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Bandite i banali selfie, scrivere con la luce è un’arte. Parola di Mario Cresci

“La fotografia del no” è il titolo della grande mostra di Mario Cresci appena inaugurata in Gamec e aperta fino al 17 aprile, allestita nell'intero museo con opere di segno e ispirazione assai vari e poliedrici, che coprono l'arco temporale dal 1964 ad oggi.

È un “no” all’immagine come ricerca del consenso quello di Mario Cresci, tra i più interessanti sperimentatori e innovatori della fotografia italiana.

Un “no” alla mercificazione, alla banalizzazione, all’abitudine. “La fotografia del no” è il titolo della grande mostra appena inaugurata in Gamec e aperta fino al 17 aprile, allestita nell’intero museo con opere di segno e ispirazione assai vari e poliedrici, che coprono l’arco temporale dal 1964 ad oggi. Di Mario Cresci, per un decennio alla guida dell’Accademia di Belle Arti Giacomo Carrara (1991- 2000), la città ha conosciuto l’approccio anticonformista e la radicalità delle svolte in chiave didattica e fondativa di un nuovo corso delle arti visive: capitoli per nulla indolore per chi credeva nella continuità della formazione centrata su un certo tipo di cultura figurativa che aveva traghettato generazioni di studenti della Scuola attraverso il Novecento.
Ma di Mario Cresci si conosce anche l’apertura alla curiosità, alla contaminazione, al nomadismo disciplinare, al gioco. Una parola, il gioco, che nell’attuale mostra affiora ad ogni sala.

“Ho seguito la strada di un’arte globale più che il mondo specifico della fotografia”, spiega Cresci, “ci sono ragioni di concomitanza e passaggi di senso molto interessanti tra le arti”.
E, a proposito del potere deformante dell’obiettivo, avverte: “la fotografia è il medium che racconta più bugie di tutti”.

È un’antologica destinata a lasciare il segno, che intreccia suggestioni plastiche e lavori di puro concetto, memorie classiche e scritture contemporanee, indagini antropologiche e ricerca geometrica, in un percorso di 12 unità di taglio sia tematico che cronologico.
“Un lavoro d’équipe”, ha tenuto a sottolineare l’autore “perché oggi l’azione di un artista non è più autonomamente autoriale: non credo nel genius loci della situazione, alla Christo; oggi il lavoro dell’arte è sempre più un incontro di competenze, così io di questa mostra mi sento co-regista”.

Anche Maria Cristina Rodeschini, co-curatrice dell’evento, ribadisce: “Alcuni fotografi lavorano nel loro campo, in Cresci invece è forte la dimensione del dialogo e la trasmigrazione in altri rami della creatività, il cinema, l’arte: non si esclude a priori nessun sapere”.

Data la complessità e la ricchezza dell’esposizione, ne proponiamo qui una guida scandita in 12 momenti. Con l’aiuto dell’autore, per il quale le sezioni della mostra “sono undici stagioni della vita rappresentate in immagini” (la 12ª è un corredo di video-opere di e sulla sua ricerca).

Mario Cresci

Ipsa ruina docet
Nove calchi di celebri statue classiche provenienti dalla gipsoteca dell’Accademia di Belle Arti rivisitano l’installazione del 1996 al teatro Sociale di Bergamo. Emblema di una Scuola di tradizione, dove i gessi erano esercizio quotidiano delle giovani leve dell’arte, queste opere “possono essere rivitalizzate oggi per la contemporaneità”, afferma Cresci, “perché affondando negli studi e nella storia si è anche più sensibili al presente”.
Al centro – negli anni Novanta – di un’accesa polemica sulle responsabilità della loro rimozione e degrado (di cui in catalogo si chiariscono i passaggi), i gessi dell’Accademia sono qui ingabbiati nelle loro strutture di deposito “non più funzionali ma ideali, come simbolo dei paradossi drammatici del mondo presente”.

Geometrie, 1964-2016
Una serie di immagini geometriche, tra citazioni, stranianti distorsioni e deformazioni ottiche, sono altrettante variazioni sul tema della percezione della forma. “Tutto quello che vedete è la trasposizione in immagine di teorie e studi dedicati al design. Invece di costruire oggetti, ho costruito immagini, cercando di dare un po’ di poesia in questa apparente freddezza geometrica”.
Sono scatti che raccontano la stagione iniziale dell’autore, la formazione a Venezia nel segno del design, le contaminazioni con la pop art e il minimalismo.

Cultura materiale, 1966-2016
Un altro versante della ricerca: la cultura contadina, l’antropologia, il senso sociale delle comunità agricole del Sud Italia tra gli anni ’60 e il ’70. Volti, animali, interni domestici, manufatti si avvicendano in una rassegna che è come un racconto, un dialogo a più voci. Spiccano le immagini colte a Tricarico, in Basilicata, dove “mi emozionava scoprire il kitch – racconta – i luoghi d’affezione, le fotografie appese alle pareti, il ritmo lento del lavoro e della vita quotidiana”.
E una serie di interni mossi, sfocati sui volti, “perché non volevo ritrarre le persone, ma dare peso e senso agli oggetti”. Alcuni fotogrammi di utensili passati nello scanner, battezzati “scanprint”, consentono la ripresa attuale del mondo antico attraverso la tecnologia e procedimenti di postproduzione, con risultati aperti al gioco e all’enigma.

Mario Cresci

Trisorio site-specific , 1979
Meditazioni su uno spazio vuoto, la galleria di Pasquale Trisorio, vetrina di tutto rilievo del contemporaneo. Cresci, invece di allestirvi una mostra fotografica, fotografò l’ambiente stesso chiudendovisi dentro per tre giorni con una pila, un vetro, uno specchio, un metro. Ne nasce un percorso percettivo fatto di coni ottici, collimazioni, sequenze di luce, liberi effetti d’immaginazione e d’architettura visiva.

Roma ’68
Cresci vive un anno a Roma, dove lavora con alcuni amici artisti a performance, sperimentazioni su pellicole cinematografiche, reportage fotografici. In mostra, le sequenze in chiave antimilitarista su valle Giulia e gli scontri di piazza tra manifestanti universitari e polizia, e le stampe su pellicola fotografica autopositiva sulle icone della memoria, le parate militari e la retorica dei caduti.

Time out, 1969-2016
Galleria il Diaframma, Milano 1969, una delle prime installazioni in Europa in ambito fotografico: 1000 scatole di plastica con dentro altrettante fotografie sul tema del consumismo. L’artista rivisita oggi quell’esperienza con una grande installazione collettiva di 1000 cilindri trasparenti con le immagini raccolte lo scorso anno grazie alla call lanciata on line con l’hashtag “timeout”.

Attraverso l’arte 1994-2015
L’americano Alfred Stieglitz negli anni Venti chiamò le sue istantanee di cieli e nuvole “equivalence”, intese come “equivalenti delle sue più profonde esperienze di vita”. Cresci si riallaccia a tale concetto di traslazione di senso per rileggere i ritratti dipinti che ci guardano dalle pareti dei musei. “Togliendo gli elementi pittorici attraverso la fotografia, con una sorta di blu klein, ho reso equivalente in fotografia una situazione di arte pittorica”. In fila alle pareti anche i “fuori tempo” sfocati dei capolavori dell’Accademia Carrara e una sorta di “fotografia incisa” che gioca con i riflessi di una lastra di rame dell’artista Mario Benedetti.

Baudelaire
46 stampe, tanti sono gli anni di vita del “poeta maledetto”, del ritratto fotografico di Baudelaire fatto da Etienne Carjat nel 1862. Realizzate su carta cotone piegata a mano, sono un omaggio di Cresci venato d’ironia al poeta che si diceva non amasse affatto il “mezzo freddo” della fotografia.

Transizioni, 1967-2016
La memoria e il vissuto personale del fotografo attraversano la cronaca familiare e gli spazi domestici in esercitazioni fotografiche che lui stesso definisce “liberatorie”.
“Sono progetti che nascono a contatto diretto con la situazione: lo svuotamento dei cassetti quando muore un familiare, la spogliazione delle stanze quando si lascia per sempre una casa”. E che intrecciano con assoluta disinvoltura geometria, immaginazione e inesauribile gusto grafico.

D’après di d’après, 1985
Un’esperienza degli anni Ottanta sul rapporto tra la fotografia e il disegno: partendo da immagini d’autore come Mulas, Duchamp, Diane Arbus, “ho disegnato con la matita sulle foto mettendo il foglio di lucido, come fanno i bambini”, spiega Cresci, che ha poi usato il disegno come matrice per stampare e riprodurre su carta cotone qualcosa che non è più né disegno né foto. “Qui siamo di fronte a qualcosa di indecifrabile. Che cos’è?”

Metafore
Suggestioni visive sulla scia delle odierne tragedie della migrazione. L’artista traccia sulle pietre di lava a Giardini di Naxos grafismi a tempera bianca in forma di segni-ala, come il volo di gabbiani all’orizzonte. “Mi sono accorto mentre la facevo che questa pitturazione corrisponde a quella che i popoli d’Africa fanno sui propri corpi: d’improvviso il lavoro è diventato quasi un paesaggio africano”. Vedute del mare percosso di pioggia, così come sculture visive in scala 1:1 di corpi stretti in coperte termiche si uniscono al senso testimoniale e di pietas nei confronti delle genti migranti.

Di grande pregio il catalogo (Gamec Books), per la qualità delle immagini e l’approfondita (ma agile) scelta di testi critici.

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