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I processi tra errori e sparate dei giornali: li rivela il libro bianco degli avvocati

L'opera "L'informazione giudiziaria in Italia" analizza i rapporti tra mezzi di comunicazione e processo penale. Tra gli autori il legale bergamasco Enrico Pelillo, tra gli argomenti trattati anche il processo Bossetti per l'omicidio di Yara

Quando leggete un articolo di giornale su un processo penale, vi chiedete mai se chi l’ha scritto ha riportato i fatti in modo fedele, corretto e senza esagerazioni? Se non vi fosse mai sorto, questo dubbio potrebbe venirvi dopo aver letto “L’informazione giudiziaria in Italia”, il libro bianco sui rapporti tra mezzi di comunicazione e processo penale a cura dell’Osservatorio sull’informazione giudiziaria dell’Unione camere penali italiane.

Il volume raccoglie dati e commenti sulla prima ricerca statistica di questo genere sull’informazione giudiziaria italiana. Gli avvocati dell’Osservatorio dell’Unione delle Camere Penali Italiane, coordinati dall’Università di Bologna, hanno raccolto e studiato, per sei mesi (dal giugno al dicembre 2015), i dati ricavati dagli articoli di cronaca e politica giudiziaria dei principali quotidiani italiani. Ne è emerso un interessante patrimonio di dati, un punto di partenza significativo da cui partire per una possibile inversione di tendenza e una civilizzazione del rapporto tra media e giustizia in Italia.

Tra gli autori anche l’avvocato bergamasco Enrico Pelillo noto, tra le altre cose, per essere il difensore di Maura Panarese, mamma di Yara Gambirasio, parte civile al processo nei confronti di Massimo Giuseppe Bossetti.

Avvocato Pelillo, come è nata l’idea di un’opera del genere su un settore dell’informazione spesso al centro di polemiche politiche e soprattutto di un interesse, a volte morboso?

L’Unione delle Camere Penali Italiane ha come scopo l’attività scientifica sia sulle leggi, che siano buone o meno, che sulla politica giudiziaria: il primo punto dello statuto è proprio l’esecuzione del giusto processo. All’interno dell’Unione poi ci sono vari osservatori. Tra questi anche quello sull’informazione giudiziaria, composto da 18 avvocati di tutta italia, tra cui io a Bergamo. Da qui nasce l’idea di questa analisi sui giornali italiani, che si avvale del prezioso coordinamento del professor Michele Sapignoli, del dipartimento di scienze politiche e sociali dell’università di Bologna: uno che si occupa di queste cose per mestiere, quindi inattaccabile.

In che modo si è svolto il vostro lavoro?

Il professore Sapignoli ci ha inviato alcune schede valutative, che noi dovevamo compilare giorno per giorno leggendo gli articoli. Ci siamo divisi i principali giornali nazionali, a me per esempio è toccato “Il sole 24 ore”, e nel periodo che va da luglio al dicembre del 2015 abbiamo analizzato quotidianamente i vari articoli di cronaca giudiziaria pubblicati. Il nostro operato, lungo e complesso, è stato poi valutato con l’aiuto dello stesso professore Sapignoli, sotto la direzione dell’avvocato Renato Borzone di Roma, presidente dell’Osservatorio sull’Informazione Giudiziaria dell’Unione Camere Penali Italiane.

Qual è l’obiettivo di quest’opera?

È quello di far capire a tutti come viene trattata l’informazione giudiziaria in Italia dai giornali e anche il sensazionalismo al quale si vota spesso la carta stampata, basandoci su dati e numeri, non limitandoci quindi alle parole e ai commenti personali. Tra l’altro, per ora ci siamo fermati ai giornali cartacei, ma non escludo qualcosa di simile anche per web e televisione.

C’è anche il riferimento a un recente fatto di cronaca bergamasca…

Tra i processi trattati nel libro c’è anche quello Bossetti per l’omicidio di Yara. Il riferimento, in particolare, è al video del furgone del carpentiere di Mapello diffuso dagli investigatori alla stampa, che come quello della procura di Bari sulle indagini per tangenti a carico del direttore amministrativo del Teatro Petruzzelli, viola l’articolo 114 del codice di procedura penale.

Passiamo ad alcuni numeri che emergono dal libro…

Analizzando l’intero libro, nei sei mesi di raccolta, gli articoli presi in considerazione sono stati 7373. L’analisi dei titoli ha svelato che, se il 48,9% di essi è formulato in modo neutro, ben il 40,2% dei titoli ha una marcata impronta colpevolista e solo il 3,9% di tipo garantista o a favore dell’innocenza.

E la fase processuale come viene trattata negli articoli presi in considerazione?

Il dato sulla fase processuale oggetto degli articoli (27,5%) è clamorosamente sbilanciato a favore della fase degli arresti (27,5%) e delle indagini preliminari (36,7%). Solo il 13% delle notizie riguarda lo svolgimento del processo vero e proprio, ossia il dibattimento. Quanto alle fonti delle notizie, laddove siano desumibili ovviamente dagli articoli, la gran parte proviene dall’accusa (33%) e dalla polizia giudiziaria (27,9%). Solo il 6,8% dalla difesa.

L’impronta è più innocentista, neutrale o colpevolista?

Nell’80% dei casi degli articoli analizzati non viene dato nessuno spazio alla difesa nei brani giornalistici. Non solo, il tenore dei testi è connotato da un’impronta colpevolista (29,2%) o comunque si limita a fornire la ricostruzione effettuata dall’accusa (32,9%), per un totale del 62,1% dei casi. Un’impronta neutra è rilevabile nel 24,1% dei casi. Un “taglio” innocentista è rilevabile solo nel 3,2% dei casi.

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