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Giobbe Covatta: “Io e Iacchetti, matti da slegare, facciamo ridere ma rispettiamo la malattia”

Al Creberg Teatro di Bergamo lo spettacolo diretto da Gioele Dix "Matti da slegare". Ne parla con Bergamonews Giobbe Covatta, protagonista in scena con Enzo Iacchetti.

Siamo solo ai convenevoli, ma già dal tono della voce dell’interlocutore riesco a percepire una simpatica risata che sale automatica dal mio diaframma pronta ad esplodere. Dall’altra parte del telefono c’è un Giobbe Covatta in formissima: conosciutissimo attore e comico, parla di Matti da Slegare, spettacolo che lo vede impegnato sul palcoscenico con Enzo Iacchetti. Le scene sono di Francesca Pedrotti, mentre in regia si diverte Gioele Dix, dimostrando ancora una volta tutta la sua esperienza.

Insieme ci racconteranno sabato 11 febbraio al Creberg Teatro di Bergamo la storia di Elia e Gianni, due pazienti di un istituto psichiatrico i quali, una volta usciti da lì, si ritroveranno “semplicemente” a fare i conti con la vita di tutti i giorni. La storia è tratta dalla commedia norvegese Elling e Kjell Bjarne di Axel Hellstenius, e rappresenta un percorso tortuoso tra le mille avversità di una vita (per i più) normale. Il tema principale è appunto quello della malattia mentale, ed è di certo delicato; grazie però alle parole scambiate con Giobbe Covatta si capisce che le cose si possono e si devono guardare da punti di vista diversi, magari anche con un’aria più leggera, senza dimenticare mai il rispetto e la serietà che merita un argomento simile.

Per cominciare… Matti da Slegare: che cosa propone?

Io lo definirei uno spettacolo border-line, a cavallo tra una commedia e una tragedia. Mi pare ovvio, perché abbiamo questi due matti (Elia e Gianni) come protagonisti. Veri e propri matti psicopatici, con problemi patologici: sia chiaro che sto usando l’accezione più pura del termine. Sono due malati! Per cui affrontiamo un tema serio, avvolto però dall’aspetto goliardico, non ti preoccupare. Si troveranno a confrontarsi col mondo esterno alla struttura psichiatrica: escono per buona condotta e sulla via della guarigione gli viene concesso di vivere in un appartamento. E da qui il via alle avventure! Avventure incredibili come fare la spesa o parlare con un inquilino.

Da dove nasce l’idea di portare in scena questo spettacolo?

Sinceramente è un puro interesse. Non c’è nessuna dietrologia fantasmagorica. Quando faccio queste cose spesso i testi li scrivo io e a me piace parlare di certi argomenti, li trovo estremamente interessanti. Vanno bene i miti, le leggende, o altre cose. Ma vuoi mettere poter parlare della malattia? Della distruzione del Pianeta? Delle piaghe che attanagliano l’Africa? È tutto molto più interessante… Dai, la verità è che delle altre cosette un po’ più “povere” di significato nun me frega proprio niente.

Sul palco è in compagnia di Enzo Iacchetti, con la regia di Gioele Dix: prima di tutto com’è il rapporto fra voi, senza scordare le altre due protagoniste femminili?

Enzo è fantastico! Con lui mi trovo benissimo e c’è un rapporto bellissimo, così come con tutti gli altri. Potrei condensarti la cosa dicendoti che ci sentiamo come se “pedalassimo insieme”: ci conosciamo e maturiamo tutti sul palco. Gioele è perfetto, le ragazze (Irene Serini e Gisella Szanislò, ndr) poi sono giovani, carine e bravissime. Non saprei come altro dirlo: c’è sintonia e armonia.

I vostri tre nomi sono solitamente associati alla comicità. A questo proposito come vi siete posti nei confronti di un tema così delicato come la malattia mentale?

Mmm… Lo spettacolo è indubbiamente comico: si ride, come già ti dicevo. E personalmente non vedo dove sia il problema. Io credo che non esista un argomento troppo o solo serio. Ogni cosa può essere risibile. Tempo fa ho scritto un libro sulla Bibbia che non ti dico quanti problemi mi ha portato con la Chiesa. Ma dico io… Perché!? Se si ride di qualcosa non dev’essere per forza irrispettoso. Questo meccanismo mi sfugge proprio! I punti di vista sono diversi, il rispetto rimane! Il tema è forte, interessante e pregnante. Ma non vedo il motivo per cui non lo si possa trattare con leggerezza e con un sorriso. Ripeto, questo non va a snaturare la sua importanza. Non diventa affatto meno serio.

giobbe covatta

Recentemente nei teatri di Bergamo sono passati Simone Cristicchi e la sua storia su David Lazzaretti, mistico e problematico personaggio dell’Ottocento e Anna Foglietta interprete di Alda Merini in manicomio. Ora lei sul tema della pazzia: pura e semplice coincidenza? O un ritorno di interesse a questo argomento?

Io non credo sia un “ritorno” del tema. Forse una coincidenza sì, ma di fatto rimane una volontà di esorcizzare questa tematica. Siamo fatti di razionalità, di strutture logiche, ma c’è qualcosa che ci spinge ad andare oltre, al di là della pura logica. Credo che sia sempre una questione di sfumature. Il “matto” è un “diverso”, differente da quello che è lo standard noioso dell’uomo di tutti i giorni. Diverso dal piattume quotidiano. E più è basso questo standard, meno interessante appare. Come dire? Nell’essere matto penso c’è una sorta di “specialità”.

Ritiene dunque che questo aspetto sia un punto di forza che aiuta il successo di Matti da Slegare?

Il motivo del successo dello spettacolo è lapalissiano: sono io! (scoppia in una risata contagiosa, ndr). Scherzi a parte. Credo di sì; è difficile mettersi nei panni di chi guarda lo spettacolo ma credo che il pubblico voglia prima di tutto divertirsi. E questo succede! Ma se oltre a questo si riesce a cogliere qualche sfumatura in più tanto meglio. C’è comunque qualcosa su cui riflettere, qualche domanda che ci sorge spontanea. Se posso permettermi inoltre lo spettacolo piace perché è di per sé bellissimo nella scrittura: di solito non lo dico perché sono io che scrivo, ma in questo caso non sono l’autore per cui lo urlo a voce alta. È bello! E quello che speriamo noi attori, lasciando perdere esperienze e bravura di ognuno, è di non rovinarlo affatto. Di fare del nostro meglio per rendergli omaggio.

Entrando un poco più nello specifico, chi è il suo personaggio? Si è per caso preparato in maniera particolare per interpretarlo?

Durante la mia carriera ho visto e fatto tanto, e stavolta per preparami mi sono fatto una carrellata di figure o film o spezzoni dei maestri del cinema. Una galleria di matti interpretati da chi sicuramente è più bravo di me. Mi viene in mente Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo, forse il più bel film che abbia mai visto. Per quel che riguarda il mio personaggio, Gianni è un meridionale, ma si vedrà subito come siamo tutti fuori dallo spazio. Non abbiamo altra connotazione se non l’appartamento. Non c’è un’identificazione geografica vera e propria, e questo consente un determinato tipo di riflessioni.

E questo è l’aspetto che più le piace dello spettacolo a cui date vita?

Quello che più mi piace dici? Veramente amo il fatto che i personaggi interagiscano con l’assistente sociale lesbica e l’inquilina del piano di sopra, la quale ha una vita scombinata ed è incinta. Ad un certo punto quello spazio di cui ti parlavo si riempirà: saremo come una stranissima famiglia allargata, fatta da due matti, una lesbica, una ragazza madre e un bambino. Personaggi diversi e opposti; di sicuro una famiglia più che atipica, tenuta assieme da un’armonia strana e difficile. La Cirinnà ne sarebbe orgogliosa!

Prima di salutarla, direbbe che “l’arte e l’amore come strumenti di guarigione e riscossa” è la frase che fa da filo conduttore allo spettacolo?

Direi di sì: nel senso drammaturgico del termine. I due protagonisti compiono un percorso mentale di crescita. Escono dalla struttura psichiatrica ma non sono ancora guariti; sfidando però la vita di ogni giorno troveranno la loro soluzione. Enzo sarà un poeta un po’ naïf, io invece troverò la redenzione grazie all’amore. Ognuno dei due è alla ricerca di una propria dimensione.

Grazie di cuore per la bellissima chiacchierata! Ah, così di getto: un motivo per venire a vedere Matti da Slegare?

“Venite a teatro perché in tv non c’è niente di buono!”

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