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“Noi, generazione dei contratti a chiamata: dateci un futuro, ne abbiamo bisogno”

Giacomo Rozzoni, classe 1990, scrive questo articolo a pochi giorni di distanza dalla notizia del suicidio del 30enne friulano, Michele, ossessionato dall'idea di non avere un posto fisso. Il nostro Giacomo sceglie però di sperare in un avvenire migliore. E voi?

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Siamo la generazione che sogna il posto fisso, la generazione degli stage, dei contratti a progetto e a chiamata, la generazione degli eterni apprendisti, la generazione con praticantati infiniti.

Siamo la generazione costretta a vivere dai genitori, siamo quelli etichettati come “bamboccioni”, insomma siamo la generazione che sulla carta d’identità dovrebbe avere un grande punto di domanda alla voce professione.

In questi giorni sanremesi, può capitare di ascoltare in radio alcune vecchie tracce vincitrici degli ultimi Festival, la canzone cantata da Emma Marrone “Non è l’inferno” nel proprio ritornello suona un evocativo “com’è possibile pensare che sia più facile morire?” che ad oggi può suo malgrado collegarsi ad un triste fattodi cronaca.

Qualche giorno fa Michele, un precario trentenne friulano, ha scelto di togliersi la vita.

L’ha fatto perché si sentiva un peso, l’ha fatto perché non voleva continuare a vivere in un posto dove il futuro è nero come la pece. Prima di compiere questo gesto ha scelto di scrivere una lettera, un messaggio tanto commovente quanto lucido ed esaustivo, affrontando e raccontando nei minimi dettagli il demone che lo opprimeva, nelle sue ultime parole è facile entrare nel dramma. Nel suo dramma.

In questa tragedia si possono rivivere sogni infranti e nuovi incubi della nostra generazione. Ognuno è artefice del proprio futuro: ma se un futuro sembra non esserci?

La vicenda di Michele non può e non deve ripetersi, c’è un ardente bisogno di un futuro che dia ai giovani un lavoro e una speranza. Perché è la speranza che vacilla, la speranza di riuscire a vivere dignitosamente, la speranza di realizzarsi e di fare progetti. Senza la speranza non esiste vita, viene tolta l’unica via ad una felicità fatta di cose tanto piccole quanto importanti, come potersi permettere una casa e una famiglia.

In questi casi è prassi fare un appello a istituzioni varie nell’attesa di un fantomatico cambiamento del sistema, ma che, puntualmente, si distrugge nel classico rimbalzo di un’assunzione di responsabilità.

La speranza, sempre quella, sarebbe che tutti nel proprio piccolo iniziassero a pensare realmente al domani, partendo da chi ha la possibilità e l’obbligo di fare finalmente le scelte giuste. Per poi passare alle aziende, dove non guasterebbe giusto un pizzico di fiducia verso chi non ha forse l’esperienza dalla propria parte, ma ha tutta la vita davanti a sé.

Ed infine un invito vero proprio va a noi stessi, a noi giovani: non perdiamo la speranza di un avvenire migliore, perché il futuro è e deve essere il nostro futuro.

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