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Andrea Bajani: quel bambino senza nome che si porta a spasso il suo dolore

Andrea Bajani con "Un bene al mondo" è tra i cinque finalisti del Premio Nazionale di Narrativa Bergamo. Adriana Lorenzi incontra l'autore giovedì 16 marzo.

Andrea Bajani con Un bene al mondo è tra i cinque finalisti del Premio Nazionale di Narrativa Bergamo. Adriana Lorenzi incontrerà l’autore giovedì 16 marzo alle 18 alla Biblioteca Tiraboschi. 

Andrea Bajani nasce a Roma nel 1975. Dopo l’esordio nel 2002 con Morto un Papa, pubblica una decina di romanzi. Tra i suoi più letti:  Cordiali saluti, Se consideri le colpe, Ogni promessa e Mi riconosci. E’ autore e co-autore di sceneggiature teatrali e reportage sul mondo del lavoro e della scuola. Collabora con diversi quotidiani e riviste.

Un bene al mondo è una storia per adulti raccontata da un bambino. Gli elementi sono molto semplici: un bambino, protagonista senza nome, che vive in un paese, anch’esso senza nome, vicino al confine e ai piedi della montagna. E’ il paese in cui il bambino abita sin dalla nascita, è il posto che perennemente osserva nella disposizione di luoghi e nell’accadere di incontri. E’ lo spazio in cui si muove, esplorandolo e scoprendolo un pezzo alla volta, lasciandosi interrogare anche dalla curiosità di quel che ci può essere oltre.

Il bambino, così come altri personaggi del libro, ha sempre con sé il suo dolore, che è una presenza allo stesso tempo rassicurante e inquietante. Paure, preoccupazioni e fatti anche molto spiacevoli spezzano legami d’amore e gettano in un buio profondo. Ma non sono mai, per il bambino, motivo sufficiente per arrendersi nella ricerca e scoperta.

 

Come nasce questo libro?

Le idee arrivano quando vogliono loro. E’ questo il bello e il brutto di questo mestiere. Si può stare mesi o anni ad aspettarle affacciati alla finestra senza rendersi conto che era da un pezzo che erano sedute sul divano. In questo caso è stata una visione o un’intuizione. Ho pensato che ciascun essere umano si porta dietro, sin dalla nascita, il proprio dolore e che il dolore è come un animale domestico. Poi tutto mi è sembrato così semplice e immediato.

Uno dei protagonisti è il dolore, cosa è per lei il dolore?

Penso che di fatto il dolore sia una specie di tabù sociale e al tempo stesso un’occasione commerciale. Il dolore va cacciato via – questo ci viene detto più o meno esplicitamente – oppure va lenito con i farmaci. E invece è semplicemente una delle dimensioni dell’esistenza, e sarebbe sciocco e controproducente far finta che non esistesse.

Lei rappresenta il dolore come un cane che segue fedelmente il proprio padrone, soprattutto il dolore dei bambini, perché?

Quando ho pensato al dolore che ciascuno di noi ha con sé, ho pensato che ce lo portiamo dietro esattamente come si porterebbe dietro un piccolo animale domestico. E così è arrivato il bambino protagonista di questa storia, che ne aveva uno che gli scodinzolava accanto e che lo aiutava a diventare grande. Il bambino di Un bene al mondo, accorgendosi che il dolore appartiene all’esistenza, crede che trovando il modo di dialogare con lui, ovvero con quella parte misteriosa che a volte ci fa sembrare la vita faticosa, si possa vivere meglio. Grazie al dolore, succedono anche cose belle, il bambino scopre per esempio l’amore, che è di fatto il luogo in cui si possono mostrare i dolori senza vergogna, in cui si viene apprezzati anche per quelli. Mostrare le ferite spalanca dei mondi. Non mostrarle non migliora la situazione, perché continuerebbero comunque a sanguinare.

Nel libro non ci sono dialoghi ma si parla spesso di parole (lettere scritte con la testa, scambi epistolari, poesie, ecc. …) che cosa rappresentano le parole?

Penso che le cose importanti in realtà succedano senza le parole. Di colpo ci accorgiamo che il mondo è cambiato. Basta un dettaglio, che spesso è silenzioso. Poi intervengono le parole, che provano a impastare quel mistero, a trovargli un posto, e soprattutto a farlo arrivare ad altri. Le parole, quando si scrivono le storie, sono ponti per raggiungere altre persone. Per questo le parole hanno anche un potere magico, fanno succedere cose prima del tutto imprevedibili. Se ne accorgono i bambini quando cominciano a parlare. Le parole fanno succedere i miracoli: dicono “mamma” e c’è una donna che si alza.

Nei suoi libri ci sono sempre i bambini e il loro sguardo sul mondo, cosa rappresentano nella sua scrittura?

Di certo mi affascina la dimensione della metamorfosi, che l’infanzia porta con sé. Il mondo non è concluso una volta per tutte, anzi è completamente in formazione. E si dimentica di questo quando si diventa grandi, perché il mondo comincia a fare molta paura. Si dice sempre che i bambini hanno molte paure. In realtà il tempo delle paure è quello dell’età adulta: più si cresce e più quel che succede intorno diventa spaventoso. Per questo l’età adulta porta con sé un’impennata della razionalità e un calo drastico dello stupore.

Su quali progetti sta lavorando attualmente?

Sto lavorando a un libro di poesie che uscirà in autunno per Einaudi. A 42 anni mi appresto dunque a un altro esordio, stavolta da poeta. D’altra parte è il luogo in cui mi son sentito sempre meglio.

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