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Gabriele Del Grande libero, giovedì sera mobilitazione in Piazza Matteotti

L'appuntamento è per giovedì 20 aprile alle 18 in piazza Matteotti, di fronte a Palazzo Frizzoni sede del Comune di Bergamo, per chiedere la liberazione del giornalista Gabriele Del Grande fermato in Turchia.

L’appuntamento è per giovedì 20 aprile alle 18 in piazza Matteotti, di fronte a Palazzo Frizzoni sede del Comune di Bergamo, per chiedere la liberazione del giornalista Gabriele Del Grande fermato in Turchia. La mobilitazione è promossa da BgReport.

Gabriele Del Grande, giornalista, documentarista, regista del film Io sto con la sposa, fondatore dell’osservatorio sulle vittime dell’immigrazione Fortress Europe è trattenuto da 10 giorni in un centro di detenzione amministrativa in Turchia. Del Grande è stato fermato nella provincia di Hatay, al confine con la Siria, zona in cui – secondo le autorità turche – non è consentito l’accesso.
Il reporter si trovava lì per raccogliere materiale per realizzare un nuovo libro, una raccolta di testimonianze di profughi siriani per ricostruire, attraverso il loro racconto, la guerra in Siria e la nascita dell’Isis.

È trattenuto in carcere in un Paese in cui è in corso una forte stretta repressiva a scapito di tutti, dalle minoranze agli oppositori politici.
Solo da poco gli è stato concesso di telefonare alla sua compagna, a cui ha annunciato l’inizio di uno sciopero della fame perché gli siano garantiti il più elementari diritti: dalla formalizzazione dell’accusa per cui viene trattenuto, alla nomina di un avvocato, alla possibilità di comunicare con l’esterno.

Dice Gabriele: “Sto parlando con quattro poliziotti che mi guardano e ascoltano. Mi hanno fermato al confine, e dopo avermi tenuto nel centro di identificazione e di espulsione di Hatay, sono stato trasferito a Mugla, sempre in un centro di identificazione ed espulsione, in isolamento. I miei documenti sono in regola, ma non mi è permesso di nominare un avvocato, né mi è dato sapere quando finirà questo fermo. Sto bene, non mi è stato torto un capello ma non posso telefonare, hanno sequestrato il mio telefono e le mie cose, sebbene non mi venga contestato nessun reato. La ragione del fermo è legata al contenuto del mio lavoro. Ho subito ripetuti interrogatori al riguardo. Ho potuto telefonare solo dopo giorni di protesta. Non mi è stato detto che le autorità italiane volevano mettersi in contatto con me. Da stasera entrerò in sciopero della fame e invito tutti a mobilitarsi per chiedere che vengano rispettati i miei diritti”.

Gabriele è solo uno dei centinaia di giornalisti detenuti in Turchia, la cui colpa è stata quella di informare la popolazione di ciò che accadeva nel Paese, al di fuori della propaganda di Erdogan. Nelle carceri turche migliaia sono gli oppositori politici al regime, “colpevoli” di aver espresso la loro opinione, organizzato manifestazioni o, semplicemente, portato avanti il proprio lavoro senza voler collaborare.

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