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Grande Guerra, Pillola 114: se ne vanno i russi, arrivano gli americani

Uscita ed entrata in guerra di due superpotenze mondiali: per una Russia che esce di scena ecco gli Stati Uniti schierarsi a fianco dell'Intesa, anche se il loro apporto nella fase iniziale fu del tutto pleonastico.

Nel corso della prima guerra mondiale, vi furono numerose variazioni nello schieramento delle due parti belligeranti: Impero ottomano ed Italia, ad esempio, scesero in campo soltanto in un secondo tempo, rispetto a Francia, Gran Bretagna, Serbia, Russia, Germania ed Austria-Ungheria. I due cambiamenti di gran lunga più significativi, però avvennero entrambi nel 1917, e riguardarono l’uscita di scena della Russia e l’entrata in guerra, al fianco dell’Intesa, degli Stati Uniti.

Va detto che entrambi gli eventi furono preceduti da precisi prodromi e da avvisaglie che, nel caso degli Usa, risalgono addirittura al 1915; va anche detto che, mentre la cessazione delle ostilità sul fronte orientale ebbe conseguenze immediate sull’economia del conflitto, il contributo americano cominciò a farsi sentire in maniera determinante solamente nella seconda metà del 1918 ed ebbe, più che altro, un significato potenziale, in proiezione. Tuttavia, è indubbio che questo radicale cambiamento delle forze in campo abbia rappresentato un punto di svolta essenziale nella storia del primo conflitto mondiale.

Partiremo, nella nostra breve analisi, dagli Stati Uniti, per dedicarci, poi alla questione russa. Allo scoppio della guerra, gli Usa si collocarono su posizioni assolutamente neutrali: il presidente Woodrow Wilson, da una parte temendo le reazioni delle numerose colonie di stranieri presenti sul territorio dell’Unione e, dall’altra, non volendo precludere all’economia statunitense nessuna possibilità di guadagno, nel suo discorso alla nazione del 19 agosto 1914 invitò i propri concittadini ad evitare qualunque schieramento, pro o contro i due contendenti. In quest’ottica si colloca anche il divieto statunitense del ‘diritto di visita”, ossia della richiesta, da parte dell’Intesa di poter salire a bordo delle navi americane che fossero sospettate di trasportare rifornimenti per la Germania e l’Austria-Ungheria: insomma, gli Usa si mantennero rigorosamente neutrali, finchè questo rappresentò il loro tornaconto.

La situazione cominciò a cambiare nell’estate del 1915, dopo l’affondamento da parte di due sottomarini tedeschi delle navi passeggeri britanniche “Lusitania” ed “Atlantic”, a bordo delle quali viaggiavano numerosi cittadini americani. Sul Lusitania affondato dall’U20 il 7 maggio 1915, morirono 123 persone di nazionalità americana, mentre sull’Atlantic, colato a picco da un altro sottomarino germanico nell’agosto successivo, ne morirono soltanto 3. Non ci si deve, però, fare trarre in inganno dalla definizione di “nave passeggeri”, entrambi i transatlantici trasportavano molte tonnellate di munizioni e di materiali bellici diretti verso la Gran Bretagna e praticavano una sorta di contrabbando, sotto l’ombrello delle convenzioni umanitarie: quindi, se, da un lato, il comportamento della Kriegsmarine va indubbiamente censurato, la versione della barbara strage di civili che infiammò il mondo occidentale all’indomani dei siluramenti dev’essere certamente ridimensionata, ammettendo una responsabilità anche da parte di committenti ed acquirenti.

In definitiva, le tragedie del Lusitania e dell’Atlantic poterono di sicuro rappresentare un mattone importante della costruzione dell’intervento americano, ma non lo determinarono direttamente: fatto sta che questi due tragici episodi, unitamente ad un sempre crescente numero di battelli mercantili affondati dagli U-Boot al largo delle coste europee, misero in apprensione le lobby commerciali americane, non meno delle banche, che stavano cominciando a fornire all’Intesa prestiti finanziari molto ingenti. Nonostante questo, al momento della sua rielezione, nel novembre 1916, Wilson ribadì la sostanziale neutralità statunitense: la situazione, però, non poteva durare ancora a lungo, dato che, ormai, l’economia americana era legata a doppio filo con la sorte dell’Intesa, che assorbiva oltre il 70% del commercio statunitense.

Un po’ alla volta, vennero armati i mercantili, Wilson prese una decisa posizione contro la guerra sottomarina ad oltranza e, soprattutto, dichiarò che qualunque affondamento di una nave mercantile americana sarebbe stato considerato un atto di guerra: ormai, mancava soltanto la scintilla. Questa giunse quando, il 19 marzo del 1917, un altro U-Boot affondò il cargo “Vigilantia” con tutto il suo equipaggio: ormai, i tempi erano maturi, l’opinione pubblica schierata e il Congresso favorevole all’entrata in guerra, tanto che questa, approvata dal Congresso il 2 aprile, venne dichiarata il 6 aprile successivo, sia pure con la clausola della semplice partecipazione esterna al conflitto da parte degli Usa.

Ulteriore fiato alle tendenze interventiste dell’opinione pubblica americana venne fornito dal cosiddetto “telegramma Zimmermann”, ovvero un telegramma inviato dal ministro degli esteri germanico, Arthur Zimmermann, all’ambasciatore tedesco in Messico, von Eckardt, in cui si garantiva un appoggio militare al Messico, se avesse attaccato gli Stati Uniti per riprendersi gli stati meridionali dell’Unione, come Texas, New Mexico ed Arizona. Decifrato dall’ammiragliato britannico e passato agli Usa, questo singolare telegramma contribuì ad alimentare un clima decisamente ostile alla Germania in gran parte della popolazione.

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Saggiamente, il presidente messicano Carranza declinò la proposta, che, per la verità, anche oggi ci appare un tantino fantapolitica. Dunque, nell’aprile del 1917, gli Usa entrarono in guerra: il loro apporto, tuttavia, almeno all’inizio, fu del tutto pleonastico. La struttura e le dimensioni dell’esercito americano, infatti, erano enormemente inadeguate alle esigenze colossali della guerra in Europa: gli Usa, nel 1917, possedevano un esercito di 127.500 uomini e non avevano equipaggiamenti né addestramento all’altezza della situazione. Perfino per il trasporto delle truppe in Europa essi dovettero basarsi sull’aiuto degli alleati. Almeno all’inizio, mezzi ed equipaggiamento furono forniti agli americani dall’Intesa: quando l’American Expeditionary Force giunse sul fronte occidentale, al comando del generale Pershing, nel giugno del 1917, esso era un reparto esiguo e dalla nessuna efficienza bellica.

Perfino nel 1918, quando, ormai, i soldati statunitensi in Europa erano un milione, essi dimostrarono un rendimento bellico piuttosto scadente ed un addestramento inadeguato. Il primo utilizzo operativo di truppe americane (una sola divisione), avvenne a Nancy, nell’ottobre del 1917, ma anche in seguito i soldati di Pershing vennero utilizzati a lungo con funzioni di tampone o di rincalzo di britannici e francesi. Fino al maggio del 1918, essi operarono sempre in maniera subordinata ai comandi dell’Intesa e solamente nella battaglia di Cantigny poterono agire indipendentemente, peraltro ben comportandosi.

Ancora nella battaglia delle Argonne, avvenuta tra la fine di settembre e l’11 novembre 1918, l’AEF mostrò tutti i suoi limiti in termini di addestramento, subendo perdite molto pesanti e venendo arrestato sulla linea “Crimilde” dai difensori tedeschi. Insomma, se si dovesse badare esclusivamente al rendimento bellico ed operativo, l’apporto degli Usa alla vittoria dell’Intesa fu piuttosto limitato: viceversa, esso fu importantissimo sul piano proiettivo, dato che le risorse pressochè illimitate degli Stati Uniti, nel tempo, avrebbero rovesciato in modo determinante il rapporto di forze in campo, mentre gli imperi centrali si indebolivano ed impoverivano sempre più.

Dunque, fu proprio la partecipazione americana alla prima guerra mondiale ad essere uno degli elementi che portarono la Germania alla decisione di chiedere la pace: dal canto loro, gli Usa avrebbero tratto un enorme vantaggio economico dalla loro partecipazione alla guerra, divenendo la maggior potenza industriale e finanziaria del pianeta, al prezzo, tutto sommato abbastanza ridotto, di 124.000 morti e di 234.000 feriti.

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