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Grande Guerra, Pillola 115: l’uscita di scena dei russi dopo la rivoluzione fotogallery

L’uscita di scena della Russia dalla prima guerra mondiale ebbe un peso rilevante sulle operazioni militari della fine del 1917 e dell’inizio del 1918: il fronte orientale, sia pure considerato di secondo piano rispetto a quello occidentale, assorbiva un notevole numero di divisioni tedesche ed austro-ungariche, che a questo punto, potevano essere utilizzate altrove.

Il fronte orientale, fin dall’inizio della guerra, si divise a sua volta in due settori, piuttosto diversi tra loro per andamento del conflitto e per caratteristiche strategiche e tattiche: a nord, dopo le battaglie del 1914, la situazione si mantenne sostanzialmente statica, fatte salve le grandi offensive di Ludendorff verso Vilnius, mentre a sud, in Galizia, dove a fronteggiarsi erano soprattutto russi ed austroungarici, esso conobbe grandiose avanzate e ritirate da entrambe le parti, mantenendo un carattere di guerra di movimento, sia pure entro una fascia di oscillazione che andava tra i due estremi dei Carpazi e delle paludi del Pripjat.

Nonostante successi clamorosi, come la conquista di Przemyśl, nel marzo del 1915 o come l’offensiva Brusilov, nel 1916, i Russi, poco a poco, mostrarono di stare perdendo la propria capacità combattiva, mentre, nelle retrovie, l’insofferenza verso la guerra, specialmente nelle grandi città, andava facendosi sempre più evidente. Nella percezione del popolo, la zarina Alessandra d’Assia, di origine tedesca, mestava segretamente a favore della Germania, ed era subornata dal monaco-consigliere Rasputin, la cui morte non valse a sedare il malcontento.

Alla fine, una guerra condotta in maniera sciagurata dal punto di vista dello spreco di vite umane e delle condizioni dei combattenti, non potè che portare al collasso l’intero sistema statale zarista e a favorire una rivoluzione, che, puntualmente, scoppiò a Pietrogrado, innescata dalla sollevazione della guarnigione militare.

Tra l’8 ed il 12 marzo 1917, la rivoluzione di febbraio (secondo il calendario giuliano erano, rispettivamente, il 23 ed il 27 febbraio) esplose nella capitale, a partire dalla celebrazione della giornata della donna (23 febbraio/8 marzo), con scioperi che andarono crescendo esponenzialmente, senza che i soldati, ormai decisi, probabilmente, a farla finita con la guerra, intervenissero con decisione. Perfino il comandante della guarnigione, generale Chabalov, si astenne da iniziative draconiane, aspettando l’evolversi degli eventi. Il giorno 10, si giunse alla resa dei conti: di fronte a manifestazioni sempre più imponenti, la polizia intervenne con violenza, venendo presto ricambiata con pari violenza, mentre i soldati, nella maggioranza dei casi, non fecero nulla o mostrarono di simpatizzare coi manifestanti. La sera stessa, lo zar Nicola II, che si trovava al fronte, telegrafò a Chabalov di sciogliere la Duma e di reprimere le rivolte, ma, ormai, era troppo tardi.

Il 12 febbraio quasi tutti i reggimenti di guarnigione si unirono ai rivoltosi, saccheggiando gli arsenali: furono liberati i prigionieri politici e parve evidente che la guerriglia nelle strade sarebbe presto finita con la vittoria degli insorti. Ben presto, il potere passo al comitato della Duma e, il 15 marzo, venne formato un governo provvisorio, con a capo il principe L’vov: questo, va detto, venne visto dai rivoluzionari, soprattutto bolscevichi, come un cedimento servile nei confronti dell’alta borghesia e dei maggiorenti. Dopo l’atto di forza della Duma, nel giro di due giorni abdicarono sia lo zar che il fratello, Michele, da lui designato come successore, lasciando, di fatto, il potere nelle mani dell’assemblea.

A luglio, L’vov venne sostituito dal leader menscevico Kerenskij a capo del governo provvisorio: proprio Kerenskij legò il suo nome all’ultima, disastrosa, offensiva sul fronte orientale, che gli alienò le simpatie del popolo, stanco della guerra, ed esaurì le capacità combattive dell’esercito russo, togliendolo, di fatto, dal conflitto. L’enorme apparato militare zarista, evidentemente minato dall’andamento delle operazioni, dall’esaurimento degli uomini e dall’abdicazione dello zar, era stato ulteriormente indebolito dalla creazione di ‘Soviet’ di soldati in seguito al celebre Ordine numero uno del Soviet di Pietrogrado, che limitava grandemente le linee di comando e demandava molte decisioni ai comitati militari. Anche l’eliminazione della pena di morte rappresentò un deciso indebolimento della disciplina all’interno delle forze armate, che erano sempre più irrequiete e in cui gli episodi di insubordinazione e disobbedienza erano aumentati enormemente: nuclei di agitatori bolscevichi (il partito bolscevico chiedeva la cessazione immediata delle ostilità) contribuivano ad aumentare il caos ed il malcontento tra i soldati. In queste condizioni, Kerenskij chiese al generale Brusilov di scatenare una grande offensiva, volta più a tranquillizzare l’intesa circa la volontà del governo provvisorio di continuare la guerra che ad obiettivi strategici concreti: naturalmente, dati i presupposti, questa operazione non poteva che fallire, e così fu.

Il 1 luglio 1917, i Russi attaccarono in Galizia, puntando verso Leopoli: il violento bombardamento preliminare favorì una rapida avanzata nel settore difeso dagli austroungarici, mentre le truppe germaniche, a nord, resistettero tenacemente, causando enormi perdite agli attaccanti. L’elevato numero di morti e feriti, insieme al basso spirito combattivo delle truppe, fece sì che i reparti russi cominciassero a sfaldarsi e che la loro resa operativa scemasse rapidamente: ben presto, interi reggimenti si rifiutarono di combattere.

Inoltre, un esercito in cui ogni ordine doveva essere discusso dai comitati di soldati prima di essere eseguito non poteva sperare in un successo. Fecero eccezione le truppe d’élite dell’armata zarista, come la cavalleria e, soprattutto, i battaglioni d’assalto creati dal generale Kornilov ad imitazione delle Sturmtruppen tedesche, che si comportarono valorosamente. Kornilov, poi, sarebbe stato uno dei protagonisti delle iniziative controrivoluzionarie, proprio come arditi e truppe d’assalto lo sarebbero stati in Italia e Germania, anche se con esiti affatto diversi. L’offensiva, il 16 luglio, si arenò completamente e, due giorni dopo, si scatenò il prevedibile contrattacco austro-tedesco, che affondò come un coltello nel burro, attraversando l’intera Galizia senza quasi incontrare resistenza, fino alla Podolia ucraina. Il fronte orientale stava crollando e, il 23 luglio, le truppe zariste erano indietreggiate per più di 240 chilometri: il potenziale militare russo non esisteva più. Il 1 settembre 1917 vi fu l’ultimo episodio autenticamente militare sul fronte nord-orientale, con la conquista di Riga da parte dei soldati germanici: i difensori della città se la diedero a gambe senza combattere.

Ovunque si assisteva ad episodi di fraternizzazione, mentre ogni reparto russo faceva di testa sua. La sconfitta di luglio, tra l’altro, pose in una posizione molto difficile il governo provvisorio e la Duma, propiziando la presa del potere dei bolscevichi (avvenuta con la rivoluzione di ottobre) che chiedevano il potere ai Soviet e la fine immediata della guerra. Non a caso, una delle prime iniziative di Lenin, una volta giunto al potere, fu la richiesta agli imperi centrali della pace, offrendo la resa russa, che venne accettata nel dicembre 1917 dalla sola Germania. In quel momento, in Russia, si stava delineando una terribile guerra civile e vi erano circa 10 milioni di uomini sotto le armi: Lenin voleva la pace ad ogni costo, per poter preparare una strategia interna e nella certezza di un’imminente rivoluzione mondiale.

Le condizioni poste dalla Germania furono pesantissime, tanto che il capo della delegazione bolscevica, Trockij, non volle accettarle: il governo sovietico tentò la strada dell’abbandono unilaterale delle ostilità, sperando di evitare un trattato di pace dalle conseguenze dolorose, ma i tedeschi, all’annuncio di questa decisione, attaccarono il 18 febbraio le linee russe, ormai allo sfacelo assoluto, avanzando verso est. A questo punto, Lenin si vide costretto ad accettare le condizioni di resa imposte dai germanici, anche se esse, nel frattempo, si erano aggravate: il risultato fu il trattato di pace di Brest-Litovsk del 3 marzo 1918, stipulato tra la Russia bolscevica, la Germania, l’Austria-Ungheria, l’impero ottomano e la Bulgaria, con cui la Russia perse ingenti territori, che comprendevano la Polonia Orientale, la Lituania, la Curlandia, la Livonia, l’Estonia, la Finlandia, l’Ucraina e la Transcaucasia.

L’uscita di scena della Russia dalla prima guerra mondiale ebbe un peso rilevante sulle operazioni militari della fine del 1917 e dell’inizio del 1918: il fronte orientale, sia pure considerato di secondo piano rispetto a quello occidentale, assorbiva un notevole numero di divisioni tedesche ed austro-ungariche, che a questo punto, potevano essere utilizzate altrove. Dopo l’offensiva Kerenskij ed il suo fallimento, un gran numero di soldati degli imperi centrali venne spostato dal fronte russo ed avviato a rimpinguare i reparti in Italia, in Francia ed in Belgio.

Ne derivarono nuove capacità operative per tedeschi ed austroungarici, che si concretizzarono nell’operazione Waffentreue, sul fronte dell’Isonzo, nell’ottobre 1917, e nell’offensiva Kaiserschlacht, progettata da Hindenburg, su quello occidentale, tra il marzo e l’agosto del 1918, che giunsero ad un passo dal provocare il collasso delle forze dell’Intesa, che non credevano in una simile residua capacità offensiva dell’avversario, sui due fronti.

Insomma, se ad est la guerra, bene o male, era terminata, sugli altri fronti la pace era ancora molto lontana.

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