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Roberto Saviano e il consiglio al giovane giornalista: “Non smettere mai di raccontare”

Il nostro Marco Cangelli, classe 1997, martedì sera ha parlato col giornalista campano intervenuto al Teatro Donizetti di Bergamo: "Se quello che scrivo toccherà la coscienza di qualcuno, così come ha fatto Roberto Saviano nel suo territorio, avrò raggiunto il mio obiettivo"

Due cose sono sbagliate nel giornalismo: parlare di se stessi ed iniziare un articolo dal finale. Anche questa volta non sarà solo necessario farlo, ma sarà doveroso.

In conclusione all’incontro di Roberto Saviano tenutosi nella serata di martedì 18 aprile al Teatro Donizetti in occasione della Fiera dei Librai, ho avuto l’onere e l’onore di incontrare l’autore: l’onere poiché sono originario di Almenno San Bartolomeo, paese del pluriricercato trafficante di droga Pasquale Locatelli, protagonista del libro “Zero Zero Zero”, luogo dove o si fa finta di non sapere chi sia questo personaggio, oppure si viene redarguiti se solo si osi nominare il suo nome; l’onore, poiché è colui che senza paura parla di temi che rischiano di portargli via la vita. Nei pochi secondi in cui sono riuscito a parlare con lui, domandandogli il perché lui avesse più informazioni di me riguardo questo personaggio nonostante io sia suo concittadino e lui risieda in Campania, Saviano mi ha risposto: “Qui il muscolo si è un po’ atrofizzato, ma tu racconta, racconta”.

Raccontare, è da qui che bisogna partire se vogliamo esser in grado di provare ancora emozioni, se vogliamo saper ancora ragionare. E lo dobbiamo far attraverso i libri, se vogliamo contrastare l’avanzata della viralità che contraddistingue i social. “I libri ti obbligano a prendere tempo, a ragionare, non come nei social dove tutto deve essere immediato. Ti permettono di creare un’immagine tua della realtà raccontata e non imposta come nei video”.

I libri hanno un altro potere molto forte che è quello dell’empatia. Regimi come l’Unione Sovietica, Cuba, la Russia, la Cina hanno avuto paura dell’empatia trasmessa da scrittori in apparenza deboli come Anna Achmatova, rea di aver raccontato l’amore nella Russia stalinista, o Anna Politkovskaja, colpevole di aver descritto i crimini della guerra di Cecenia, nei loro libri. Autori del genere non avrebbero di certo stravolto gli equilibri internazionali se le loro parole non avessero travalicato i confini dei loro paesi d’origine e non fossero stati accolti dalla mente dei propri lettori. Per quelle loro parole comprovanti questi scrittori hanno perso la propria vita, ma senza queste parole nessuno avrebbe potuto conoscere la realtà che imperversava in alcuni luoghi.

Raccontare la verità significa spesso rischiare di non esser creduti e di esser tacciati di diffamazione per il semplice motivo di aver parlato male di un luogo o di una popolazione. Parlare di mafia, traffico di droga, corruzione può fare paura e pur di nascondere, si preferisce utilizzare la vecchia formula dell’offesa per vestire in maniera più nobile l’omertà. Roberto Saviano come altri ha preferito senza paura raccontare questi fatti ed essere accusato di esser un diffamatore, ma grazie ai libri che permettono al lettore di distinguere la verità dalle bugie, si sono potuti scoprire situazioni poco piacevoli quali l’Ndrangheta in Lombardia o la paranza dei bambini in Campania.

Dopo un lungo viaggio possiamo tornare al punto da dove abbiamo cominciato: la fine. Qualche mio concittadino leggendo quest’articolo probabilmente mi accuserà di diffamare il mio paese oppure di aver raccontato falsità. Questo potrebbe intimorirmi, bloccarmi, farmi ripensare a ciò che ho scritto. Ma tutto ciò non mi fermerà, perché, se la coscienza di qualcheduno sarà scossa, così come ha fatto Roberto Saviano nel suo territorio, avrò raggiunto il mio obiettivo.

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