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Cinquant’anni senza Luigi Tenco, un mito della musica avvolto nel mistero

Jussin Franchina, classe 1987, ci racconta con tanto di dettagli le ultime ore prima della morte dell'artista piemontese. E quelle indagini che ancora oggi non sembrano aver detto con chiarezza com ha perso la vita il cantautore

Se fosse nato negli Stati Uniti o anche soltanto in Inghilterra o in Francia, Luigi Tenco sarebbe stato sicuramente una star. Perché era bello, dotato di un fascino tenebroso e maledetto e soprattutto perché era bravo, un genio e un poeta. Ed era contro, sempre inquieto e sempre insoddisfatto.

Invece, Luigi Tenco nasce il 21 marzo 1938 a Cassine, in provincia di Alessandria, in un’Italia ancora quasi ignara del ’68 in arrivo e che gli aveva decretato a fatica un successo di culto, culto fragile e molto tormentato, proprio come lui. Tenco infatti scrive canzoni bellissime, che affrontano tantissimi temi, dall’amore, alla politica, alla vita, all’esistenza e sono brani inquieti e tormentati, di una malinconia disperata e anche di un’ironia graffiante. Per esempio, scrive “Vedrai vedrai” che è dedicata a sua madre, però potrebbe anche essere dedicata a una donna, a una moglie, a un’amante o a qualsiasi persona, per chiunque, ed è una canzone che allo stesso tempo riesce ad essere una canzone di speranza “vedrai vedrai” e di disperazione.

Ma cosa succede a Luigi Tenco? Perché è un mistero e perché racconto la sua storia?

Perché muore in circostanze che a lungo sono state considerate misteriose anche se forse il vero mistero è lui. Intanto, quando muore e dove muore è già molto particolare.

Luigi Tenco

Luigi Tenco muore la notte tra il 26 e il 27 febbraio del 1967 a Sanremo, Sanremo quello del Festival, e infatti muore proprio durante il Festival di Sanremo. A trovarlo, nella stanza 219 dell’Hotel Savoy, è un’altra cantante francese molto nota, Dalida, che quella sera assieme a lui, aveva cantato la canzone che portavano in gara al Festival di Sanremo, “Ciao amore ciao”. Sono passate da poco le due di notte e Dalida è andata in camera di Tenco a vedere come sta perché la loro canzone è stata eliminata dalla giuria del Festival e lui, Luigi, sembra averla presa veramente molto male. La porta è socchiusa, ci sono le chiavi ancora fuori nella serratura. Dalida la apre e vede Luigi Tenco steso a terra. Allora si attacca al telefono per chiamare aiuto, abbraccia Tenco e si mette ad urlare e quando arriva gente corre fuori dalla stanza con i vestiti sporchi di sangue.

C’è Lucio Dalla che sta nella camera vicina, scende nella hall dell’albergo ed è il primo a raccontare a tutti che è successo qualcosa a Tenco. Ma che cosa è successo a Luigi Tenco?

Il commissario Arrigo Molinari del commissariato di Sanremo arriva verso le tre del mattino, assieme ad alcuni agenti e naturalmente anche al medico legale. “Tenco è morto per un colpo di pistola alla testa ed è evidente”, scrive il commissario Molinari nella sua relazione, “la posizione assunta dal cadavere come conseguenza di ferita d’arma da fuoco a scopo suicida”.

L’arma da fuoco c’è, è lì vicino, è una piccola Walther PPK calibro 765 e poi c’è anche un biglietto su un tavolino, scritto su una carta intestata dell’albergo. La calligrafia viene
riconosciuta come quella di Tenco. Le parole sopra sono proprio le parole di un suicida:

“Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita.
Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda ‘Io, tu e le rose’ in finale e ad una commissione che seleziona ‘La rivoluzione’. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi”.
(“Io, tu e le rose” è una canzone di Orietta Berti e “La rivoluzione” è una canzone di Gianni Pettenati e sono state selezionate al Festival di Sanremo quando la canzone di Tenco è stata eliminata)

E’ un caso molto chiaro, è un caso di suicidio. Il 24 giugno di quell’anno la Procura chiude ufficialmente l’inchiesta: Luigi Tenco si è suicidato.

Ma è vero? Forse sì, anzi probabilmente sì, però ci sono molte cose che non tornano nelle ultime ore della vita di Tenco e ci sono molti dubbi che hanno continuato a frullare nella testa di molta gente.

Luigi Tenco

Quella sera al Festival Tenco è dietro le quinte, terrorizzato perché ha sempre avuto la fobia del pubblico. Una dose di Fenobarbital, un barbiturico che fino agli anni ’70 era un farmaco di riferimento per il trattamento dell’ansia, poi un’intera bottiglia di grappa di pere e poi anche la spinta proprio fisica di Mike Bongiorno che conduce il Festival, riescono a farlo uscire da dietro le quinte. Canta la sua canzone e la canta male, donando al pubblico del Festival un’esecuzione disastrosa: stona, sembra che non riesca ad andare a tempo, nelle parti più lunghe da sostenere vocalmente non arriva bene e negli stacchi musicali la sua voce è in ritardo. “Ciao amore ciao” prende solo 38 voti sui 900 della giuria popolare e la commissione artistica del Festival composta da Ugo Zatterin, Lello Bersani, Gianni Ravera e Lino Procacci che aveva il potere di ripescare una canzone, opta per “La rivoluzione” cantata da Gianni Pettenati.

Luigi Tenco e Dalida sono fuori dal 17° Festival di Sanremo.

Tenco la prende malissimo, tratta male tutti e guida come un pazzo fino all’albergo perché a cena con Dalida e gli altri non ci vuole andare. In camera telefona a Valeria, che è una ragazza che ama da sempre, anche se i rotocalchi lo danno fidanzato con Dalida, però è una cosa che serve soltanto a vendere canzoni; si sfoga con lei, con Valeria, dice che l’indomani convocherà una conferenza stampa per protestare e che compreranno un casolare in campagna e vivranno assieme, avranno un figlio.

E’ l’una e trenta. Poco più di mezz’ora dopo Dalida arriva e lo trova a terra, morto.

Ci sta che Tenco si sia suicidato, uno come Tenco così inquieto, insoddisfatto, contraddittorio, insomma un ribelle, un cantautore impegnato che anticipa i temi del ’68 e che allo stesso tempo si ritrova a Sanremo ad inseguire il sogno di una popolarità da star, prigioniero delle logiche commerciali delle case discografiche; uno che ama Valeria ma è innamorato di Dalida allo stesso tempo, che è stanco, pieno di ansiolitici e alcol e ha appena subito una delusione frustrante; insomma, uno come lui, capace di scrivere canzoni di una disperazione esistenziale bellissima e insopportabile come un giorno dopo l’altro, se si spara, non è certo per il Festival. Ma per un’ideale tormentato, una crisi esistenziale, un suicidio filosofico, ecco. Come già accaduto a molti poeti, a molti scrittori e anche a moltissimi musicisti.

E allora che cos’è che fa acqua nella morte di Luigi Tenco? Fanno acqua le indagini ufficiali. Che non sono state impeccabili. Per esempio, ci sono le foto ufficiali che ritraggono Luigi Tenco steso sul pavimento della camera con i piedi infilati sotto un cassettone e la pistola accanto, quasi sotto al sedere. Ma non sono vere foto, non sono quelle le foto di Tenco: il corpo di Tenco era già in viaggio verso l’obitorio quando il commissario Molinari si accorge che l’ha fatto rimuovere prima dell’arrivo della Scientifica, così gli agenti lo riportano indietro, lo compongono com’era quando lo hanno trovato, esattamente così.

Già, ma come l’hanno trovato? I testimoni accorsi alle urla di Dalida hanno tutti una versione differente: “È per terra con il busto appoggiato al letto”, “È parallelo al letto con i piedi che sporgevano”, no, no, è parallelo al letto ma con la testa che sporgeva, addirittura “È seduto con i piedi sul pavimento”. E la pistola? “La pistola è in fondo alla stanza”, “No”, dice qualcuno “è sul comò”, “No, ce l’ha in mano”, “Ce l’ha tra le gambe” e anche “Ma quale pistola?”. Tutti dicono la Walther PPK che Tenco si portava dietro in quei giorni, però c’è un giornalista che dice di averla presa in mano quella pistola e prima di accorgersi che non avrebbe dovuto farlo e rimetterla a posto, si era accorto che si trattava di un’altra pistola, una Beretta calibro 22.

E Tenco poi, come si è sparato? Ha una ferita alla tempia destra e nessun altro foro visibile. Però è proprio da quella parte che è imbrattato di sangue di materia celebrale, come di solito avviene al foro di uscita di un proiettile. Vabbè, forse qualcuno ha fatto confusione.

Quando si è sparato? Anche l’ora della morte non è chiara. L’una e trenta e le due e trenta, oscilla in questo spazio di orario. Basterebbe chiedere conferma a chi ha sentito lo sparo, però quello sparo non l’ha sentito nessuno, né Lucio Dalla, né Sandro Ciotti e nemmeno gli altri che stavano nelle camere vicine. Certo, i testimoni possono sbagliarsi. Quella è una scena del delitto “contaminata” come si dice in gergo, c’era tanta gente, tanta gente disperata, sconvolta, gente non del mestiere, in una scena come quella è facile confondere le cose.

Luigi Tenco

Ci sarebbe un modo per sapere la verità fin da subito: fare il guanto di paraffina a Luigi Tenco per vedere se e come si è sparato, poi fargli l’autopsia ed estrarre il proiettile per una perizia balistica. Ma nessuno fa niente di tutto questo.

Beh, del resto è comprensibile, è un caso così chiaro, a tutti sembra così chiaro. E poi, come racconta lo stesso commissario Molinari, certe indagini costano: la Procura aveva già sforato il bilancio, quindi niente, stiamo alle apparenze: Tenco si è suicidato.

Certo che se non fosse un suicidio, se fosse un omicidio, ci vorrebbe un movente. E quale sarebbe? Chi non crede alla tesi del suicidio ne indica soprattutto due: uno, i soldi. Quel pomeriggio Luigi Tenco aveva vinto una bella somma alla roulette del Casinò, circa tre milioni di lire. Milioni di allora, che non sono mai stati trovati.

L’altro movente è l’amore. Luigi Tenco aveva una situazione sentimentale complicata ed era circondato da persone molto gelose. Diceva che era proprio per quello che si portava dietro la
Walther, perché era stato minacciato. Minacciato da qualcuno che si sentiva in pericolo nei suoi affetti e aveva paura.

Certo, uno non si ammazza così a caso, si ammazza perché ci sono dei motivi e uno come Tenco, un artista come lui, così geniale, così tormentato, così inquieto, un movente ce lo poteva avere per spingersi fino al suicidio. Era proprio il movente che può avere un idealista che si scontra contro la durezza della vita. Un poeta che pensa che potrà fare grandi cose, che magari potrà usare anche degli “strumenti pericolosi”, armi a doppio taglio, il Festival di Sanremo, un tipo di canzone che può essere commerciale ma arrivare dappertutto, la televisione, per esempio. E poi all’improvviso si accorge che no, non è vero. Sono tutti più forti di lui e se lui vuole diventare qualcuno, vuole diventare famoso, deve scendere a compromessi con se stesso. E lui, magari, questi compromessi, non li vuole fare.

Ufficialmente però un “mistero Tenco” non esiste, almeno dal punto di vista criminale. Nel 2006 il corpo è stato riesumato, è stata fatta l’autopsia, è stato ritrovato il proiettile e sono stati
anche ritrovati tutta una serie di indizi e di riscontri scientifici che fanno pensare che forse per davvero Tenco si è suicidato.

I misteri, però, anche quando non ci sono, anche quando sono soltanto misteri del cuore umano, vanno indagati fino in fondo con le indagini e col pensiero, con la riflessione, perché raccontano sempre qualcosa.

Il mistero del cuore umano di Tenco racconta un mistero che è il mistero di un artista, di un grande poeta, di un musicista geniale come era lui. Misteri come questo non si possono rimuovere, digerire in fretta. Come fece invece l’organizzazione del Festival di Sanremo con le parole di Mike Bongiorno, proprio il giorno dopo che Tenco si era suicidato: “Signori e signore, buonasera. Diamo inizio alla seconda serata con una nota di mestizia per il triste evento che ha colpito un valoroso rappresentante del mondo della canzone. Anche questa
sera per presentare le canzoni è con me Renata Mauro. Allora Renata, chi è il primo cantante di questa serata?”.

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