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Esordi, temi complessi e drammi: il coraggio del 35° Bergamo Film Meeting

La nostra Paola Suardi traccia un bilancio della 35ª edizione del Bergamo Film Meeting che ha dato spazio a molti esordi, drammi e temi complessi. Con un monito che arriva dal verdetto del pubblico...

Si è conclusa la 35ª edizione del Bergamo Film Meeting con l’ormai consueto passaggio di testimone al Bergamo Jazz Festival. Una volta di più un BFM ricco di pellicole, rassegne e approfondimenti, attento a tutti i gusti cinefili, estremamente vario, con proposte che hanno spaziato dal cinema all’animazione, all’arte contemporanea, alle mostre di costumi, agli incontri con gli autori, utilizzando diversi contenitori cittadini.

Quest’anno anche il teatro Donizetti, per la memorabile inaugurazione del Festival con l’incantevole “Amadeus”, director’s cut, di Milos Forman. Una proposta di grande qualità. Ma di questo si è detto ampiamente, come dell’afflusso costante di pubblico, a tutte le ore, particolarmente importante – Auditorium sempre pienissimo – alle proiezioni dei film in concorso. Per sette giorni la coda di spettatori si è snodata per metri in Piazza della Libertà.

Questo pubblico così assiduo, e certo orientato verso un cinema d’autore che ben poco concede alle modalità espressive del cinema “commerciale”, ha assistito per una settimana a una serie di pellicole che hanno ruotato perlopiù attorno a temi di emarginazione sociale e solitudine. Una settimana “coraggiosa”, verrebbe da dire, per chi siede in platea e tutte le sere si espone a una selezione che predilige pellicole dai contenuti complessi, che alla commedia preferisce senz’altro il dramma, tempi dilatati e modalità narrative non facili.

Su sette film, tutte regie giovani, ben cinque erano esordi nel lungometraggio e quattro erano incentrate su figure femminili. Come la vicenda di Marja, l’emigrata ucraina spregiudicata e determinata a sbarcare il lunario pur di avviare un salone da parrucchiera; Alba, l’adolescente che vive con la madre malata terminale e poi in condizioni di miseria con il padre che non vedeva da anni, e intanto cresce tra tanti turbamenti; Aurore e Marine, giovani soldatesse francesi al ritorno dall’Afghanistan, scioccate dalla guerra e dal reinserimento nella normalità; Ania e Kasia, afflitte da giornate tutte uguali, senza apparente futuro, e da situazioni familiari precarie.

Storie inequivocabilmente tristi insomma, intrise di realismo, disagio, solitudine. Non fa eccezione “Waldestille” dove il marito ubriaco che uccide la moglie in un incidente stradale va in prigione e quando esce cerca di riavvicinarsi alla figlia.

In questo panorama di desolazione si staccano il film danese “Jatte” – che è pur sempre la storia affatto amena di un uomo dal cranio e dal viso deforme fin dalla nascita, rifiutato dalla madre che impazzisce! – e il francese “Toril” che cuce il disagio di debiti e tentativi di suicidio (non facciamoci mancare i problemi neppure qui…) in una gangster story che è sostanzialmente un film d’azione, un thriller.

Ebbene, il pubblico tenace e raffinato del BFM ha assegnato il primo premio proprio a “Toril” e il secondo a “Jatte”. Crediamo sia stato riconosciuto al primo un impianto dallo sviluppo narrativo limpido, inserito in un genere noto – la gangster story – sorretto da una fotografia e un montaggio di qualità, oltre che da una buona recitazione; dove lo spettatore si trova confortato da immagini che sono metafore inequivocabili (e sì, anche scontate a volte, ma è pur sempre un’opera prima) come il torello marchiato a fuoco proprio quando il protagonista chiede aiuto al boss locale, il fuoco finale che segnala dolore e catarsi al tempo stesso, la corrida iniziale metafora di una vita dove tutti fuggono in modo scomposto di fronte al Toro, la bestia nera che ognuno incontra prima o poi.

Di “Jatte” crediamo sia piaciuta invece la capacità di accostare al registro realistico quello onirico-psicologico che rompe la prosaicità del quotidiano introducendo l’ironia. Lo straniamento e la diversità eclatante del protagonista, l’emarginazione che va e viene come un elastico, l’osservazione di questo essere menomato nella parola, nella vista, nel movimento, dall’aspetto ributtante, divengono cartina tornasole per misurare dinamiche sociali e relazionali in modo originale. Lo stesso vale per il rapporto simbiotico, seppure a distanza, con la madre pazza. Rikard è un “gigante”, rappresentato magnificamente dal regista, un essere diverso che dove passa lascia il segno e tutto fa vibrare. Nel seguire la sua storia, animata tra l’altro dalla competizione ai Campionati Nordici di bocce, abbiamo fatto il tifo per Rikard e ci siamo dimenticati del suo aspetto, illudendoci che fosse un po’ un cartone animato, e quando non si è più rialzato il regista ci ha condotto lievemente nella terra dei Giganti.

Il pubblico è uscito dalla sala sollevato e non oppresso.

Lungi dal fare analisi superficiali, parrebbe un monito agli altri registi e anche ai selezionatori del BFM: va bene presentare la cruda realtà, va bene toccare con mano i problemi, ma lo scatto autoriale di qualità è quello che dà un senso al ritratto della sofferenza e per questo non si dimentica.

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