongono, vale a dire la proporzionalità dei componenti.

Lo so, vi state chiedendo dove vi sto portando. Ed ecco dove approdiamo con l’aiuto di quella branca filosofica che si è occupata dell’etica: se queste categorie valgono per la bellezza, altrettanto valgono per la verità perché Bellezza e Verità sono convergenti.

Trovate che queste categorie alla base dell’etica si possano applicare alla politica così come viene gestita ai nostri tempi e alle persone che ne sono attori, indipendentemente dal movimento o dal partito del quale sono parte?

Forse si poteva ipotizzare che nella prima Repubblica ci fosse qualcuno che intendesse i principi dell’etica così come delineati dai più importanti filosofi. Provo a citarne uno a caso: Aldo Moro, e mi fermo lì.

Ma ora, chi vediamo che pur tenendo in considerazione l’evoluzione e le problematiche indotte dal tempo e dalla cosiddetta modernità, ha le caratteristiche che si potevano riscontare in personaggi come Moro e pochi altri anche della sponda opposta al suo partito?

Lo stesso Hegel, più vicino ai nostri tempi, sottolineava, in uno scritto del 1820, che “la bellezza è un genere determinato di estrinsecazione e di rappresentanza del vero”.

Trovate che la politica, ai giorni nostri, sia inquadrabile in queste categorie? Sono appena terminate le elezioni in parecchi comuni italiani, alcuni dei quali importanti come test di gradimento delle varie forze politiche. Tutti hanno espresso il loro compiacimento perché le coalizioni hanno dato prova di dare risultati significativi. Fanno eccezione i pentastellati che, negando l’evidenza della débacle, affermano di essere in crescita lenta ma costante, sottolineando che i puri come loro non vanno a caccia del consenso formando “ammucchiate” con chicchessia.

Non si è sentito, se non marginalmente, alcun capo coalizione affermare che la vera vittoria è toccata all’astensionismo. La metà degli aventi diritto al voto si è talmente schifata della politica della seconda Repubblica e talmente si è rassegnata al meno peggio da non andar più a votare.

Potrei fermarmi qui. In realtà, vorrei chiarire alle persone il cui parere democraticamente rispetto, che sostenere la teoria della scelta del “ meno peggio “ è screditare la politica.

Questo atteggiamento né bello, né morale, incrementerà sempre di più l’astensione dal voto a raggruppamenti politici che configurano mondi molto più distanti di Marte se paragonati alla realtà e ai bisogni quotidiani con i quali la gente deve confrontarsi.

I sostenitori di queste non scelte affermano anche che così facendo, si porta la gente ad ipotizzare soluzioni per lo meno strane e poco democratiche. E di chi sarebbe la responsabilità? Della gente o della politica?

In tutta umiltà, vorrei far loro presente che il compito degli osservatori che riportano le loro opinioni sui giornali, non è di stendere programmi per la nazione, dovere specifico di chi si propone per governare, bensì quello di segnalare anche a coloro che di politica ne masticano poca o si sono lasciati vincere dal disinteresse contenuto nella frase “tanto non cambia nulla”, le eventuali buone proposte di alcuni programmi dettagliati e non generici e la “bellezza” di alcune proposte politiche, qualora ci siano, sottolineandone la veridicità, nell’ipotesi che vengano portate a termine.

Evidenziare la miseria in cui parecchi milioni di cittadini stanno sprofondando e sottolineare che provvedimenti tampone non sono risolutivi è un dovere etico che ha attinenza al bello e alla verità, categorie dalle quali non si può prescindere se non si vuole professare una pigrizia intellettuale che porta al qualunquismo.

No, io sul “ meno peggio” non ci sto. E se riuscissi ad avere voce, vorrei che nemmeno voi, concittadini e connazionali, faceste scelte dettate da quella che considero una rinuncia.

Questo atteggiamento che connota e caratterizza la seconda Repubblica, tanto da farci rimpiangere la prima, dovrebbe essere cancellato e sostituito dallo sforzo di ricercare il meglio, anche tra le persone che ci governeranno e, sono certo che lo troveremo nelle seconde o nelle terze file, là dove vengono relegati i bravi per non farli comparire.

Certo è che le schede elettorali sulle quali le élites di partito fanno trovare già stampati i nomi delle persone da loro candidate, usurpano la democrazia e la rendono poco bella e quindi poco vera e poco attraente.

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