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Spaccate e furti in gioielleria: scovata banda serba, 6 in arresto nella notte foto video

Tra i colpi della banda anche quello del 16 marzo 2015 in pieno centro a Bergamo, ai danni della gioielleria Curnis: un milione e mezzo di euro il valore totale della refurtiva.

Sei persone arrestate, una ricercata e altre otto indagate: grazie ad un’approfondita indagine durata due anni le Polizie di Stato di Bergamo e Verona hanno smantellato una banda di cittadini di origine serba dedita ai furti in gioielleria con la modalità delle “spaccate”, tra le quali anche quella del 16 marzo 2015 in pieno centro da Curnis.

Professionisti del crimine che si spostavano repentinamente dalle proprie basi, a Roma e Napoli, per colpire in tutta Italia: a loro le squadre mobili orobica e scaligera contestano sei furti, a partire da quello commesso ai danni della gioielleria Stevanella di Verona la notte del 2 febbraio quando, a colpi di mazza, erano riusciti a sfondare saracinesca e vetrina e a impossessarsi di una refurtiva del valore di 150mila euro per poi scapare a bordo di una Mercedes Classe C AMG e un’Audi S4 station wagon.

Con le stesse modalità, la notte del 15 febbraio, la banda aveva messo a segno un secondo colpo, questa volta a Prato, sempre ai danni di una gioielleria dalla quale avevano sotratto gioielli e preziosi per un valore di 50mila euro.

Ma è il terzo colpo, quello ai danni della gioielleria Curnis di Bergamo, che ha convinto gli investigatori che ad agire fossero sempre gli stessi malviventi. A fare la differenza, come spesso capita, è stato un dettaglio quasi impercettibile: analizzando i filmati estrapolati dagli impianti di videosorveglianza di Bergamo e Verona, infatti, gli inquirenti hanno notato come una delle due vetture utilizzate per la fuga fosse inequivocabilmente la stessa, in quanto presentava la medesima ammaccatura sul passaruota posteriore sinistro.

I malviventi hanno commesso poi altre due leggerezze risultate decisive alla loro individuazione: hanno portato a termine i colpi tenendo addosso i telefoni cellulari, che hanno permesso di verificare la loro presenza sui luoghi delle spaccate, e durante la fuga sfruttavano le corsie di ingresso dei caselli autostradali riservate ai clienti Telepass, accodandosi ad altre auto e venendo inevitabilmente fotografati per la contravvenzione.

In occasione del colpo a Bergamo i ladri avevano precedentemente rubato a Seriate una Fiat Marea, utilizzata come ariete per sfondare la saracinesca, due targhe, apposte sulle auto poi utilizzate per la fuga, e alcuni bidoni dell’immondizia per raccogliere la refurtiva, del valore di un milione di euro.

Grazie a una telecamera di videosorveglianza di una banca gli inquirenti sono riusciti a rintracciare la reale targa della Mercedes utilizzata dalla banda, riconducibile a una donna che aveva ben 200 vetture intestate a suo nome.

Una vettura sulla quale in svariate occasioni erano stati fermati, durante controlli ordinari della Polizia Stradale, alcuni dei cittadini serbi che poi effettivamente si sono rivelati gli autori dei furti: si tratta di Jubo Adzovic, 37 anni, Feta Bajrami, 27 anni, Leonardo Prokuplja, 32 anni, Katalin Ruszka, 29 anni, Almir Suljevic, 31 anni e Avdija Suljevic, 35 anni, tutti zingari di origine serba che vivevano in campi nomadi.

La Polizia li ha arrestati nella serata di mercoledì 8 febbraio tra Roma, Napoli e Verona e ora è sulle tracce del settimo elemento, probabilmente il basista che la banda aveva in città a Bergamo e per ora irreperibile.

Ad alcuni degli arrestati e degli altri 8 indagati sono riconducibili altri tre colpi messi a segno tra maggio e giugno del 2015 con le stesse modalità in altrettante gioiellerie di Pedaso, in provincia di Ascoli Piceno, Milano Marittima, in provincia di Ravenna, e Pulsano, in provincia di Taranto.

La banda non ha invece nulla a che vedere con la seconda spaccata da Curnis, quella del novembre 2016. 

Grasso e Mapelli

Alla squadra mobile di Bergamo è andato il plauso del procuratore generale Walter Mapelli che ha sottolineato come il risultato sia stato possibile grazie alla fitta collaborazione messa in atto con la procura e la questura di Verona: da un lato il sostituto procuratore Emanuele Marchisio, dall’altro la dottoressa Bianca Rinaldi, costantemente in contatto per coordinare le indagini.

“Partendo da pochissimi elementi è stata ricostruita un’intensa attività criminale – ha commentato Mapelli – Un’attività minuziosa e di grande impegno, nella quale a fare la differenza sono state le informazioni emerse da normali controlli ordinari del territorio, il coordinamento con il reparto operativo della squadra mobile di Verona e la comunione di risorse e capacità investigative”.

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