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“L’adozione, una forma d’amore indescrivibile: grazie ai genitori che ci hanno accolto”

Alex Volpi, classe 1989, ha intervistato dei giovani ragazzi adottati da famiglie bergamasche: "Il gesto che hanno fatto nei nostri confronti è la massima espressione della parola amore e dell'essere genitori"

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Lasciamo che sia la voce di chi vive e ha vissuto in prima persona quello di cui abbiamo parlato finora. Abbiamo chiesto ad alcuni ragazzi se fossero disposti a raccontarci la loro storia e hanno detto sì: Susha Volpi (del ’94), Suvarna Capelletti (del ’92) e suo fratello Vigey (dell’ ’88) sono nati in India. Caterina Gritti (del ’91) invece viene dalla Bolivia ed è stata adottata insieme a Pietro: sono gemelli. Artur Testa (dell’ ’87) è un ragazzo polacco e Caterina Perego (sempre dell’ ’87) arriva dal Brasile.

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A quanti anni siete stati adottati? Vi sentite effettivamente “ragazzi adottati”?
(Susha) “Dai, comincio io! Sono stata adottata che avevo 14 mesi; mi sento fortunatissima e italiana al 100%; tolto il colorino della pelle spesso nemmeno mi ricordo di essere indiana”.
(Vigey) “Io sono stato adottato all’età di 6 mesi: ho tutto e non mi posso lamentare. E’ come se fossi nato qui”.
(Suvarna) “Io invece sono stata adottata più grande, avevo 2 anni e mezzo”.
(Caterina G.) “Anche io e Pietro siamo stati adottati piccolissimi, a 5 mesi. Per quanto mi riguarda non mi sento per niente adottata, anzi, non saprei forse neanche distinguere tra ‘adottato’ o meno”.
(Artur) “Ecco, io ho un’esperienza un po’ diversa invece (interviene con un sorriso, ndr). Come sai sono stato adottato, se così si può dire, all’età di 15 anni: oggi non mi sento affatto così. Forse i primi mesi sono stati più ‘strani’ sì, ma non difficili. Alla fine si è trattato per me di cambiare totalmente vita”.
(Caterina P.) “Io sono stata adottata a 29 giorni dalla mia nascita! So che a Manaus, in Brasile, le suore del convento hanno convinto mia madre biologica a portare avanti la gravidanza, per poi lasciarmi in ospedale”.

Adozioni

Suvarna Capelletti, classe 1992, è nata in India

Artur, iniziamo con lei stavolta. Le va di raccontarci in breve la sua esperienza e dirci come si trova?
“Molto volentieri. In Polonia vivevamo in un paesino dove oltre alla tradizionale vita casa, scuola, lavoro, esiste anche quella dei campi e dell’allevamento. Ho due fratelli e due sorelle e tutti davamo una mano alla mamma e ai nonni. Mio padre biologico probabilmente non aveva capito quale fosse il vero ruolo di un padre; continue discussioni e liti portarono mia madre a divorziare. Intorno al 2000 lascia la macelleria in cui lavorava e diventa badante in Italia. In una cascina della bergamasca conobbe quello che oggi è mio padre, anzi ‘nostro’: quando mia madre e lui decisero di sposarsi noi figli ci siamo trovati davanti a un bivio, ossia rimanere in Polonia con i nonni oppure accettare una nuova vita in Italia. Scegliemmo ovviamente la seconda, e dopo tre estati di fila passate a conoscere i luoghi e soprattutto il nostro nuovo papà ci siamo trasferiti a Bariano nel 2002. Oggi siamo uniti e andiamo d’accordo; siamo una bella famiglia, che dopo anni di sacrifici sta finalmente raccogliendo le sue soddisfazioni”.

E voi, invece, cosa volete o potete dirci?
(Suvarna) “Fortunatamente mi sono trovata in una splendida famiglia che è sempre stata al mio fianco e non mi ha fatto mancare nulla. Credo che la stessa cosa valga per mio fratello”.(Vigey annuisce) “Anche a lui devo molto e so che può sembrare una frase banale ma… Penso sia indicativo pensare di regalare tutto il bene di questo mondo prima a lui che a te stessa. Siamo complici e complementari”.
(Caterina G.) “Per quanto mi riguarda mi sento fortunata ad aver trovato una famiglia che da sempre mi ha considerata una figlia naturale. Mi hanno accolto a braccia aperte e mi hanno supportato nelle scelte; i miei genitori non mi hanno mai nascosto nulla, anzi, a 9 anni abbiamo fatto una vacanza perché io e Pietro vedessimo il nostro luogo d’origine, così da capire ancora di più quanto valore ha la vita”.
(Susha) “Anche io non posso che ritenermi super fortunata: i miei genitori mi sostengono e hanno fatto enormi sacrifici. Siamo una bella famiglia, con normalissimi alti e bassi”.

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Susha Volpi, indiana classe 1994

Caterina (Perego, ndr.), sappiamo che ha sentimenti un po’ diversi invece, vero?
“Mia madre adottiva, che è a tutti gli effetti mia mamma, non riusciva ad avere figli, per cui insieme a mio papà hanno deciso di adottare. Ritengo che tutto ciò sia un grande segno di amore e desiderio di dare amore. Devo ai miei tutto: ciò che so di me e del mio passato lo so grazie a loro e all’aiuto di mia zia suora, che lavora a Manaus da 50 anni e che li ha avvertiti 29 anni fa della possibilità di adottarmi. Mio padre mi ha raccontato di essersi subito innamorato di me quando mi ha vista piccina, così come mia madre. Non ho avuto, credo, particolari conseguenze: ho sempre raccontato a tutti di essere stata adottata. Io sono figlia unica, ho ricevuto amore incondizionato e sì, lo ammetto, forse sono stata anche un po’ viziata (dice facendo l’occhiolino, ndr). Sarò però sincera: soffro ed ho sofferto per il mio abbandono. Probabilmente questo mi distingue da tante persone: mia madre ‘naturale’ che mi ha portato in grembo 9 mesi non mi ha voluto. Fino a che non ho parlato con una psicologa non mi sono resa conto di quanto dolore questa cosa mi avesse provocato. Nutro un forte rancore nei suoi confronti; mi dispiace ma io proprio non riesco a concepire una madre che si allontana da un figlio al momento del parto. Non ti nascondo che mi piacerebbe sapere il motivo di una scelta simile, ma nient’altro di più. Non desidero conoscerla e tanto meno incontrarla, non voglio sentir parlare di lei. Mi rendo conto che tanti non capiranno il mio punto di vista, ma io la detesto. Quando sarò madre magari cambierò idea, non lo so, ma adesso io provo soltanto rabbia nei suoi confronti, così come so di avere un amore infinito per la mia famiglia e i miei genitori”.

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Artur Testa, classe 1987, polacco di nascita

Se oggi vi fermaste un attimo a pensare, sentireste il richiamo delle vostre origini?
(Susha) “Anche i miei genitori nell’agosto del 2010 mi hanno mostrato l’India e i luoghi in cui sono nata. Ho capito quanto sia importante non dimenticare le proprie origini ma no, per quanto mi riguarda non sento affatto il richiamo della mia terra”.
(Vigey) “Idem; come dicevo prima è come se fossi nato qui quindi non mi pongo nemmeno il problema”.
(Suvarna) “Io invece ogni tanto mi fermo a pensare, come dici tu. Per pura curiosità immagino come sarebbe stata la mia vita se non fossi stata adottata; questo non perché mi manchi qualcosa, assolutamente, ma semplicemente viene naturale”.
(Caterina G.) “Guarda, non so Pietro ma io non sento alcuna curiosità nei confronti delle mie origini. No ho mai nemmeno avuto l’idea di fare ricerche circa il mio ‘mini passato’ là. Non so se mi spiego?”.
(Caterina P.) “Per quel che riguarda mia madre naturale ho già parlato. Circa le mie origini invece posso dire che sento un forte richiamo: non so bene come dire… La gente qui non è come la popolazione latina e brasiliana. Io sono espansiva ed estroversa, e questi tratti qui non li riscontro. Sono caratteristiche che vedo più tipiche della ‘mia’ popolazione; anche mia zia suora me l’ha confermato. A volte immagino di tornare, imparare e parlare il portoghese per relazionarmi con gente forse più simile a me nel carattere. Avverto una sorta di dualismo in me: per metà bergamasca e per metà brasiliana”.
(Artur) “Ammetto che quella scelta di fronte a quel bivio di cui ti parlavo prima non è stata per niente facile. Io 15 anni fa aveva appena iniziato a costruire il mio futuro in Polonia e più o meno all’improvviso ho dovuto abbandonare tutto e tutti. Durante le estati siamo tornati (e lo facciamo ancora ogni tanto) a trovare i nonni. Ogni volta è un’emozione forte, ma d’altro canto l’altra metà della mia vita l’ho trascorsa qui nella bergamasca e mi sento italiano a tutti gli effetti”.

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Caterina Perego, brasiliana classe 1987

Bene! Per finire: cosa pensate, quindi, dell’adozione?
(Suvarna) “Pensiamo sicuramente che sia un qualcosa di bellissimo; io, come mio fratello, credo sia una forma d’amore indescrivibile a cui tutti i bimbi avrebbero diritto. Oggi purtroppo a livello burocratico è diventato ancora più complesso ma vorrei tanto un giorno poter regalare anche io la mia stessa fortuna ad un bambino bisognoso di cure e amore”.
(Vigey) “Sono d’accordo con Suvy, alla fine cosa c’è di più bello che fare del bene a bambini meno fortunati e afflitti dalle piaghe dei paesi più poveri?”.
(Caterina P.) “Io ritengo sia comunque la massima espressione dell’essere genitori: vuole consapevolezza e amore. Un bimbo adottato è il frutto di un progetto di gioia che porta con sé un passato doloroso. E’ forse più desiderato di un bambino concepito, anche se so che può essere un’affermazione molto forte. I genitori adottivi fanno un viaggio verso l’ignoto ma con qualcosa di magico. L’idea di due realtà che si incontrano e un amore incredibile per un piccolo estraneo mi commuovono”.
(Susha) “Anche io penso che l’adozione sia una cosa bellissima, e spero davvero che tempistiche e burocrazia possano cambiare e migliorare. Servono e sono fondamentali, nessuno lo nega, ma le attese e le difficoltà stanno diventano forse troppo troppo pesanti da affrontare”.
(Artur) “Io a livello burocratico ed istituzionale non sono molto informato, e la mia storia è diversa dalla loro. Però a livello personale credo che il sistema delle adozioni sia fantastico. Permette ad un ragazzo o un bambino di condurre una vita migliore; consente ad un figlio di poter crescere ed imparare affiancato da una figura paterna e materna, cosa che altrimenti non sarebbe stato possibile”.
(Caterina G.) “L’adozione è una grande opportunità non solo per il bambino ma anche per i futuri genitori. Snellire i costi della burocrazia italiana però sarebbe un passo ulteriore per chi ancora non ha la possibilità di intraprendere questa scelta. Penso inoltre sia opportuno incentivare l’adozione a distanza, accessibile a tanti in maniera diversa, in modo da aiutare tutti quei bambini che per varie motivazioni non sono adottabili, ma che vivono comunque realtà molto difficili”.

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Vigey Capelletti, classe 1988, indiano

Per chiuder il cerchio, dopo le belle testimonianze di questi ragazzi, abbiamo chiesto a due genitori che hanno affrontato due adozioni, Sara Milani e Bruno Volpi di Bariano, di dirci la loro, consci del fatto che le adozioni sono una forma di Amore incommensurabile che rendono il mondo un posto migliore, più caldo e accogliente di quanto oggi non si riesca a vedere.

Quando avete preso la decisione di adottare?
“Potremmo dire che è stata una scelta ben ponderata e discussa, perché ne parlavamo ancora prima del matrimonio. E’ stata quasi una cosa naturale per noi; si diceva di voler provare ad adottare un bambino oltre ad avere un figlio nostro. Il caso poi ci ha dato un aiuto”.

E com’è stata la vostra esperienza?
“Siamo stati molto fortunati. Innanzitutto siamo capitati in un buon periodo per quanto riguarda le adozioni: per la prima adozione infatti l’iter è durato poco più di 2 anni, mentre per la seconda circa 3. A quello che sappiamo son tempi accettabilissimi. Un’altra fortuna è stata quella di avere avuto una rete di aiuti attorno a noi, cosa da non sottovalutare, e poi entrambi i nostri ragazzi hanno fatto la loro parte. Se non fosse per l’età e per come siamo messi oggi circa le questioni economiche penso saremmo d’accordo sul rifare tutto un’altra volta”.

Quindi cosa pensate dell’adozione? Oggi siete al corrente di come procedono burocrazia, tempi di attesa e quant’altro?
“Come abbiamo detto dell’adozione pensiamo sia una cosa favolosa; se così non fosse stato non avremmo fatto quello che abbiamo fatto. Sappiamo che le tempistiche oggi si sono dilatate e parecchio; inoltre ci è sembrato di capire che per diversi paesi i bambini adottati che trovano una famiglia sono diminuiti. Le nostre due esperienze si riferiscono all’India e proprio lì sappiamo con certezza che la disponibilità si è ridotta drasticamente a causa delle varie regolamentazioni al suo interno. Un peccato, senza dubbio, perché l’adozione di un figlio a nostro avviso andrebbe incentivata: un figlio è un figlio per noi, punto e basta!”.

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