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Davide Grasso, dalla Siria a BGY: “Ho combattuto l’Isis e vi racconto com’è”

Sara Mastrorocco, classe 1992, ha intervistato il 36enne piemontese che nel novembre del 2015 ha deciso di partire per la Siria per combattere l'Isis in prima persona: "Le notizie che leggete in Italia sono ben distanti dalla verità"

Davide Grasso è tornato dalla Siria per riportare la sua testimonianza e raccontare la verità sulla guerra in Siria: in questi giorni si trova a Bergamo per incontrare gli studenti del liceo Secco Suardo e portare la sua fondamentale esperienza, direttamente dal campo di battaglia siriano.

Davide Grasso

Sulle varie fazioni presenti nella guerra civile siriana esiste molta confusione: a partire dalle Forze Siriane Democratiche, all’interno delle quali è presente la milizia curda YPG, in cui ti sei arruolato tu, fino a quelli che vengono chiamati “ribelli”, spesso dipinti sotto una luce positiva, di fronte alla brutalità del regime siriano, ma che rappresentano un’entità più ambigua ed eterogenea di quello che appaia: può farci un po’ di chiarezza?
“E’ importante che la gente sappia che da quando la situazione in Siria è degenerata, sono nate due diverse rivoluzioni, che hanno messo in discussione il governo di Bashar Al Assad. La prima è una rivoluzione teocratica, che vuole sostituire la Repubblica Araba Siriana con uno stato islamico, basato esclusivamente sulla legge coranica, la Sharia. Questa rivoluzione oscura è una rivoluzione che va combattuta, quanto se non più il regime perché, sebbene il sistema dello stato siriano non sia accettabile, questo non vuol dire che possa esistere qualcosa che è ancora peggio di questo sistema, ovvero la regressione della Siria tredici secoli più indietro, dove i gruppi salafiti vogliono riportarla.La seconda è una rivoluzione confederale, che vuole una federazione tra tutte le comunità che esistono in Siria, linguistiche e religiose, basata su un’ottica radicalmente democratica, di sovranità popolare. Io ho deciso di spendermi in questa rivoluzione, soprattutto perché è la rivoluzione che ha combattuto in maniera più efficace l’IS, indebolendolo politicamente e militarmente.Si tratta di due rivoluzioni completamente opposte: una, la Rivoluzione confederale della Siria del Nord, oltre ad essere ottima, può essere un esempio per la nostra società; l’atra, la rivoluzione teocratica, che rappresenterebbe una regressione terribile.Concludo, per fare ancor più chiarezza, dicendo che le Forze Siriane Democratiche uniscono le YPG a tutti i battaglioni politicamente più laici, secolari e disposti ad un cambiamento sociale, che facevano parte di quello che era l’Esercito Libero Siriano, che oggi non esiste più”.

Ha parlato della Rivoluzione del Rojava, della Siria del Nord, che rappresenta la rivoluzione confederale. Ci può dire di più su questa società autonoma, a partire dal ruolo fondamentale delle donne?
“Innanzitutto lo slogan della rivoluzione della Siria del Nord è proprio ‘La rivoluzione delle donne’: io questo l’ho visto con i miei occhi. Non soltanto esistono le Unità di Protezione Popolare (YPG) e le Unità di Protezione delle Donne (YPJ), che sono completamente autonome e indipendenti rispetto alle prime, e hanno una preminenza militare e politica, ma è evidente nella società civile. Tutte le istituzioni della Siria del Nord devono avere obbligatoriamente un copresidente uomo e un copresidente donna, tutti i consigli devono mantenere un bilanciamento tra i due sessi. Addirittura nel movimento rivoluzionario è teorizzata la superiorità delle donne, non da un punto di vista biologico, ma da un punto di vista storico-politico. Se pensiamo al livello di patriarcato presente nel mondo, ad occidente e ad oriente, ci si rende conto di quanto questa rivoluzione sia preziosa e di quanto sia interesse di tutti difenderla. La Federazione della Siria del Nord è un’istituzione reale, che si assume compiti umanitari in totale solitudine, ma che non viene ancora riconosciuta a livello politico, pur essendo utilizzata contro lo Stato islamico da parte della coalizione internazionale”.

Si è parlato spesso dell’identikit dei foreign fighters che partivano per combattere con lo Stato Islamico, ma non si è mai detto troppo riguardo a chi parte per combattere contro l’IS. Che varietà di persone ha potuto incontrare?
“Un ragazzo che ho conosciuto nelle YPG mi aveva detto una volta che gli internazionali delle YPG danno luogo ad un’esperienze che può essere paragonata solo a quegli ostelli di Londra, dove si vedono passare persone assolutamente incompatibili l’una con l’altra. Secondo me è un po’ anche una bella rappresentazione dell’Occidente, un luogo folle, molto diversificato, che conduce delle persone a fare una scelta su basi molto diverse. I combattenti internazionali sono in gran parte mossi da una volontà politica di supportare la rivoluzione che vi raccontavo prima e talvolta sono mossi principalmente da un’ostilità verso lo stato Islamico, non a caso ci sono molti francesi. Alcune sono persone che hanno una vita completamente slegata dalle dimensioni militari, da contadini del centro Europa, operai dal Canada, insegnanti, persone con un dottorato, archeologi, attori, di tutto. Ci sono stati anche molti ex militari che hanno abbandonato i propri eserciti perché non condividevano la politica estera del loro governo. Queste persone sono unite da un profondo senso morale, anche quando politicamente avevano storie diverse”.

Per quanto riguarda i Colloqui di Astana, pensa stiano congelando la situazione in Siria, o pensa ci possa essere uno sviluppo positivo?
“Indubbiamente per il regime c’è uno sviluppo positivo, perché dopo il supporto ricevuto dalla Russia con questi colloqui, ha quantomeno messo al sicuro la possibilità di non essere rovesciato. Per quanto riguarda la Turchia, si tratta in parte di uno sviluppo negativo, in quanto quei criminali supportati dalla Turchia sono stati cacciati e verranno cacciati anche dall’ultima provincia dove si erano radicati, Idlib, e andranno tutti in quella fascetta di Siria, occupata dalla Turchia, che diventerà il safe heaven di tutti i criminali che hanno agito in Siria. Quindi, chi farà le spese di questi accordi, non sarà che il popolo siriano che si ritroverà con quel regime che il popolo ha messo in discussione nel 2011, che cosi restaura il suo potere, e lo farà in modo vendicativo, aprendo alla popolazione siriana una fase simile a quella che sta vivendo la popolazione egiziana: uno stato di polizia vendicativo, sparizione di persone, torture. Dall’altro lato, l’unica forza propulsiva che esisteva in Siria, verrà sempre più assediata dal regime a Sud e dalla Turchia a Nord e messa in discussione nella sua stessa esistenza. Questo è uno scenario negativo per la popolazione siriana; l’unico auspicio è che esistano forze nel mondo, sociali, o più probabilmente super potenze, che possano quantomeno mettere un freno al desiderio di Turchia e regime siriano di soffocare l’ultima rivoluzione che resiste nel Nord della Siria”.

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