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Mentre gli adulti si dichiarano guerra su Twitter i ragazzi si chiudono nei loro cortili social

Il nostro storico Marco Cimmino analizza il fenomeno, ormai fuori controllo, dei social network dove un capo di stato utilizza lo stesso strumento con cui i fidanzatini si mandano baci per una dichiarazione di guerra.

Ci sono stati, nella lunghissima storia delle nefandezze dell’uomo, modi assai diversi di dichiararsi guerra, di stipulare tregue, di accordarsi per un armistizio: mai, tuttavia, era capitato che azioni militari, rappresaglie, bombardamenti, venissero annunciati per mezzo di un cinguettio sui social network.

Si ha un bel dire che al peggio non si deve porre limite: cosa c’è di peggio di un potente della terra che informa il mondo della sua decisione di ammazzare degli esseri umani con lo stesso strumento che usano le ragazzine per mandare bacini al fidanzato?

Questo non tanto per l’eterodossia del mezzo o per la novità in sé, quanto per la leggerezza, la superficialità, la totale mancanza di rispetto per le più elementari regole del gioco, che, da quando le leggi hanno costretto le umane belve alla pietà, hanno rappresentato il limite invalicabile tra lo scherzo e la tragedia. Questo signore statunitense, pettinato in modo grottesco ed impettito come un cabarettista che faccia il verso a qualche dittatore sudamericano, ha, in un momento, accreditato la sfiducia disperata dei giovani nei confronti dei mezzi di comunicazione: è come se avesse detto loro che fanno benissimo a non fidarsi del mondo degli adulti, a non credere a niente, perché non c’è più niente di serio o di drammatico, neppure la morte.

Perché i nostri ragazzi non si fidano più, veramente: non si fidano dei libri e dei giornali, della scuola e degli insegnanti, certamente della politica, qualche volta perfino dei propri genitori. E, nell’anno primo di Sir Donald Trump, la sensazione è che abbiano ragione loro: che siamo noi quelli sbagliati e che abbiamo costruito per i nostri figli un piccolo paradisino virtuale che non li accontenta, non li convince, non li appassiona. Così, paradossalmente, i social network, che, all’apparenza, sono una finestra spalancata sul mondo, per loro sono, in realtà, dei piccolissimi cortili, in cui possono entrare, con codici, password, nickname, soltanto pochi affiliati: la rete è immensa, ma i ragazzi non se ne fidano ciecamente. La usano come delimitazione generica delle loro frequentazioni virtuali, che, però, il più delle volte sono le stesse della vita vera: gli amici, insomma, con cui non interrompono mai il contatto, grazie, appunto ai social.

Facebook, Instagram, Twitter, per l’ultima generazione, non sono Woodstock, ma l’equivalente del muretto, dell’oratorio, del bar. E questo autolimitarsi è un autoproteggersi dalle bufale, dalle truffe, dalle bugie, dalle idiozie della comunicazione globale: è come se, in un etere invaso da radio che trasmettano brutta musica o vendite di gioielli usati, ci si limitasse ad ascoltare musica classica in onde corte, insomma.

Abbiamo costruito un sapere a disposizione di tutti, sempre e subito e, alla fine, siamo riusciti a renderlo inutile: la verità è che miriadi di informazioni senza credibilità e senza conferma equivalgono a nessuna informazione. Così, i ragazzi non ci credono più. Pensavamo che il rischio della rete fosse il creare confusione tra la realtà fenomenica e quella virtuale: invece, sembrerebbe che il vero pericolo sia quello di non riuscire a distinguere tra verità e bugia.

O, meglio, di non volere più neppure cercare di fare distinzioni, catalogando tutto quello che provenga dall’esterno come sospetto di imbroglio, di manipolazione o di errore.

Abbiamo creato una generazione di piccoli cinici disperati, che si fidano soltanto di una cerchia ristretta, selezionandola come un bancomat legge le nostre bande magnetiche. E loro, i ragazzi, sono innocenti: vittime che cercano di difendersi in un mondo complicato e confuso. Mentre noi adulti dichiariamo le nostre guerre su Twitter.

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