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“Tanti auguri, Maestrone. Noi giovani abbiamo ancora bisogno della tua musica”

Francesco Guccini compie 77 anni. Ecco gli auguri di Andrea Calini, classe '93

Settantasette come l’anno dell’ultima rivolta di Bologna, della sua Bologna. La città che tracciò uno spartiacque fondamentale nella vicenda biografica di Francesco Guccini è cambiata, non c’è più, come lui del resto. È per questo che si è deciso a ritirarsi in montagna, sull’Appennino: come se per ogni stagione della vita ci fosse un paesaggio, un colore.

Bologna consegna a Guccini un armamentario di simboli, personaggi ed inquadrature che costituiranno il centro concettuale di gran parte della sua produzione. È la frenesia di una città già allora cosmopolita, intellettuale, comunista. Ed è l’entusiasmo di un giovane che già prima, negli spensierati ‘60, si era fatto conoscere, sfidando la canzone italiana e, in un certo senso, una polverosa cultura accademica: portò L’Urlo di Ginsberg in un pezzo di due minuti che sbavava di rabbia e disillusione per concedersi ad un “messianico” finale; confutò la sentenza adorniana della fine della poesia dopo Auschwitz con l’omonima canzone che ancora oggi, a cinquantacinque anni di distanza, fa il giro di tutte le scuole medie del paese; fece capire che la morte, dolorosamente, colpisce anche chi dovrebbe essere più lontano di tutti, come una ragazza in vacanza (“et in Arcadia ego”). E poi l’aborto, la rabbia di chi fa un lavoro non riconosciuto come tale, l’amore e il quasi-amore, i pensionati, l’Unità, l’eskimo e lo zio americano, i tanghi argentini e le balere della gioventù, i farewell e i vorrei, la macchina a vapore.

Attraversando gli anni di piombo, quelli del riflusso e quelli ancora della rinascita e della ricaduta con una marmorea coerenza politica e morale, Guccini ha traghettato i testi delle sue canzoni alla mia generazione, che riempiva i palazzetti ai suoi concerti. Ora di concerti non ne fa più, sono difficili da reggere tre ore. Ora scrive, tanto pure. Sempre con quell’affettata delicatezza montanara che quando c’è bisogno (vedi “L’avvelenata”) i pugni sui tavoli li sa battere. Con quella voce pastosa e arrotata che pare sempre di sentirla; voce, diceva Dario Fo, “di quello che un tempo si diceva il Movimento. Oggi, semplicemente una voce di gioventù. E cioè di granitica coerenza con il proprio linguaggio e pensiero. Nella sua opera c’è un discorso interminabile: sull’ironia, sull’amicizia, sulla solidarietà”. Con una statura da poeta vero, ma un poeta vagabondo, cantastorie, sincero che ti irrita, spesso ubriaco. Lui condivide, con pochissimi altri, un posto d’onore nell’Olimpo della canzone d’autore, ed anche su uno scaffale di letteratura italiana novecentesca.

Insomma, “vittima” della canzone-metonimia che lo ha marchiato (stilisticamente parlando, La Locomotiva è la canzone meno gucciniana che ha scritto), Guccini è comunque un pezzo importante della musica giovanile odierna. Non fatta dai giovani. Ma musica che molta gioventù sente la necessità di ascoltare. Perché quell’anima che traspare dalle sue canzoni oggi, forse, non si trova più.

Tanti auguri Maestrone, non resta che continuare ad ascoltare le tue canzoni, perché oggi più che mai è difficile spiegare ed è difficile capire.

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