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Grande Guerra, Pillola 126: “Friedensturm”, l’offensiva per la pace fotogallery

Dopo il sanguinoso fallimento dell’ultimo tentativo di aggirare Compiègne, compiuto da Ludendorff con l’operazione Gneisenau, conclusasi il 12 giugno 1918, l’impeto del Kaiserchlacht cominciò ad esaurirsi, mentre la situazione interna della Germania andava peggiorando visibilmente. Anche se, all’apparenza, la grande offensiva di primavera aveva rappresentato un grande successo, spostando il fronte verso ovest di molti chilometri e minacciando seriamente alcuni dei punti vitali dello schieramento alleato, questo sforzo gigantesco, con l’ulteriore problema di una logistica enormemente complicata dalla creazione del saliente, aveva esaurito tutte le riserve germaniche, costringendo il comando supremo ad un ultimo disperato tentativo di prevalere.

I tedeschi erano giunti vicino a Parigi, tanto che uno speciale cannone a canna prolungata, il cosiddetto Parisgeschütz, colpiva a cadenza regolare la capitale francese, con i suoi proiettili da 120 kg: si trattava di un’arma sperimentale, che raggiungeva gittate prima impensabili (fino ad oltre 120 km), in ragione del tiro stratosferico, ottenibile grazie ad una canna di 28 metri, che permetteva al proietto di toccare i 40.000 metri di quota.

Inoltre, almeno in apparenza, francesi ed americani erano allo stremo, anche se avevano arginato la terribile ondata dell’offensiva di primavera. Tuttavia, appariva chiaro che la Germania avrebbe dovuto giocare il tutto per tutto in quella circostanza e che non sarebbe più stata in grado di schierare forze sufficienti per sostenere il peso della guerra nel 1919.

Quello, dunque, era il momento, e Ludendorff giocò la sua ultima carta: il Friedensturm, l’attacco per la pace. Le due direttrici d’attacco erano l’alto Aisne e la valle della Marna: di nuovo, dunque, la guerra si sarebbe decisa sulle sponde di questi due fiumi, che avevano già decretato, nel 1914, il fallimento del piano Schlieffen-Moltke. Il 15 luglio, 30 divisioni germaniche, ossia il nerbo dell’esercito tedesco sul fronte occidentale, attaccarono nel settore di Reims, ad est e ad ovest della città: di fronte a loro erano schierate tre armate francesi, la 1a, la 3a e la 6°, con il supporto di truppe statunitensi, britanniche ed italiane. Mentre l’offensiva ad est venne immediatamente arginata, ad ovest la punta di lancia tedesca penetrò per diversi chilometri nel dispositivo alleato, attraversando in più punti la Marna, ma, alla fine, anch’essa venne bloccata e respinta quasi ovunque.

Le analogie tra questa battaglia e quella del Solstizio, che si era combattuta un mese prima sul fronte italiano, furono notevoli: in entrambi i casi, l’attaccante si giocava il tutto per tutto e il difensore era ben preparato a sostenere l’urto. Inoltre, in entrambe le battaglie rivestì un peso considerevole il dominio dell’aria, sia sotto il profilo della ricognizione che sotto quello del mitragliamento e del bombardamento dei ponti gettati sui due fiumi, Marna e Piave, che facevano da spartiacque dello scontro: gli aerei dell’Intesa, infatti, inflissero perdite enormi alla logistica avversaria, interrompendone, di fatto, le linee di rifornimento e di afflusso.

Così, il modesto successo ottenuto sulla Marna a sud venne controbilanciato dal fallimento totale dell’offensiva ad est di Reims, che costrinse Ludendorff a cercare di aggirare la piazzaforte della Champagne dall’unica direttrice sulla quale le sue truppe erano riuscite ad ottenere qualche risultato, ovvero da sud. Questa ulteriore manovra offensiva, che, in pratica, concluse il Friedensturm, fu la premessa della violenta controffensiva alleata, che prese il nome di seconda battaglia della Marna e che, di fatto, segnò la fine di ogni speranza di vittoria da parte degli imperi centrali.

Resta da dire del contributo, in entrambi gli scontri, offerto dalle truppe alleate fatte affluire al fronte in aiuto delle armate francesi: qui, però, è necessario fare un ragionamento un po’ più articolato. La resistenza italiana sul fronte occidentale, durante l’offensiva di primavera, con tutti i limiti del caso, ebbe un certo peso nell’economia della battaglia: eppure, nessuno storico straniero (e, per la verità, pochissimi italiani) ha mai reso giustizia al sacrificio degli uomini del CdA del generale Albricci, laddove è stata, viceversa, rimarcata ad abundantiam la partecipazione francese ed inglese alla guerra sul fronte italiano.

Si è già accennato al fatto che il contributo francese e britannico alla resistenza italiana sul Piave e sul Grappa, durante la battaglia di arresto, sia stato, per quanto apprezzabile sul piano morale, decisamente poco influente su quello militare: le truppe alleate, peraltro, raggiunsero la linea del fuoco soltanto a dicembre inoltrato, quando, ormai, il più era fatto. Nonostante questo, leggendo alcune opere di storia militare, soprattutto di mano britannica, pare che la salvezza del fronte italiano sia dipesa soprattutto dall’impegno anglofrancese: il che, oltre che falso storicamente, è perfino ridicolo sul piano strettamente logico.

Altro discorso, invece, vale, ovviamente, per la battaglia del Solstizio, del giugno 1918: ma torneremo sull’argomento con un capitolo a parte, in cui cercheremo di fare chiarezza su questa questione storiografica ancora fonte di dibattito.

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