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Omofobia sul giornalino scolastico: ma di quale libertà parliamo?

Agghiaccianti le parole buttate in pasto alla carta: la reazione emotiva incontrollata di una ragazza che si scaglia contro una sua compagna omosessuale che su quelle stesse pagine si era raccontata.

Qualche giorno fa la pagina Facebook Unione degli Studenti Bergamo ha pubblicato le foto di tre articoli del giornale scolastico del liceo Secco Suardo, Print Freud, contro l’aborto, i contraccettivi e gli omosessuali.

La confusione mediatica che si è immediatamente sollevata ha inevitabilmente distorto parte della storia e per questo motivo è giusto contestualizzare il modus operandi di Print Freud, che si impegna a «proporre un giornalino il più partecipato possibile, che rend[a] gli studenti protagonisti dando loro spunti critici i riflessione e lanciando delle provocazioni in grado di smuoverli e di portarli a voler dire la loro a proposito dei temi trattati».

A quanto pare, l’intento del giornale è di lasciare spazio in un numero a una tematica e, per par condicio, dare spazio di replica in quello successivo. Non c’è nulla di sbagliato in tutto ciò, che anzi è encomiabile.

Non dovrebbe esserci nulla che susciti la nostra indignazione nel sostenere una posizione contraria all’aborto, nel corso del tempo sostenuta da figure competenti come Pierpaolo Pasolini. Non si tratterebbe nemmeno dell’articolo contro i contraccettivi, se non fosse per il titolo: «Andando contro natura, si muore». La replica è un commento spontaneo e irriverente: alla fine andando sia «contro natura» che «secondo natura» crepiamo tutti lo stesso, alla faccia dei profilattici. Anzi, potremmo dire che usandoli ci divertiremmo un po’ di più, ma non siamo a discutere della felicità.

È l’ultimo pezzo che per certi tratti è agghiacciante.

Quelle parole buttate in pasto alla carta sono la reazione emotiva incontrollata di una ragazza che si scaglia contro una sua compagna omosessuale che su quelle stesse pagine si era raccontata. Se da un lato i due articoli precedenti avevano un rigore argomentativo, questo è viscerale, emotivo e privo di una qualsiasi struttura logica. «Nasciamo o XX o XY, non c’è un gene difettoso che può cambiarlo […]. Il fatto che si parli in tutta tranquillità di quella che è la propaganda LGBT è allucinante […] Più che un percorso, è un lavaggio del cervello!».

E poi l’articolo è anonimo. Esattamente: non vi è alcuna assunzione di responsabilità.

Il preside dell’istituto, il professor Luciano Mastrorocco, ha dichiarato a Bergamonews che «Il giornale della scuola dovrebbe essere scevro da censure di ogni tipo […] giornalino che, al contrario, privilegia l’assoluta libertà degli studenti partendo dal presupposto che non esistono primazie di pensiero».

Parlare oggi di libertà di espressione, o più in generale di libertà, è contraddittorio. Per quanto si possa effettivamente “essere liberi di fare ciò che vuole”, ciò non implica la possibilità di declinare il peso delle proprie responsabilità per il semplice fatto di essersi dichiarati tali. Sebbene la libertà possa essere totale, non è assoluta – nel senso di ab-soluta: sciolta da ogni altro vincolo.

In linea teorica potremmo essere tutti liberi, tuttavia questa libertà totale e potenziale è notevolmente (e giustamente!) circoscritta da una lunga serie di ragioni etiche, giuridiche e sociali. Non esiste alcuna libertà assoluta: esiste solo il dovere di agire all’interno delle norme, necessarie perché rappresentano le fondamenta di ogni relazione che si instaura tra due o più individui.

Non pretendo di risolvere il dibattito della censura, ma c’è solo una regola che è di buon senso e che si applica al singolo ancora prima della società: parlare solo quando si è competenti. Il rispetto delle regole non è una censura: sostenere che il proprio giornale sia «scevro da ogni censura» è un sofisma vuoto, perché le regole vengono prima della libertà e la censura dopo.

Addentrarsi nel tema dell’omosessualità con un insieme di conoscenze pari a quello dell’anonima autrice sarà sì (a malapena) accettabile in un contesto di «chiacchiere da bar», ma non è ammissibile in un giornale scolastico. Sarebbe accettabile se la premessa a tutto il discorso fosse: «Posso sbagliarmi». Sarebbe accettabile se fosse un testo argomentativo, perché le argomentazioni si possono confutare, i discorsi concitati no. Sarebbe accettabile se fosse firmato, perché la mancata assunzione di responsabilità è vigliaccheria ed equivale a un’ammissione di colpa: significa privare gli altri del diritto alla replica, quello sì inviolabile e sacrosanto, e alla possibilità di essere smentiti. Insomma, vuol dire lanciare la pietra e nascondere la mano.

La scuola non deve esaltare la libertà degli studenti: deve formare degli individui e insegnare loro il valore delle competenze e il pensiero critico. Invocare «la libertà assoluta degli studenti» è un semplicismo diseducativo, perché si ha il diritto di esprimere qualunque idea solo nel momento in cui si può farlo nella maniera corretta. L’educazione, tra le tante cose, è l’unico processo di acquisizione di questi strumenti e in quanto tale deve essere obbligatorio. È questa la priorità del professor Mastrorocco, perché dire qualunque cosa che ci passa per la testa non significa essere liberi, ma irrispettosi.

E non parlatemi della tolleranza, perché vale lo stesso discorso della libertà di espressione. La tolleranza è un fondamento imprescindibile della vita comune: non significa sopportazione, bensì rispetto della diversità. Non è un concetto che cade in contraddizione: non ha senso dire «Tollera la mia intolleranza», perché nel momento in cui un individuo è intollerante è automaticamente fuori dal gioco. Per questo motivo è permesso indignarsi di fronte a un qualunque articolo scritto come sopra. Per questo motivo è un diritto e un dovere spiegare il vero significato della parola tolleranza: non una scusa, bensì la più grande forma di rispetto.

E comunque Voltaire non ha mai detto che «Non sono d’accordo con te ma darei la vita perché tu lo possa dire».

 

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