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Il bullismo non esiste. Anzi, forse sì: è figlio del sistema educativo italiano

Chi sono le vittime, i carnefici e gli spettatori secondo Giacomo Colombo, classe 1997. Articolo scritto in occasione della prima Giornata nazionale contro il bullismo

Il bullismo non esiste. Anzi, forse si.

Forse lo abbiamo catalogato per così tanto tempo fra i comportamenti esclusivamente infantili che, forse, non ce ne ricordiamo più.

O, forse, ce ne ricordiamo solo leggendo qualche inciso su qualche giornale: “Vittima dei bulli, quindicenne si toglie la vita”.

Fermi tutti.

In un istante tutti i “forse” si polverizzano, mentre digeriamo la gelida spietatezza di quelle parole e riconosciamo la realtà.

Ha un’infinità di facce, un’infinità di voci, un’infinità di case, un unico nome. Non passa mai di moda, è sempre al passo con i tempi (il cyberbullismo è il vaiolo del terzo millennio, ma ancora non lo sappiamo). Il bullismo esiste, è concreto, e l’errore più grave che possiamo commettere sta proprio nel considerarlo una problematica totalmente estranea all’universo adulto. Non si tratta solo di merendine rubate o di scherzi di cattivo gusto, non si tratta di sfottò gratuiti o di violenza fine a sé stessa.

Emarginazione, prevaricazione, prepotenza, discriminazione.

Ecco di cosa si tratta.

E il fatto che un bambino non conosca neppure il significato di queste parole non è che un’ulteriore conferma del fatto che lui, il bambino, non sia affatto l’unico soggetto interessato da questa piaga. Chiaramente è proprio fra i più piccoli che si prova ad intervenire: agire alla base del problema è il modo migliore per risolverlo.

Ma chi ne è responsabile?

I genitori? Qualcuno vi inviterebbe a recarvi presso un qualunque campo sportivo, in un qualunque sabato pomeriggio, per notare di quale educazione e rispetto siano intrisi gli incoraggiamenti di alcuni papà (e di alcune mamme) nell’incitare la rispettiva prole a “spezzare le gambe” all’avversario.

Gli insegnanti? Qualcuno vi inviterebbe a far visita ad una qualunque classe, in una qualunque scuola, per osservare l’autorevolezza e l’impegno con cui alcuni docenti (e alcune maestre) si adoperano per far sapere a parte del rispettivo corpo studente di non essere poi tanto diverso da un piccolo gregge di capre.

Non possiamo avere la presunzione di inculcare ai più giovani valori che noi per primi, troppo spesso, decidiamo di mettere da parte. A prescindere dalle individualità del carattere, l’impianto educativo che un bambino riceve è lo strumento più prezioso di cui si possa servire per crescere e, a sua volta, trasmettere qualcosa al mondo che lo circonda.

Ma, forse, è un impianto educativo da revisionare.

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