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Scuole aperte anche d’estate? Ma non sono un Cre

La scuola dovrebbe insegnare ai nostri ragazzi cose semplici e che esistono da sempre: la ricerca della felicità e non dell’utile, l’amore per la bellezza e non per l’apparenza, il rispetto delle regole e non la garanzia dell’impunità, la disciplina del lavoro e non il successo garantito per decreto.

La scuola italiana sta sbagliando tutto.

Forse è tempo di dirlo a chiare lettere: i nostri figli rischiano di essere le principali vittime di una visione del mondo completamente e definitivamente catastrofica, che mette a serissimo rischio il nostro futuro e, va da sé, il loro presente.

Cercherò di evitare i tecnicismi e le infinite giravolte retoriche che confondono le idee ai non addetti ai lavori e che servono ad intortarli e zittirli, ogni volta che qualcuno parli di istruzione e di formazione: mi scuso se, perciò, il mio discorsetto sembrerà spiccio e semplice: preferisco essere capito che passare da fine dicitore.

Cominciamo dal punto chiave: a cosa dovrebbe servire la scuola? A istruire, a formare, ad educare?

Se serve ad istruire e basta, immaginiamola come una fabbrica, in cui, allo hardware, ossia ai nostri ragazzi, vengono applicati dei software, ossia, appunto, le istruzioni: instruo, in latino, vuol dire equipaggiare, formare, ma vuole anche dire infilare qualcosa in un’altra cosa, come una chiavetta USB in un computer.

Se, invece, serve solo a formare, la sensazione è subito quella di una stazione preparatoria al lavoro, in cui le spalle del futuro schiavo imparino a piegarsi e le sue mani ad eseguire il compitino prescritto.

Se, invece, la scuola ha una funzione educativa, ovvero deve ex-ducere, il suo compito è quello di tirare fuori da ognuno il meglio che ha dentro e permettergli di svilupparsi armoniosamente, entro delle regole di civiltà e di rispetto.

Tutto qui: è solo questione di intendersi.

Oggi, nessuno, nella scuola, parla più di educazione: il termine è stato espunto dal lessico ministeriale e, via via, da quelli ad esso succedanei. Oggi si forma. E il risultato è sotto gli occhi di tutti. Sia d’esempio l’ultima, recentissima, boutade della signora Fedeli che ha accennato alla possibilità di scuole aperte anche d’estate, giustificandola col fatto che molti genitori gliel’avrebbero chiesto: è una colossale stupidaggine, che, in bocca a chi dovrebbe rappresentare la scuola italiana, diventa ancora più colossale.

Ammesso che costoro esistano, una simile richiesta sarebbe in perfetta linea con la deriva adottata dalla scuola da almeno quarant’anni: quella di trasformarsi da istituzione educativa, il cui scopo sia formare buoni cittadini, bravi professionisti, onesti e capaci lavoratori, persone perbene, in ente di assistenza sociale, cui delegare tutte le funzioni assistenziali cui lo Stato non sappia, altrimenti sopperire.

Tra queste, la vigilanza e la tutela dei pargoli, mentre i genitori lavorano o si fanno gli affari loro: di qui la scuola a tempo pieno, i curricoli allungati all’inverosimile e, ultima, questa bella propostina di trasformare la scuola in una specie di CRE.

Si potrebbe, anzi, postulare l’idea di corsi speciali, notturni, per permettere alle coppie ancora sessualmente attive di praticare più agevolmente il proprio commercio sessuale, senza figli tra i piedi: mi aspetto che qualcuno, prima o poi, lanci la brillante proposta alla sensibile ministra. E, poi, la scuola deve farsi psicologa, affrontando i casi di disturbi dell’apprendimento; sociologa, occupandosi dei cosiddetti BES, ossia di giovani in situazioni di disagio; mediatrice culturale con gli stranieri; ufficio collocamento e formazione, con l’alternanza scuola-lavoro, che arriva al delirio di fare perdere tempo ai liceali, costringendoli a giocare al piccolo imprenditore, con esiti tragicomici; e, infine, sempre più ultima spiaggia per laureati che nessuno ha accolto nel mondo del lavoro. Insomma, una scuola che serva a tappare i millanta buchi di una società che non ha più il tempo, la voglia, le risorse e neppure la volontà di occuparsi di certi problemi, tutta presa dalla frenetica ricerca di altri successi ed altre prebende.

Invece, la scuola dovrebbe insegnare ai nostri ragazzi cose semplici e che esistono da sempre: la ricerca della felicità e non dell’utile, l’amore per la bellezza e non per l’apparenza, il rispetto delle regole e non la garanzia dell’impunità, la disciplina del lavoro e non il successo garantito per decreto. Tutto il contrario, l’esatto contrario, di quel che la scuola italiana persegue. Per questo, cari genitori, mi permetto di avvertirvi. E di darvi un suggerimento: se doveste scrivere alla signora Fedeli, chiedetele di fare retromarcia su tutto.

La vera rivoluzione, oggi, è essere normali.

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