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La questione dell’Est Turkestan – Xingkiang

Giancarlo Elia Valori, Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France,

La composizione demografica e antropica dello Xingkiang è più complicata di quanto non si tenda oggi a credere: secondo il censimento cinese del 2000, il 40% della popolazione dell’Est Turkestan-Xingkiang è cinese han, mentre il restante 60% è uiguro, kazako, kirghizo o oirat.

Questi ultimi rappresentano una etnia originaria dei monti Altai in Mongolia e, nella Federazione Russa, vengono definiti come kalmik.

Non si tratta quindi di una relazione a due, tra cinesi han e uighuri di etnia turca, ma di una rete complessa di alleanze e tensioni tra varie minoranze etniche, islamiche o no. Naturalmente, la questione uigura è soprattutto politica e strategica, più che etnica o religiosa, essendo notoriamente la popolazione uighura di fede islamica.
E l’islam sunnita non è mai stato un dato strettamente religioso, per la popolazione dell’Est Turkestan, ma etnico-culturale e identitario.

Peraltro, secondo le fonti scientifiche più recenti, gli uighuri residenti nell’area dello Xingkiang dovrebbero essere oggi circa 10 milioni, ma si tratta di una popolazione che è presente in tutte le 31 province cinesi, quindi non solo nel loro tradizionale Xingkiang. Ecco, quindi, la percezione del pericolo causato dalla islamizzazione estremistica dell’islam uighuro e, quindi, operante in Cina.

Dal 2001, il Turkestan Islamic Party è affiliato ad Al Qaeda, mentre nel 2013 il TIP si è integrato nel “califfato” sirio-iraqeno con altri due gruppi islamisti di origine uzbeka, entrando subito nei ranghi di Jabhat al Nusra, la fazione siriana dell’organizzazione fondata da Osama Bin Laden che, oggi, è stata ridenominata Jabhat Fath al Sham.

Secondo fonti arabe, i militanti uighuri operanti in Siria dovrebbero essere circa 2000 e comunicano tramite un canale di Telegram organizzato dal centro informazioni e propaganda del TIP, denominato Islam Awazi, che diffonde un vasto numero di video e di testi fortemente anticinesi.

E antioccidentali, naturalmente.

D’altra parte, il TIP ha già operato con attentati terroristici in Cina: nel 2013 e 2014 in Piazza Tien An Men, poi ad Urumqi, la capitale dello Xingkiang; e non dobbiamo nemmeno dimenticare il massacro dei cinesi han a Kunming e nel Guangzhou, sempre nel 2014.

Massacro compiuto con coltelli e machete, quindi non ci si deve troppo meravigliare che, oggi, le fonti del World Uyghur Congress, l’organizzazione presieduta da Rabiya Kader, facciano notare scandalizzate che le autorità cinesi obbligano a registrare in un apposito elenco i proprietari di lame affilate.

Tra l’altro, il TIP e gli altri movimenti dell’autonomismo islamista uighuro sono da sempre e silenziosamente finanziati e sostenuti dai Servizi turchi, sulla base di una fratellanza etnico-religiosa ma, anche, di un progetto strategico che vede Ankara proiettarsi nell’Asia Centrale, unificando sotto il suo progetto geopolitico l’islam di quell’area e le tante minoranze di origine turca che risiedono in quelle zone.

La Nato non ha nulla da dire? Si può creare una tensione in Asia Centrale e in Medio Oriente che, poi, potrebbe far scattare la solidarietà ex-art.5 del Trattato che definisce l’Alleanza Atlantica?

La risposta di Pechino, in questo caso, è stata di tipo economico: la compagnia petrolifera di Stato Sinopec ha recentemente investito forti capitali nei campi petroliferi e gazieri delle zone curde dell’Iraq, evidente strumento di pressione geoconomica contro la Turchia. E, naturalmente, diventa essenziale la defamation contro la Cina, accusata di una feroce repressione dell’intera popolazione uighura e islamica in Cina.

Ciò causa una certa debolezza cinese nei rapporti con la lotta antiterrorista e antijihadista dell’Occidente e, soprattutto, della Federazione Russa.

Il bilinguismo degli uighuri, fra l’altro, è largamente maggioritario nel nord dello Xingkiang. Nelle aree urbane della regione, tra l’altro, solo il 20% della popolazione è uighuro, mentre nelle campagne il tasso di uighuri arriva fino all’80%.

Peraltro, l’Islam è entrato nello Xingkiang a partire dal X secolo dalle colonie turche nell’area di Tarim, e la religione di Muhammad si è diffusa pariteticamente tra kazakhi, kirghisi e, appunto, uighuri. E’ quindi una forzatura assimilare l’islam alla sola questione degli uighuri dello Xingkiang, ma non è certo un caso che solo loro, e non le altre etnie, operino stabilmente contro il governo e gli interessi di Pechino.
Gli scontri sono continui ma, come riferiscono le fonti più accreditate, si tratta spesso di operazioni di uighuri contro cinesi han, anche se, naturalmente, esiste un livello evidente di pressione da parte delle autorità cinesi.

Il 24 luglio 2014 a Shache-Yarkand elementi uighuri hanno ucciso 37 civili e ferito altri 13.
Vi è stata, poi, la dura reazione della polizia cinese.

Ovvero, propagandare l’idea che gli uighuri sono una pacifica popolazione torturata da una minoranza cinese han è priva di fondamento.

E c’è da chiedersi se e come le altre minoranze islamiche non si radicalizzino così tanto come invece accade alla popolazione uighura di cui, peraltro, non è mai stata notata una forte religiosità. Tutte le fonti internazionali hanno sempre notato come la regolarità islamica valga solo per una minoranza della popolazione uighura o di altra etnie locali di fede muhammadica. Quindi, l’Islam politico è un modo per radicalizzare un popolo, e non appartiene alla storia religiosa ed etnica degli stessi uighuri dello Xingkiang.

Da questo punto di vista, è del tutto razionale che il governo cinese tema l’aggancio del radicalismo islamico che, ripetiamo, caratterizza solo gli uighuri e non le altre minoranze di fede muhammadica come gli Hui, con quello che è da tempo presente in Asia Centrale e in Medio Oriente.
L’altro timore, anch’esso del tutto ragionevole da parte di Pechino, è che il movimento islamico degli uighuri radicalizzi in funzione anticinese anche altre minoranze etniche e religiose. E questo riguarda anche i governi confinanti con lo Xingkiang, che ospitano anch’essi minoranze uighure e temono la radicalizzazione islamista-jihadista di questi gruppi.

Fa quindi senso vedere come molti parlamentari europei, di sicura fede democratica e liberale, accettino senza mai porsi alcuna domanda la propaganda delle organizzazioni uighure in Occidente, spesso mascherata o coperta dal mondo tibetano che di solito organizza attività anticinesi in Europa e negli Usa.

Sul piano geopolitico, non si capisce cosa dovrebbe fare di diverso la Cina: il Tibet ha un comando militare autonomo di I livello, una rete di intelligence SIGINT (SIGnal INTelligence) di altissima efficienza, alcuni siti nucleari e missilistici.
Dovrebbe forse lasciare tutto e sguarnire il suo confine più delicato, quello tibetano-turkestano?
E chi trarrebbe vantaggio da questa situazione? Gli americani, forse? Errore. Sarebbe l’inizio della fine per tutta l’Asia Centrale.

Quindi, è strano che la questione uighura sia trattata, in Occidente, dando per scontato che vi è solo e unicamente una “repressione” cinese.

Tra l’altro, la rete delle organizzazioni uighure è complessa e presuppone fondi e finanziamenti ingenti.
Abbiamo già parlato di questo, in altri nostri testi, ma è strano che alcuni dirigenti del WUC, per esempio, abbiano molteplici passaporti e si muovano con estrema libertà in Europa e altrove.
Se poi creeranno una ennesima e infausta, come le altre precedenti, “primavera uighura” genereranno un definitivo jihad in Cina, con danni e pericoli oggi inimmaginabili, anche in Europa.
Se poi infine qualcuno pensasse ad un indebolimento strutturale, un downgrading strategico del governo di Pechino, allora cadrebbe insieme alla Cina tutta l’Asia e, peraltro, non ci sarebbe alcuna economia occidentale in grado di assorbire il terribile shock asimmetrico creato da queste follie strategiche.

La situazione è quindi infinitamente più complessa, e il jihad “della spada” c’entra, eccome se c’entra.
Ma gli occidentali sono ormai addormentati e credono che l’islam jihadista sia una questione di poco conto, una querelle interna alla fede muhammadica, un contrasto regionale.

No. E’ il problema n. 1 del nostro tempo.
E, certamente, non si risolve con le belle parole o, come le chiamava Benedetto Croce, le “alcinesche seduzioni” della libertà o della democrazia di massa. La brutta fine delle operazioni di guerra psicologica denominate “primavere arabe” ce lo dimostra.

Quindi, lo ripetiamo, la questione uighura va trattata con estrema cura, senza demonizzare la reazione della Cina che, peraltro, sta investendo ingenti capitali proprio nello Xingkiang e senza nemmeno pensare, e i numeri lo dimostrano, che la popolazione uighura sia tutta egemonizzabile dalle sue minoranze islamiste-jihadiste o autonomiste.

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