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Mario Cresci e la fotografia come riscoperta dell’umano: la mostra alla Gamec fotogallery

Andrea Colopi, 23 anni di Bergamo, ci guida alla scoperta della mostra "La fotografia del no" di Mario Cresci alla GAMeC.

Nel pieno dell’epoca della post produzione, del dibattito sull’atto iconico delle immagini e sulla loro onnipresenza, identificabile attraverso un rapporto di piena dipendenza del soggetto umano, Mario Cresci decide di esporre in mostra (dal 10 febbraio al 17 aprile) alla GAMeC –Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, la sua idea rivoluzionaria di fotografia.

La scelta stessa del titolo della mostra “La fotografia del no” permette al visitatore di capire sin da subito come Cresci decida di ispirarsi al cinema dell’avanguardia francese –movimento di rottura e alternativa alla spettacolarità hollywoodiana- seguendo l’esempio fornitogli da Goffredo Fofi, che nel 2015 pubblica il libro “Il cinema del no. Visioni anarchiche della vita e della società”; l’anarchia si traduce in Cresci nell’identificazione della fotografia come un medium camaleontico che non si limita al semplice scatto.

L’andamento chiasmatico della disposizione delle varie opere, che hanno caratterizzato la carriera dell’artista, non solo rispecchia l’articolazione del linguaggio della mente ma, al contempo, invita il visitatore ad una profonda riflessione, la quale ha come punto di partenza il riconoscimento e l’onnipresenza della classicità. Ecco che dalle grandi statue di gesso bianco, effigi dei modelli classici e della conseguente ripresa Rinascimentale, prende vita quello studio, al limite tra il filosofico e l’antropologico, che porta l’artista a creare un gioco fotografico profondo e suggestivo.

Cresci, quindi, mira a dar vita ad una riflessione sociale che si traduce nel mondo contadino degli anni Settanta della Lucania, terra per lo più dimenticata, ma che per l’artista diventa fucina di idee e ispirazioni. Tricarico, comune in provincia di Matera, rappresenta quel locus amoenus che consente a Cresci di celebrare le memorie collettive del Sud Italia attraverso la focalizzazione, nelle sue fotografie, non tanto del soggetto umano, che assume le fattezze di un corpo fantasmatico, quanto piuttosto nei ritratti fotografici che i vari soggetti riponevano nei mobili a loro retrostanti. La celebrazione della memoria contadina lascia spazio alle esperienze dei movimenti studenteschi sessantottini e al conseguente asservimento delle immagini alla sfera militare e del potere politico.

Il fotodinamismo sui generis –a muoversi è la macchina fotografica e non il soggetto- adottato da Cresci ha come obiettivo quello di svelare la potenza storica delle immagini e, al contempo, di rimettere in scena il mito classico dell’opera d’arte che prende vita. Le immagini ci guardano, ci scrutano, sovvertendo i ruoli tra colui che guarda e colui che è guardato; si tratta di quadri che chiunque ha ammirato, tesori custoditi nell’Accademia Carrara e che Cresci conosce perfettamente, avendo ricoperto per quasi dieci anni la carica di direttore della limitrofa Accademia di Belle Arti.

L’attenzione dell’artista si sposta quindi dalla memoria storica alla memoria contemporanea mediante l’utilizzo di continue metafore che hanno come soggetto un tema molto delicato come il dramma delle migrazioni. Il naufragio del 3 ottobre 2013 sulle coste di Lampedusa ha segnato la coscienza dell’artista tanto da spingerlo a realizzare opere particolari come il contrasto di massi lavici striati di bianco –simboleggianti tanto i corpi neri dipinti di candido, quanto il volo liberatorio dei gabbiani-; la fotografia del mare sovrastato dal cielo piovoso in cui, nella danza macabra tra le gocce e le onde, si inserisce la metafora dell’assorbimento del dolore o ancora due grandi soggetti umani –identificabili grazie all’esposizione delle caviglie e dei piedi- sormontati dalle coperte termiche che ne coprono il volto e ne negano il riconoscimento.

È una mostra ricca, colma di spunti che oscillano tra la filosofia, l’arte, la geometria e l’antropologia; si tratta di un lavoro magistralmente curato dall’artista stesso e da M. Cristina Rodeschini, che insieme hanno dato vita ad un viaggio introspettivo che non è confinabile all’esperienza di Cresci ma, al contempo, scava nel profondo anche del visitatore.

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