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Grande Guerra, Pillola 119: la battaglia d’arresto e la resistenza del Monte Grappa

Nell’imminenza del Natale, l’offensiva venne sospesa e la battaglia iniziata a Caporetto, finalmente, terminò: la guerra sarebbe stata ancora lunga e con momenti di grave pericolo per l’Italia, ma il momento critico era passato.

Già in altre circostanze, in quest’opera, ci è capitato di spiegare come un’offensiva abbia, tutto sommato, un andamento naturale, che assomiglia alle dinamiche di un’ondata che giunga su di una spiaggia: all’inizio, è molto rapida e violenta e, poi, inevitabilmente, perde progressivamente la propria energia cinetica, rallentando fino a fermarsi. In certi casi, l’avversario è in grado di contrattaccare e l’onda si ritrae, in altri lo sfondamento diventa decisivo e risolve strategicamente la guerra: nel caso di Caporetto, invece, agli attaccanti mancarono le forze per un ultima rottura del fronte, mentre i difensori non erano certo in grado di allestire controffensive, così si pervenne ad un punto morto, con i due eserciti a fronteggiarsi dalle opposte rive del Piave, fino all’ultima offensiva austroungarica del 15 giugno del 1918.

Molto si è detto sul valore dei difensori italiani che, contro ogni previsione, perfino dei propri comandanti, resistettero bravamente, tra l’Adriatico e il massiccio del Grappa; molto si è detto anche sui “Ragazzi del ‘99”, reclute diciottenni, mandate in linea a rinsanguare i reparti, il cui apporto fu assai importante per la resistenza italiana, anche dal punto di vista psicologico: poco, per converso, si dice riguardo alle cause tecniche della vittoriosa battaglia d’arresto, che, senza nulla togliere all’eroismo degli italiani, possono ridimensionare il “miracolo del Piave”, restituendogli una normalità militare che la mitologia patriottica ha un po’oscurato.

Esattamente come nel caso della sconfitta di Caporetto, anche in quello della battaglia d’arresto, infatti, esistono ragioni spiegabilissime per ricondurre nell’alveo della scienza storica degli episodi altrimenti circondati da un’aura mistico-magica, a cento anni dai fatti piuttosto ridicola. Per cominciare, l’impegno germanico era a scadenza: a dicembre, le truppe tedesche sarebbero state ritirate dal fronte italiano, per alimentare la gigantesca offensiva primaverile su quello occidentale, nota come Kaiserschlacht. Perciò, di fatto, la situazione tra Grappa e Piave avrebbe dovuto essere sbloccata entro quella data, pena la sospensione dell’offensiva.

Tuttavia, la 14a armata, nonostante l’enorme entusiasmo delle truppe e l’incredibile successo ottenuto, stava indebolendosi progressivamente, nel corso della rapidissima avanzata verso sud: inevitabilmente, le batterie pesanti, le munizioni, i rifornimenti, si muovevano più lentamente rispetto alla fanterie d’assalto, e le stazioni ferroviarie, le basi di partenza e i depositi distavano, ormai, centinaia di chilometri dalla prima linea. Ecco che faceva capolino, come sempre, la questione logistica: tanto più un’offensiva penetri in territorio avversario, quanto più i problemi legati alla logistica aumenteranno inevitabilmente. Dall’altra parte, l’esercito italiano mise in campo, sulla scorta della durissima esperienza patita, alcuni cambiamenti fondamentali: soprattutto, fu utilissima alla difesa la sostanziale astensione del comando supremo da qualunque iniziativa, lasciando finalmente autonomia decisionale ai comandanti subalterni, che avevano il reale polso della situazione.

Ne derivò l’adozione di una difesa elastica, basata, un po’ secondo lo stile di Boroevič, su rapidi e violenti contrattacchi, che si dimostrò assai efficace. Inoltre, le mutate condizioni del fronte, se sfavorivano logisticamente gli attaccanti, adesso favorivano specularmente i difensori, che combattevano vicino alle proprie basi ed erano ben riforniti dalle ferrovie e dalle vie di comunicazione. L’11 novembre, l’arciduca Eugenio ordinò alle truppe che provenivano dall’Isonzo di passare all’offensiva sul Piave e sul Grappa, con per obbiettivi Venezia (Basso Piave) e Bassano (Tra Piave e Brenta). Mentre sul medio Piave, a Vidor, a nord del Montello, veniva semplicemente rinforzata la testa di ponte austro-tedesca, a sud del Montello, verso le Grave di Papadopoli e, più verso il mare, a Caposile e a Cortellazzo, l’impianto difensivo velocemente imbastito dagli italiani rischiò seriamente di cedere.

Diaz, seguendo il piano stilato da Cadorna, aveva schierato la 3a armata sul basso Piave, l’8a sul Montello, la 4a a cavallo della linea del Grappa e la 6a sugli altipiani, con, in riserva la 9a, intorno a Castelfranco Veneto. Sembrerebbe una forza poderosa, ma, di fatto, si trattava di 35 divisioni contro le 55 avversarie, senza contare i fattori psicologici e quelli tecnici. La prima fase della difesa, necessariamente, fu piuttosto confusa e reparti assai eterogenei combatterono duramente, per respingere i tentativi austro-tedeschi di stabilire ulteriori teste di ponte oltre il Piave: reduci dell’Isonzo e reclute diciottenni combatterono disperatamente, riuscendo a fermare le incursioni più pericolose a Molino della Sega, a Salettuol, a Fagarè e verso il mare. Il 17 novembre, le teste di ponte erano, in pratica, state eliminate.

Le difese italiane sul Grappa potevano godere di un’efficace fortificazione fissa, che faceva perno sulle cannoniere della nave del Grappa, che, in seguito, si sarebbero trasformate nella poderosa galleria Vittorio Emanuele/Gavioli, che assicurò agli italiani la difesa del massiccio, oltre che della preziosissima “Strada Cadorna”, che, in 23 chilometri, collegava la cima alla pianura.

Infine, bisogna considerare il fattore umano: sul Grappa e sul Piave gli italiani combattevano per difendere la propria terra e non per conquistare dei territori e questo diede, tanto ai veterani quanto ai “Ragazzi del ‘99” una carica combattiva notevolissima.

Dopo queste necessarie considerazioni, veniamo, però, alla battaglia d’arresto vera e propria, che, come vedremo, interessò il gruppo Krauss (3a Edelweiss, 22a Schűtzen, 55a austroungarica e la germanica Jäger): fin dal 13 novembre, la massa d’urto austro-tedesca, che puntava verso Bassano, incontrò la tenace resistenza degli alpini italiani che, dal Roncone al Tomatico, combatterono con grande accanimento. Due giorni dopo, il fronte venne spostato sulla linea Cismon del Grappa-Prassolan-Solaroli-Fontanasecca-Piave e, il 16 novembre, gli attaccanti occuparono Quero.

La resistenza italiana, però si faceva sempre più robusta e nuovi reparti (alcuni provenienti da Caporetto) accorrevano in prima linea: i difensori tennero duro sul Pertica, sul Monfenera, sul Tomba, indietreggiando solo a fondovalle, dove venne perso il paese di Alano. Intanto, il generale Di Robilant potè schierare sul massiccio del Grappa una notevole forza difensiva, composta dal XXVII, dal XXVIII, dal IX e dal VI CdA, che si preparò a rintuzzare il prevedibile tentativo finale di sfondamento da parte delle truppe autro-tedesche.

Il 20 novembre, von Below ordinò di passare decisamente all’offensiva, con l’obbiettivo di spezzare la linea del Grappa e dilagare nella pianura vicentina: tuttavia, le divisioni che mossero all’attacco poterono conquistare soltanto qualche lembo di terreno a fondovalle e il monte Fontanasecca. Gli italiani resistettero sulle cime che, oggi, sono famose: lo Spinoncia, il Monfenera, il Tomba, i Solaroli, col della Berretta. Tre giorni dopo si combattè ferocemente sul Pertica, perso e ripreso molte volte da entrambi i contendenti, fino alla sua conquista da parte austro-tedesca: anche il Tomba venne conquistato dagli attaccanti, e venne, in seguito riconquistato da un attacco degli Chasseurs des Alpes francesi.

Con un ultimo attacco al col della Berretta, respinto dagli italiani, in pratica si concluse la primissima battaglia d’arresto. Il monte Grappa aveva resistito: alcune cime dei Solaroli, il Fontanasecca, il Pertica, il Tomba erano caduti in mano avversaria, ma l’onda di piena partita da Caporetto si era, finalmente, fermata. Prima del definitivo ritiro delle truppe germaniche, gli austroungarici fecero un ulteriore tentativo di passare, attaccando sugli altipiani, il 4 dicembre, sul Grappa due giorni dopo e, infine, il 23 dicembre sul Piave: i soli risultati positivi furono la conquista del Valbella e di Col del Rosso, nel settore di Asiago, e la creazione di una testa di ponte a Zenson, sul Piave.

Nell’imminenza del Natale, l’offensiva venne sospesa e la battaglia iniziata a Caporetto, finalmente, terminò. La guerra sarebbe stata ancora lunga e con momenti di grave pericolo per l’Italia, ma il momento critico era passato. Nelle retrovie ci si stava riorganizzando, l’industria lavorava a pieno regime per sostituire le armi perdute nello sfondamento e nella ritirata, forze nuove affluivano verso il fronte e, soprattutto, la nazione aveva dato un potente segnale di rinascita. Come si diceva alla fine del capitolo precedente, adesso iniziava un’altra guerra.

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