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Scribo ergo sum 2017: Vento di libertà

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Scribo Ergo Sum è il concorso di scrittura creativa aperto agli studenti iscritti agli istituti secondari superiori della Provincia di Bergamo che hanno aderito al progetto: ciascun autore ha deciso il titolo e il genere letterario del proprio racconto che per l’edizione 2017 doveva essere svolto seguendo la traccia “Liberi tutti – Liberi di scrivere, amare, sognare, viaggiare; di muoversi, di esprimersi, di scegliere. Liberi di partecipare, di combattere per un’idea, di opporre resistenza, di rompere dei confini e spezzare delle catene. Ma anche liberi di ascoltare, tacere, imparare, riflettere, osservare il mondo e cercare di capirlo. Liberi di raccontare cos’è la libertà”.

VENTO DI LIBERTA’ (Racconto numero 37)

Mi chiamo Viola e vivo imprigionata in una gabbia. Una gabbia dorata, se vogliamo essere precisi. Una gabbia le cui sbarre, per dirla alla Fedez, hanno “più glitter di una giacca di Elton John”. Una gabbia che mi sono costruita intorno con le mie stesse mani, ogni volta che decidevo di tagliare un pezzo della mia libertà per compiacere qualcuno. Non so perché succede, ma è più forte di me. Se capisco che qualcosa può far felice una persona, non mi tiro di certo indietro. Anzi, mi ci butto a capofitto.

Per questo ho accettato di studiare Giurisprudenza, per far felice mio padre avvocato. Anche se l’unica legge che mi interessa è quella del cuore. Sempre per questo ho accettato di essere alla moda, per non essere criticata da mia sorella che si crede una fashion blogger, anche se i momenti in cui mi sento più a mio agio sono quando indosso un pigiama. E ancora ho accettato di trovarmi un fidanzato, perché mia madre ha il terrore che rimanga zitella: in realtà so di non essere ancora pronta per una relazione duratura.

Potrei andare avanti all’infinito a raccontare di come sono nate le sbarre della mia gabbia. E anche se lì dentro ho tutto quello che potrei mai desiderare, e forse anche di più, mi manca una cosa che nessuno potrà mai comprarmi perché non è in vendita: mi manca l’aria. E sono sicura che, se non faccio qualcosa, potrei soffocare da un momento all’altro.

Ho sentito dire molte volte che, quando stai toccando il fondo, l’Universo corre in tuo aiuto per darti una mano. Oggi è successo veramente. Ho accompagnato mia sorella dal parrucchiere. Mentre la aspettavo, ho cominciato a sfogliare distrattamente una rivista, così, giusto per far passare il tempo. Finché un articolo non ha catturato la mia attenzione: si parlava di Moala, un’isoletta sperduta nell’arcipelago delle Fiji, dove hanno appena aperto un villaggio vacanze. I proprietari cercano personale: allora comincio a leggere se per caso non abbiano bisogno di un quasi avvocato senza alcuna esperienza. Avvocati no, ma cercano istruttori di danza.

Ecco, dovete sapere che io ballo da quando avevo cinque anni, e la danza è forse l’unica cosa nella vita che mi permette di volare oltre le sbarre e di sentirmi libera. Ok, non ho mai insegnato. Ma sarei sicuramente in grado di farlo. In questi villaggi turistici non richiedono certo competenze particolari. In fondo si tratta solo di mostrare i passi base a bimbette che partecipano alle lezioni per un paio di settimane al massimo. Io quasi quasi ci provo. Fotografo con il cellulare l’indirizzo mail al quale bisogna inviare il curriculum e non dico nulla a mia sorella che, nel frattempo, ha terminato di farsi la piega.

Passa una settimana. Poi ne passano due e passa anche quel senso di libertà che stavo provando da quando avevo spedito la mail. Finché, inaspettata, dopo più di un mese, giunge la risposta. Posso presentarmi per un colloquio durante il quale saranno valutate le mie competenze, per verificare se sono in grado di fare l’animatrice ballerina.

Inutile dire che anni e anni trascorsi sulle punte non sono stati tempo sprecato. A loro vado bene, devo solo decidere io se e quando partire per andare a lavorare dall’altra parte del mondo. Quando esco dal loro ufficio è come se avessi le ali ai piedi. Le stesse ali che mi porteranno laddove è notte quando qua da noi è pieno giorno. In un posto senza connessione internet, negozi firmati e auto da parcheggiare in doppia fila.

Sto benissimo. Sono al settimo cielo, o almeno lo sarò fino a quando non dovrò comunicare la notizia a tutti gli interessati.

In famiglia non la prendono affatto bene. Mio padre è preoccupato che interrompa gli studi, mia madre è ancor più preoccupata che interrompa la mia relazione con Tommaso, mia sorella è preoccupata perché non avrà più nessuno con cui scambiare i vestiti.

 

Cercano in tutti i modi di farmi ragionare, di farmi cambiare idea, ma ormai la porta della gabbia è aperta, e io non sono più disposta a tornarci dentro.

Tommaso è quello che la prende peggio. Per lui l’amore è soprattutto vicinanza, e trova impensabile avere una ragazza dall’altra parte del mondo. Pazienza. Se ne farà una ragione. Oppure si cercherà una nuova fidanzata. Ormai sono determinatissima ad imbarcarmi in questa avventura.

Le settimane che precedono la partenza sono intense di avvenimenti, di incontri e di saluti. Alla fine mi sembra di aver concentrato in quelle due settimane due anni interi della mia vita. La cosa che più mi stupisce è la reazione di tutti quando mostro le immagini del posto in cui andrò a stare: un’isoletta microscopica, con poche palafitte, niente strade, qualche negozietto d’artigianato. I miei amici si chiedono come farò a sopravvivere senza WhatsApp, Twitter e Facebook. Io me la rido e penso invece che queste sono altre sbarre della mia gabbia che se ne andranno in frantumi.

Il giorno prima della partenza sono molto agitata, soprattutto perché ho il terrore dell’aereo e quello che mi aspetta sarà veramente un viaggio molto lungo. Cerco di farmi forza, pensando che affrontare e vincere le mie paure è un altro modo per rendermi libera.

Ormai è da più di un mese che mi sono trasferita a Moala, ed è come se avessi cominciato una seconda vita. Qui il tempo scorre dolcemente, ti scivola addosso quasi accarezzandoti, ti culla e ti conforta. La mia gabbia non esiste più, le sbarre si sono dissolte sotto i raggi di questo sole cocente.

La vita ha altri tempi, altri ritmi, altre priorità. Ed è tutto molto più facile e più semplice. E io me la sto godendo tutta, cercando di non sprecare il minimo istante di questi mesi in paradiso che il destino mi ha regalato, ben consapevole che quando alla fine tornerò a casa, non sarò più la stessa ragazza che è partita.

Il lavoro al villaggio turistico mi porta via davvero poco tempo, e il resto lo trascorro girovagando per l’isoletta, prendendo il sole e facendo lunghe nuotate. I miei contatti con il resto del mondo che ho lasciato dall’altra parte sono veramente esigui. Al villaggio la connessione internet è praticamente assente. Per avere un minimo di copertura devo recarmi nei pressi del porticciolo. Lì, con il mio iPad, riesco a fare qualche sporadico collegamento Skype, nel bel mezzo del quale salta immancabilmente la linea.

Chiamo i miei genitori, mia sorella e qualche amica. Quando mi vedono in chat tutti mi dicono che sono molto cambiata, sono più bella, ho gli occhi pieni di quella magia che solo le persone davvero contente hanno. Ma forse è solo l’abbronzatura a donarmi quell’aspetto sano di chi vive all’aria aperta.

Mi vesto come mi pare, senza seguire mode e tendenze. Anche perché la maggior parte della giornata la passo a piedi nudi e in costume. E senza trucco. Se penso a tutte le mezz’ore che perdevo a casa prima di uscire, mi viene da sorridere. Qui mascara, fondotinta e rossetto non mi servono proprio. Ci pensano la natura, il sole e il mare a colorare tutto magicamente.

Mi sono fatta un sacco di nuovi amici. Sono i ragazzi che lavorano con me al villaggio, cuochi, camerieri e animatori. E sono tutti di nazionalità diverse. Una grande giovane macedonia ricca di vitalità e di energia. E’ bellissimo stare con loro. Sono davvero tanto ma tanto felice e fortunata. Quando la sera, dopo una giornata trascorsa senza orari, senza messaggi a cui rispondere né specchi per controllare se ho sbavato il rossetto, mi stendo sulla sabbia e guardo il sole che fa il bagno, sento una brezza leggera che mi accarezza il viso e mi scompiglia i capelli: è il vento di libertà…

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