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Dalla contraddizioni svedesi alla vita vera in Etiopia: Erik Gandini tra medici ribelli e felicità

Standing ovation alla fine della proiezione del film documentario realizzato da Erik Gandini, "Rebellkirurgen", presentato al Bergamo Film Meeting in anteprima mondiale.

Standing ovation alla fine della proiezione del film documentario realizzato da Erik Gandini, presentato al Bergamo Film Meeting in anteprima mondiale. Un applauso caloroso ed empatico rivolto alla coppia protagonista della pellicola che era presente in sala, il chirurgo Erik Erichsen e la moglie infermiera Sennait, per dieci anni operatori sanitari in un disagiatissimo ospedale in Etiopia.

Ma senz’altro un applauso convinto anche per il regista che con grande efficacia continua la propria riflessione sulla ricerca della felicità, e dunque anche sull’aridità spirituale e la solitudine, nella società occidentale.

Lo spunto è la realtà svedese che Gandini – nato tra l’altro proprio a Bergamo – conosce bene per le origini familiari e perché da anni vive in Svezia. E la Svezia – come appariva già nel precedente film “La teoria svedese dell’amore”– con le contraddizioni di un’organizzazione e un’opulenza che consentono un’ingegneria sociale e una rete di assistenza formidabile ma soffocano le emozioni, funge da monito per fermarsi a riflettere e arrestare un percorso che esaspera la protezione, elimina ogni asperità e paradossalmente inibisce la felicità. La tesi, chiarita senza ambiguità attraverso un’intervista col sociologo Baumann nel precedente film, è dimostrata in “Rebellkirurgen” attraverso l’eccezionale esperienza di Erich e Sennait.

La ricerca della felicità è infatti il punto di partenza del dottor Erichsen che decide di abbandonare la professione di medico in Svezia – dove strangolato dalla burocrazia non si sentiva più né utile nè felice – e sceglie di praticare la chirurgia generale in un poverissimo ospedale in Etiopia. Alle sale operatorie asettiche e azzurrine degli ospedali svedesi, agli operatori sanitari svedesi isolati al computer, si contrappone il vitale e affollato bailamme del piccolo ospedale da campo di Aira.

Il film scorre fluido e avvincente dall’inizio alla fine, pur essendo un film “a tesi” che racchiude in sé diversi registri. C’è il documentario ovviamente, la restituzione cruda della quotidianità di Erich all’ospedale: incontri con casi medici e umani disparatissimi, decisioni rapide, interventi empirici in cui il chirurgo appare un ingegnoso “manovale” della medicina alle prese per esempio con raggi di bicicletta da piegare con le proprie mani e utilizzare come protesi, o con trapani acquistati al mercato locale. Lo spettatore assiste a operazioni incredibili -una lancia di trenta centimetri sfilata da un fianco di un giovane, una bimba salvata da un tumore alla lingua che la sta soffocando e sfigurando- ritrovandosi avvinto e immerso in quell’atmosfera di medical drama a cui tante serie tv fiction ci hanno abituato, con un medico supereroe che lotta contro il tempo e fa la cosa giusta.

erik gandini

Questa volta però è tutto vero è invece di Clooney sul set di E.R. c’è l’apparentemente sbrigativo Erik nel realissimo ospedale etiope. “I cut, God heals” dice ironico Erik, sapendo bene che può arrivare solo fino a un certo punto, che i superpoteri non esistono, ma che il buon senso e il tempismo sono l’approccio più serio. E l’ironia è anche del regista, che scuote la coscienza di chi guarda.

“I veri eroi sono quelli rimasti in Svezia, qui è molto più facile aiutare le persone”, afferma il chirurgo, alludendo sia alla burocrazia che complica la professione medica, sia ai mali più sottili e striscianti che una società opulenta genera e non riesce a curare.

All’interno del documentario c’è anche una storia nella Storia, la vicenda di Sennait nata in Etiopia e adottata da una famiglia svedese, cresciuta poi in Svezia dove ha conosciuto Erik. La presenza di svedesi in Etiopia è documentata dal regista con il racconto attraverso immagini storiche dell’insediamento di missionari Svedesi all’inizio del ‘900, tutti perlopiù morti di malattia. E’ lo spunto per una riflessione su cosa muove l’Uomo (o almeno alcuni uomini) a lasciare il certo e il noto per incontrare il prossimo in un ambiente in qualche modo ostile e rischioso, a considerare le ragioni religiose o laiche del rendersi utile al prossimo.

C’è poi una vena di commedia romantica, la storia d’amore di questa coppia unitissima e rispettosa dei reciproci ruoli, salda perché fondata sulla comune ricerca della felicità di entrambi. Una coppia che non si prende sul serio, ma sembra osservare rigorosamente una regola tanto semplice quanto negletta da molte coppie: sono felice se sei felice anche tu.

C’è poi l’epilogo – il ritorno in Svezia per raggiunti limiti di anzianità professionale – l’abbandono di “un mondo dove non si muore mai soli” per tornare in un mondo di isolamento in casette col tetto rosso perlopiù tutte uguali. Un rientro dolente, ma non avvilito né passivo: Sennait si accorge che Erik non è felice e gli suggerisce di riprendere a suonare la tromba. Così Erik si accosta a una scuola di musica e inizia a suonare in un complesso jazz con giovani musicisti, vivendo in modo completamente nuovo due aspetti vissuti attraverso la medicina: apprendimento continuo, interpretazione e arte. Un modo per sentirsi individui originali e vivi, qualcosa di più che semplicemente sopravvivere, in un mondo “perfetto” dove la solitudine è in agguato.

Rebellkirurgen” è la storia di un chirurgo ribelle alla burocrazia, ma soprattutto di un uomo ribelle all’infelicità, alla piattezza, alla miseria spirituale che supera la miseria materiale.

Bravi i due Erik! una bella lezione di vita e un’ottima prova di cinema.

 

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