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Grande Guerra, Pillola 110: Messines, la morte viene dal profondo

Ancora oggi, il visitatore che si trovasse a passare dalle parti di Messines, paesino delle Fiandre occidentali a sud di Ypres, potrebbe notare dei bizzarri avvallamenti rotondi, che, nonostante il passare del tempo, conservano le caratteristiche originali di un cratere da esplosione. Istintivamente, però, tenderebbe ad escludere un’origine bellica di quei grandi crateri, proprio per le loro gigantesche dimensioni.

Invece, i crateri di Messines sono veramente il prodotto di mastodontiche esplosioni sotterranee della prima guerra mondiale: le celebri mine che precedettero l’omonima battaglia del giugno 1917, e che fecero dire, profeticamente, al comandante inglese Plumer, la sera prima delle esplosioni: “Gentlemen, we may not make history tomorrow, but we shall certainly change the geography”.

Pillola 110: Messines

La battaglia per il crinale di Messines fu concepita come una fase preliminare della terza battaglia di Ypres e venne affidata alle esperte capacità del generale Plumer, che, allo scopo, di evitare ai suoi soldati un massacro come quello della Somme, concepì un piano d’attacco basato sul brillamento di 24 poderose mine sotto le posizioni della 4a armata germanica. Mentre i genieri britannici scavavano delle lunghissime gallerie, fin sotto le posizioni nemiche, riempiendo le camere di scoppio con decine di tonnellate di Ammonal ciascuna, l’artiglieria iniziò un lunghissimo e possente bombardamento preliminare, che iniziò il 21 maggio 1917 e terminò soltanto alle 3 del mattino del 7 giugno, quando le mine vennero fatte brillare. L’effetto delle esplosioni fu terrificante: le cariche, poste a profondità variabili fra i 15 ed i 30 metri, devastarono le posizioni germaniche, causando un numero enorme di vittime ed un caos indescrivibile.

La 3a divisione bavarese venne praticamente cancellata dalla faccia della terra: le vittime dell’esplosione furono, in totale, circa 10.000 e si trattò della più gigantesca realizzazione bellica esplosiva operata dall’uomo con materiali convenzionali. In uno scenario apocalittico, tra gli scoppi delle granate a gas, sparate senza risparmio da entrambi i contendenti, avanzarono verso il crinale sconvolto 9 divisioni della 2a armata del BEF, insieme a 72 carri armati e sotto il tiro delle artiglierie inglesi, che, spesso colpirono con il loro fuoco i ‘tommies’ che andavano all’attacco. Nonostante gravi perdite, nel giro di tre sole ore le posizioni tedesche cedettero: i fanti germanici non poterono resistere alla superiorità numerica avversaria ed erano, soprattutto, del tutto sconvolti psicologicamente dalla violenza inimmaginabile delle esplosioni, tanto che più di 7.000 di loro si arresero al nemico, abbandonando decine di cannoni e di mortai e oltre 300 mitragliatrici.

Alla fine della mattina, il terribile crinale di Messines era in mano britannica, anche se il suo aspetto non sarebbe mai più stato lo stesso: per gli Inglesi si trattò di un notevolissimo successo, che aprì la strada alla ben più importante terza battaglia di Ypres, nota anche col nome di Passchendaele, che ancora oggi viene pronunciato con rispetto nelle case britanniche. Leggenda vuole che le esplosioni di Messines fossero state così forti da essere udite distintamente a Londra (il che è possibile) e a Dublino (il che, francamente, lo è un po’ meno): di certo esse rappresentarono l’apice della guerra di mine, che, dopo quell’episodio, diminuì nettamente d’intensità. Si trattava di un modo di combattere di origine antichissime e, al contempo, estremamente moderno: nel sottosuolo, durante la prima guerra mondiale, si combattè spesso questa lotta nel buio, fatta di nervi e di calcoli matematici, che qualche volta, come in questo caso, si rivelò determinante per il buon esito di un’operazione.

A Messines, inoltre, almeno quattro o cinque mine non esplosero, e minacciano ancora la popolazione con il loro segreto letale: una scoppiò nel 1955, durante un temporale, producendo un cratere largo 60 metri.

Le dimensioni degli altri crateri variano da un minimo di una trentina di metri fino ai 76 della Spanbroekmolen: qualcuno di essi, oggi, ha l’apparenza di un laghetto dai contorni un po’ troppo regolari, che tradiscono la sua drammatica origine.

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