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Gori e la sfida dell’industria 4.0: “Si uniscano i ministeri di scuola e sviluppo economico”

La provocazione è stata lanciata dal sindaco di Bergamo durante un convegno pubblico organizzato dalla Cgil dove si è parlato di rischi, sfide e opportunità legati alla quarta rivoluzione del lavoro

“Si dovrebbero unire il Miur e il Mise”, ovvero il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca e quello dello Sviluppo Economico. La “provocazione” – come lui stesso l’ha definita – è stata lanciata dal sindaco di Bergamo Giorgio Gori durante il convegno pubblico “L’uomo, il tempo, le macchine” organizzato dalla Cgil nella mattinata di venerdì 17 marzo al Palazzo dei Contratti e delle Manifestazioni di Bergamo, dove si è parlato di rischi, sfide e opportunità legati alla quarta rivoluzione del lavoro. “La formazione è il fondamento dello sviluppo economico – ha detto Gori -. Ragion per cui non possiamo più permetterci di tenere distinti questi ambiti.

Il convegno ha toccato i vari aspetti di un futuro dove il mondo del lavoro sarà in gran parte digitalizzato e robotizzato: un processo che potrà offrire opportunità di crescita e qualificazione per molti lavoratori, oltre alla nascita di nuovi professioni, ma che verosimilmente produrrà anche una diminuzione complessiva dell’occupazione, almeno di quella tradizionale: “Sono convinto che anche la provincia di Bergamo, nella sua solida dimensione manifatturiera, sia sull’orlo di una grande trasformazione che va affrontata senza paura – ha detto Gori -. Tutte le conseguenze, anche quelle più critiche che il processo tecnologico porta con sé, non devono scoraggiare chi vuole fare impresa”.

L’ingresso nella quarta rivoluzione industriale rappresenta ancora una chimera per molte imprese, frenate dall’assenza di cultura dell’innovazione, vision operativa e leadership digitale dei manager, e confuse circa l’effettivo ritorno sugli investimenti; anche se i prossimi anni potrebbero riservare sorprese positive con l’avvio del Piano Industria 4.0 elaborato dal Governo, tra iperammortamenti, progetti per la formazione delle competenze e la nascita di infrastrutture abilitanti. Un piano da oltre 13 miliardi di euro di risorse pubbliche finalizzate ad attivare investimenti innovativi con incentivi fiscali. “Solo così – sostiene il sindaco – si potranno mantenere adeguati livelli di competitività e dare protezione ai posti di lavoro”.

Ma la vera rivoluzione da intraprendere non sarebbe solo tecnologica: “Il passaggio è ancor più decisivo in termini culturali – spiega Gori – Altrimenti il rischio è quello di avere un eccesso di macchine senza disporre di persone pronte e qualificate per poi utilizzarle”. Per questo occorre insistere sulla formazione. “Per esempio, nei giorni scorsi ho chiesto un incontro al preside dell’Itis Paleocapa di Bergamo. La sfida che intendiamo affrontare è quella di ragionare sull’ampliamento dei servizi formativi, proprio perché le scuole devono essere in grado di prevedere in quale direzione andrà la domanda nei prossimi anni. Inoltre – conclude il sindaco – la dimensione curricolare dei cinque anni dovrebbe unire indirizzi diversi, quali elettronica, informatica e meccanica. In un futuro ormai prossimo serviranno lavoratori ibridi, in grado di abbinare più competenze”. 4.0, appunto.

Convegno Cgil

“A Bergamo ci sono già delle realtà che stanno andando in questa direzione  – ha detto presentando l’iniziativa Gianni Peracchi, segretario generale della Cgil di Bergamo – La Cosberg di Terno d’Isola, ad esempio, è all’avanguardia nella realizzazione di modelli nell’ambito della meccatronica, mentre la Brembo sta investendo in innovazione e tecnologia con risultati significativi anche sotto il profilo degli utili e dell’occupazione”.

“Ogni volta che si prospetta un grande cambiamento sorge la preoccupazione di un saldo occupazionale negativo – ha detto Stefano Malandrini, Responsabile relazioni sindacali di Confindustria Bergamo -. Nella nostra provincia il saldo sarà più alto a seconda di quanto le imprese saranno in grado di essere competitive sfruttando i processi d’innovazione, incrementando la produttività e incrementando di fatto i consumi, la distribuzione di redditi, il volume di produzione e recuperando dunque occupazione”.

Una rivoluzione che “non resterà confinata all’ambito industriale, al contrario delineerà nuove questioni sociali – ha aggiunto il parlamentare bergamasco del Pd Antonio Misiani, parlando del ruolo della politica all’interno dei processi di trasformazione tecnologica -. Ciò che serve è un nuovo compromesso tra capitalismo e democrazia. Il terreno di questo compromesso si chiama diritto del lavoro, stato sociale e sistema fiscale e contributivo”.

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