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“Ci hanno definiti i più pessimisti del mondo, ma non ci lasciamo dominare dalla paura”

"I ragazzi italiani sono i più pessimisti del mondo", ma Greta Facchetti, classe 1996, non è d'accordo e ci racconta le potenzialità di una Generazione Z.

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La Varkey Foundation ha condotto uno studio internazionale su un campione di circa 20 mila ragazzi di 20 diversi Paesi. Una ricerca che aveva come obiettivo la comprensione di ciò che pensa e sostiene l’odierna gioventù mondiale ovvero la cosiddetta “Generazione Z”.

I dati raccolti sono riusciti a mostrare molte sfaccettature di noi giovani costruendo un quadro complesso dei molteplici aspetti, per certi versi contraddittori, che ci caratterizzano. Tra gli Stati coinvolti nell’indagine vi è anche l’Italia che, purtroppo, come alcune analisi hanno prontamente sottolineato, si è distinta per un triste primato: qui le ragazze e i ragazzi sono tra i più pessimisti del pianeta.

L’idea che nel mondo si stia andando sempre più verso il peggio è una delle considerazioni che sono emerse con grande evidenza tra i figli dei baby-boomers italiani ovvero noi che, nati in un periodo di prosperità, ad un certo punto, abbiamo iniziato a sentir parlare di “crisi economica”. Noi che quasi improvvisamente, alla soglia della nostra adolescenza, abbiamo visto sgretolarsi le certezze di molte famiglie per un motivo che non riuscivamo bene a comprendere e quindi neppure ad accettare.

Così, nell’età della vita in cui le aspettative nei confronti di tutto ciò che esiste al di fuori di sé sono altissime e in cui si è pieni di desideri insaziabili, ci siamo scontrati con la durezza della realtà. Abbiamo scoperto che l’economia è il nodo centrale della società e se questo suo nocciolo è in bilico, può accadere che vacilli anche la possibilità di realizzazione dei nostri sogni. Abbiamo cercato di comprendere e accettare il capovolgimento di quel paradigma che era prevalso tra i figli del boom e i loro genitori che, grazie ad un progressivo sviluppo economico, avevano raggiunto un graduale miglioramento delle condizioni di vita e del benessere.

Siamo, dunque, una gioventù posta al confine di un’era che segna il limite da cui ha inizio qualcosa di ignoto, un futuro da cui non sappiamo cosa aspettarci. Tutto questo è riassunto nella definizione “Generazione Z”: soprannominati come l’ultima lettera che chiude la lunga fila dell’alfabeto, come la fine di un percorso di cui non si conosce il seguito oppure “Z” come zero, il nulla.

Chi vorrebbe essere conosciuto nel mondo con un nome simile, soprattutto nel fiore della propria vita?

Ci siamo sentiti, di punto in bianco, come lanciati verso il futuro senza alcun tipo di libretto di istruzioni o arma di difesa. In aggiunta a tutto ciò, ogni canale mediatico ci ha più volte presentato la crisi come l’inizio della fine, come quel punto da cui non si può far altro che peggiorare e a cui ci si deve rassegnare. Anche i social network hanno fatto da eco a questo clima di sfiducia diffondendo la nostalgia per un passato glorioso, come se la riscoperta dei vecchi tempi fosse la soluzione per tutti i mali.

L’estraneità rispetto a questa storia troppo lontana da noi, insieme alle minacce globali moderne come il terrorismo, hanno accentuato il nostro timore di essere esclusi da qualsiasi possibilità di miglioramento.

Eppure qualcosa è successo e la paura non ci ha dominati!

Forse perché siamo anche la generazione con uno dei più alti livelli di scolarizzazione. La scuola dei nostri giorni si è allontanata sempre più dagli insegnamenti pratici e, anche se questo a volte è stato un male, è anche il sistema che ci ha mostrato l’importanza di riflettere e soffermarci davanti alle situazioni difficili. Abbiamo ricevuto un’educazione che sottolinea la necessità di prenderci del tempo e poi agire con coscienza poiché avere un primo momento di disorientamento di fronte alla novità è una cosa del utto naturale quasi un pregio e non una debolezza.

Le nuove tecnologie ci hanno aiutati a valorizzare l’importanza dell’empatia facendoci conoscere altre persone che, anche se lontane da noi fisicamente, condividono le nostre stesse paure e ambizioni. Il collegamento virtuale ci permette di conoscere molte più realtà e situazioni rendendoci critici nei confronti dell’umanità, ma anche allargando i nostri orizzonti e le nostre vedute. Ci mostra come siamo diversamente uguali nelle nostre uniche e irripetibili vite.

La ricerca della Varkey Foundation ha dimostrato, infatti, che siamo molto più disponibili di un tempo verso chi è diverso da noi, aperti verso i diritti e, nonostante le previsioni apocalittiche, crediamo ancora nell’importanza dell’amicizia e della famiglia, anche nelle sue nuove forme.

Siamo una generazione fragile che sente il peso dolce-amaro della conoscenza che rende liberi e felici, ma anche più responsabili e a volte diffidenti.

Forse non è pessimismo il nostro, ma una maggiore consapevolezza e una visione più ampia e molteplice.
E, quindi, siamo la“Generazione Z” o forse la “Generazione A” come alpha è chi guida e conduce verso un nuovo futuro resistendo anche di fronte alle avversità?

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