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Giornata mondiale della felicità: “Per noi millennials è sempre più difficile trovarla”

Partendo dall'etimologia del termine Felicità e delle parole da essa derivate, Ilaria Ferrari, classe 2000, riflette su quanto sia difficile per i giovani essere felici nel pieno dell'era "Happism 2.0"

Nella Dichiarazione d’indipendenza americana del 4 luglio 1776, i costituenti avevano stabilito che “a tutti gli uomini è riconosciuto il diritto alla vita, alla libertà, e al perseguimento della felicità.”

Ma cosa è questa felicità a cui tutti aspirano?

Partiamo dall’analisi etimologica dei vari termini con cui la si può designare. Il felix latino, da cui i nostri felice e felicità, rimanda alla radice greca phyo, fecondo, mettendo così in evidenza l’aspetto di pienezza e abbondanza che ritroviamo anche nella lingua francese: il termine bonheur, infatti, viene dalla contrazione del latino augurium, da augere, cioè accrescere. Nell’antico greco, invece, i termini che designano chi è felice e contento sono makários (benedetto dagli dei) e eudaìmon (che ha un buon demone, è favorito dal dio): per gli antichi pagani infatti ciò che noi chiamiamo felicità è in stretto rapporto con la fortuna.

Anche in altre lingue europee ciò che designa la felicità ha un legame con l’ idea di destino. Per esempio, in tedesco  il termine Glück indica sia la felicità sia la fortuna e gli inglesi happy e happiness vengono dalla radice hap, ciò che accade, il destino. Secondo la sua etimologia, dunque, il termine felicità può essere ricondotto a due diversi aspetti: l’idea di una ricerca della compiutezza, della pienezza dell’essere e l’idea che essa sia una questione di fortuna e di destino.

Se è relativamente facile dare una definizione astratta di felicità, ben altra impresa rappresenta capire cosa voglia dire concretamente essere felici. Ben illustri pensatori si sono posti questo problema. La necessità dell’uomo di definire e di ricercare la felicità, infatti, è evidenziata dalla centralità che quest’argomento ha da sempre avuto nella filosofia. Aristotele la chiamava “eudaimonia” per distinguerla dall’edonismo, il piacere immediato: essere felici, dunque, non è un singolo ed evanescente momento di ebbrezza, bensì uno stato d’animo. Stato d’animo che, come afferma Epicuro, consiste nel raggiungere una condizione di tranquillità interiore e nel conseguire l’appagamento della pace del corpo grazie alla soppressione di desideri e ansie.

Grazie mille Epicuro, direte voi, e adesso come si fa ad ottenere questo equilibrio interiore?

Mentre in India un governatore lancia il primo “festival della felicità” e a Bologna viene fondata una start-up per “accelerare il benessere” (si chiama 2BHappy), nascono nuove figure professionali come il “mental coach”: un po’ psicologo e un po’ sciamano, aiuta i clienti a raggiungere un obiettivo di carriera o a migliorarsi nella vita di tutti i giorni, affianca un atleta nell’allenamento o rigenera campioni dello sport.

Ma è davvero possibile insegnare ad essere felici? Forse dovremmo chiederlo ai danesi, visto che stando al Rapporto mondiale della felicità stilato ogni anno dall’Onu, la Danimarca è il Paese più felice al mondo. L’ingrediente speciale è racchiuso nella “hygge”, parola traducibile con intimità, calore, accoglienza e quindi che si può sintetizzare come una capacità di creare un ambiente che faccia sentire i familiari e gli amici a proprio agio.

Impresa, quella di trovare la felicità nel calore intimo della famiglia, che diventa sempre più complicata, soprattutto tra noi giovani. Con l’arrivo e la sempre maggiore diffusione dei social media, infatti, la gioia si è spesso trasformata in un qualcosa da ostentare, per dimostrare a tutti costi di avere una vita invidiabile e piena di felicità. È nata quindi una sorta di “Happism 2.0”, come lo definisce Bruno Rossi, docente di Pedagogia generale all’Università di Siena,  che è volto a mostrare un’ immagine di noi felici in verità solo virtuale, ma che ormai è diventata quasi più importante della realtà.

Esattamente il contrario di quanto ci insegna Epicuro secondo cui per raggiungere la condizione di equilibrio, invece, è importante riuscire a trovare la felicità proprio dentro di noi: solo così questo stato d’animo si rivelerà, seppur interrotto da ansie e preoccupazioni, una specie di sostrato duraturo e permanente della nostra vita.

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