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Ginevra, libera dall’anoressia: “Ragazze, non abbiate paura di parlarne ai vostri cari”

Ginevra, dopo aver letto la testimonianza di Anna su BGY, ha deciso di raccontare la sua lotta contro "la melma sudicia" dell'anoressia per cercare di spronare le ragazze come lei a parlarne con i propri cari e trovare un aiuto

Nel leggere la testimonianza di Anna (LEGGI QUI) la mia mente ha cominciato a ricordare un passato che avrei preferito rimanesse chiuso a chiave in un angolo della mia testa.
E invece certi ricordi e certe esperienze le vivi in modo così inteso e totalizzante che basta un niente per riuscire quasi a riprovare la stessa angoscia.
Sì, perché di angoscia si tratta quando parliamo di anoressia.
Non so ancora quale sia stato il motivo che ha fatto scattare quel tarlo nella mia testa ed è normale perché i fattori sono stati molti.

Ero solo una ragazzina di 13/14 anni (l’età tipica in cui di solito si scatena questo tipo di disturbo) quando sono stata risucchiata in questo vortice.
Tante cose insieme: la scuola, la competizione con le mie amiche, i ragazzi, i cambiamenti che il tuo corpo subisce, la mancanza di autostima e il bisogno di “eccellere” in qualcosa sono solo alcuni degli ingredienti di questa pozione velenosa.
Quattro anni circa è durato questo inferno. Quattro anni cupi e bui di cui ricordo questa costante sensazione di ansia e di inadeguatezza.

Un chiodo fisso: il cibo. Quanto ne mangiavo, come dovevo smaltirlo. Sempre uguale, sempre martellante nella testa. Non uno sgarro, non un cedimento. Ero io che mi costruivo attorno la mia stessa prigione, ogni giorno con muri più spessi e più alti, ogni giorno più difficile da evadere.
All’inizio le persone fanno fatica ad accorgersene, non attribuiscono un carattere maniacale ad un atteggiamento che, ad occhi poco esperti, può sembrare “normale”. Quando poi alla perdita di peso si abbinano rigidità estrema, introversione, tensione, aggressività, asocialità.. a quel punto chi ti sta intorno qualcosa capisce. Io ho sempre cercato di nascondermi il più possibile evitando situazioni che potevano mettermi in crisi e con la mia famiglia ho negato fino all’ultimo.

Io non volevo saperne di farmi curare, continuavo a negare qualsivoglia problema ed è stato difficilissimo doverlo ammettere e accettare le cure. A differenza di Anna io non ho sempre trovato amore e disponibilità in questi centri di aiuto, chiamiamoli così.
Odiavo andarci, odiavo mettere a nudo la mia malattia, le mie fissazioni, le mie debolezze. Avrei solo voluto che mi lasciassero in pace. Ho cambiato tantissimi medici perché nessuno riusciva a tirarmi fuori da questo tunnel, nessuno riusciva davvero ad entrare in sintonia con me. So che sono professionisti, ma credo che in questi casi dove i pazienti sono spesso riluttanti a farsi aiutare tanti medici dimenticano che prima di tutto dovrebbero instaurare un rapporto di fiducia. Spesso mi sono sentita come una cavia da laboratorio.
Infatti, ogni volta ci ricascavo (o rifiutavo proprio di uscirne) come se questo sentirsi a disagio fosse stato un bozzolo comodo e accogliente.

Ed è questo ciò che rende questa malattia difficilissima (spesso impossibile) da curare: chi ne è affetto sta malissimo, ma in quella melma sudicia ormai ha trovato il suo conforto e una certa forma di sicurezza. Ed è orribile se ci pensate perché viviamo in un brodo putrido in cui però abbiamo imparato a nuotare bene.
Credo, in fondo, che chi davvero ha una famiglia o degli amici alle spalle con cui si può confidare e da cui può avere un conforto reale, solo lì può uscirne. Altrimenti, secondo me, non ne uscirebbe nessuno. Certo, poi c’è chi acquisisce una “forma cronica”, per così dire, quindi rimane in questa condizione senza guarirne ma senza mai arrivare alle conseguenze peggiori.
Tra tutti i numerosi centri e dottori con cui ho avuto a che fare in quegli anni, molte poche volte ho incontrato ragazze che spontaneamente avevano chiesto aiuto. La stragrande maggioranza viene mandata dalla propria famiglia e tante lo fanno controvoglia.

Se posso dire la mia in merito, purtroppo l’anoressia (come la bulimia) non spariscono mai per davvero. C’è sempre in fondo a te una bomba ad orologeria, pronta a esplodere se tocchi nel punto sbagliato.
Io però, che ne sono uscita da qualche anno ormai, sono infinitamente grata ai miei genitori che non hanno mai mollato (perché vi assicuro che è un percorso durissimo e faticoso), nonostante momenti in cui temevano che non ne sarei mai uscita. Hanno avuto fiducia e perseveranza e questo ci ha premiati tutti.

La realtà è che disturbi come questi bisogna saperli riconoscere e spesso avere a che fare con “malati” riluttanti a farsi curare. Quindi, oltre che appellarsi ai diretti interessati, io mi appellerei a tutti quelli che riconoscono certe sintomatiche in qualcuno di caro: non abbiate paura a parlarne, preparatevi ad una strenua resistenza e ad un percorso doloroso, spesso senza fine. Purtroppo queste sono malattie che non possono essere debellate radicalmente perché le cause sono sempre diverse da persona a persona. C’è solo da sperare che chi ne è affetto abbia una parte preponderante dentro di sé che voglia lottare, persone a cui aggrapparsi e professionisti che davvero si prendano a cuore la sua situazione.

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