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“È la stampa bellezza!”: Bergamo svela l’arte di creare i libri fotogallery

C'è molto da scoprire nella mostra “È la stampa, bellezza!” che si apre sabato 20 maggio al Museo del Cinquecento (Palazzo del Podestà, Piazza Vecchia). E non solo per gli appassionati di libri, ma per i curiosi del mondo delle arti e dei mestieri tra Bergamo e Venezia fra Quattro e Cinquecento.

C’è molto da scoprire nella mostra “È la stampa, bellezza!” che si apre oggi al Museo del Cinquecento (Palazzo del Podestà, Piazza Vecchia). E non solo per gli appassionati di libri, ma per i curiosi del mondo delle arti e dei mestieri tra Bergamo e Venezia fra Quattro e Cinquecento.

Perché i libri – per dirla con Elisabetta Manca direttrice della Biblioteca Angelo Mai, che ha prestato per questa occasione alcuni dei più straordinari pezzi in mostra – “ci raccontano molto della storia sociale, dell’arte, dell’artigianato, della cultura a cui appartengono e degli ambienti in cui circolano”.

Nelle sette sale del museo una selezione di pregiatissimi volumi vanno a interagire con l’allestimento permanente, con tanto di “wunderkammer” o sala delle meraviglie creata ad hoc e un approccio multimediale al “vedere”.

“That’s the press, baby!”, commentava un irresistibile Humphrey Bogart nel film del ’52 “Deadline”, mentre azionava le rotative del giornale che il suo boss intendeva chiudere. Roberta Frigeni direttrice della Fondazione Bergamo nella storia, spiega il titolo con riferimento al gesto rivoluzionario di Gutemberg che per primo mosse la vite del torchio per la stampa a caratteri mobili e “da allora il mondo non fu più lo stesso”; ma il nesso è anche, esplicito, con l’aspetto materiale, tecnico della stampa, cui la mostra dedica particolare attenzione specie nella sezione le “artificiose macchine”, che evocano “il lavoro molto sporco, pieno di grasso, attrezzi, rumori, delle stamperie”.

Fin dal cavedio, la corte interna da cui si accede alle sale, siamo di fronte a pezzi inestimabili.

Si parte con un commento agli Analitici posteriori di Aristotele edito nel 1477, delle collezioni Mai, di cui Elisabetta Manca spiega: “È un incunabolo con un incipit che è una meraviglia; da lontano sembra un manoscritto per la mise en page su due colonne, i caratteri gotici ricchi di abbreviature nello stile degli amanuensi, gli amplissimi margini a nobilitare la pagina; la carta è solida, bianca, pulita, con decorazioni meravigliose per l’intervento di un miniatore di rango, i colori sono trionfanti, così i lapislazzuli e la decorazione a foglia ai margini. È un libro bello da vedere e da toccare. La bottega in cui fu realizzata non può che essere ferrarese per la raffinatezza dell’oro steso a finissimo pennello: era quella stessa corte ove in quegli anni si realizza la Bibbia di Borso d’Este. La prima pagina ci restituisce quel clima, quella manifattura straordinaria, e la foglia d’oro riluce ancora oggi in maniera perfetta dopo secoli”.

Altro gioiello è la “Hypnerotomachia di Poliphilo, cioè pugna d’amore in sogno” edito a Venezia dagli eredi di Aldo Manuzio nel 1545, di collezione privata. “È considerato uno dei più bei libri del mondo”, afferma Maria Mencaroni Zoppetti presidente dell’Ateneo di Scienze Lettere ed Arti. “È un libro ricco di pregiate xilografie ed è un mistero: non si sa bene che cosa rappresenti, è ermetico, iniziatico, è pieno di simboli, di emblemi. È un viaggio alla ricerca della felicità fatto di enigmi, di geroglifici, con caratteri latini, ebraici, greci, arabi. Spicca su tutte l’immagine di Priapo con le vergini trionfanti e, a fronte, la mise en page a punta, molto raffinata”.

Da lì a seguire, la mostra è tutta una scoperta all’insegna del pregio, dell’unicità, dello stupore.

Commenta Emilio Moreschi, amministratore delegato della Fondazione: “percorrendo questo itinerario si vede che la stampa è nata perfetta, solo poi si è rovinata: si usavano carte pregiatissime, fatte con gli stracci del tessuto migliore, che crocchiano ancora oggi a sfogliarle, con layout e caratteri che oggi non ci sogniamo e non ci ricordiamo più neanche come si potessero fare. E se Venezia, come si vede in mostra, è stata nel Cinquecento il centro di stampa con il maggior numero di addetti in tutta Europa, con i libri che venivano spediti nelle botti da vino, ben stipati, in tutto l’orbe conosciuto, Bergamo nel ‘600 con Comin Ventura ha rappresentato un’eccellenza e si è presa anche delle belle rivincite su altre città ‘di provincia’, stampando ad esempio i primi statuti di Milano”.

La mostra è il frutto di un’efficace collaborazione tra pubblico e privato “sotto l’ombrello della Fondazione Bergamo nella storia”.
Si prevedono, a corredo della mostra, conversazioni, conferenze, percorsi di visita in mostra e fuori, tra cui una passeggiata tra carte libri e botteghe nella Bergamo del ‘500 sotto la guida di Maria Mencaroni Zoppetti.

Al via sabato 27 maggio alle 18 con Lorenzo Baldacchini (Università di Bologna) su “Il libro italiano del Cinquecento: antico e nuovo” e domenica 28 alle 16 con laboratori per bambini e visite alla mostra per adulti.

Per info su programmi e visite e prenotazioni: www.bergamonellastoria.it

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