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La guerra economica di Trump alla Germania e all’Euro

Giancarlo Elia Valori, Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France, fa un'analisi sulla guerra economica di Trump alla Germania e all'Euro.

Appena una settimana dopo l’insediamento ufficiale alla Casa Bianca, Donald J. Trump si è scagliato contro la Cina, accusata di manipolare la sua moneta per “vincere al gioco della globalizzazione”; ma anche contro la Germania che, come dice Peter Navarro, il presidente del nuovo National Trade Council, sta “sfruttando sia i suoi vicini che gli USA con l’Euro”.

L’accusa non è nuova. Nei primi anni ’70 gli americani accusarono l‘EMS, il vecchio Sistema Monetario Europeo, di tenere artificialmente alte le valute che vi aderivano.

L’EMS, tra l’altro, con cambi fissi ma con oscillazioni predefinite al suo interno, era la risposta europea alla fine, causata dagli USA, dell’accordo di Bretton Woods del 1944.
Ma era anche la reazione degli europei alla debolezza programmata del dollaro negli anni di Jimmy Carter, quando l’area del dollaro appunto, inviò fiumi di capitali all’interno della Germania, che aveva un Marco “alto”, pressando il Marco contro il Franco francese e destabilizzando, quindi, l’intero sistema degli scambi monetari interni europei.

Denis Healey, Premier britannico laburista peraltro, all’inizio degli anni ’80, si convinse che l’EMS era un vero e proprio “racket” tedesco, visto che il ministro delle finanze germanico gli aveva detto che il suo Paese programmava di avere un vantaggio comparativo proprio attraverso la limitazione del deprezzamento delle altre monete europee.
Ciò avveniva poiché i tedeschi avevano tassi più bassi di inflazione da costo del lavoro e, quindi, una moneta a tassi fissi avrebbe comunque garantito dei surplus da esportazione alla sola Germania. Ma anche le lunghe trattative al G20 non hanno mai portato a nulla: attualmente il surplus di esportazioni tedesco è più grande, in assoluto, di quello cinese e si deduce che sia oggi l’8,6% del PIL di Berlino.

Siamo infatti, secondo le valutazioni del Fondo Monetario, ad un surplus di 271 miliardi di Usd, una massa tale da modificare tutti i flussi commerciali globali.
Angela Merkel ha infine risposto a Trump (e a Navarro) ricordando che è la Banca Centrale Europea, istituto di emissione ma non lender of last resort dell’Euro, però non ha contraddetto il Presidente Usa sul fatto che l’Euro sia davvero sottovalutato.

Se poi andiamo a vedere le monete sottovalutate rispetto al Dollaro, vediamo che la più svalutata è la Lira turca, poi il Peso messicano, terzo lo Zloty polacco, poi il Fiorino ungherese, il won della Corea del Sud e, infine, proprio il nostro Euro. Se infine andiamo a vedere il numero e l’entità delle transazioni denominate in Euro, la moneta europea è già la seconda valuta più trattata al mondo. Quindi, è probabile che la svalutazione dell’Euro rispetto al Dollaro derivi più dalla politica espansionistica della Banca Europea che non dalle azioni della Germania per le sue esportazioni e le parità monetarie.

La Germania certamente ci guadagna ad avere una moneta che è molto più debole di quella che sarebbe se fosse solo una divisa tedesca ma, d’altra parte, i Paesi dell’Euro più “deboli” riescono, con un Euro svalutato ad arte, ad avere tassi di interesse più bassi di quelli che potrebbero scontare con le loro vecchie o nuove monete nazionali.
Non bisogna dimenticare, poi, che la Germania esporta sia in Paesi dove la moneta è più forte dell’Euro, guadagnandoci, sia in aree dove la moneta è ancora più svalutata rispetto al Dollaro, come per esempio il Giappone.

Gli USA hanno poi un deficit commerciale con la Germania, dati dello scorso anno, di ben 60 miliardi di Usd. I tedeschi esportano soprattutto automobili, per il 22% del totale del loro export in USA. Poi, in ordine decrescente, le macchine utensili, in diretta concorrenza con l’Italia, poi ancora l’elettronica, i farmaceutici, le tecnologie per la medicina, materiali plastici, aerei e avionica, petrolio, ferro e acciaio, i materiali chimici organici, e tutto l’export tedesco vale il 35% del suo PIL.

Ma perché l’euro è svalutato a causa dei tedeschi?
In primo luogo, dal 2000 il costo del lavoro tedesco è cresciuto del 20-30% in meno di quello dei concorrenti della Germania nell’eurozona. Quindi, i prodotti tedeschi erano ipso facto del 20% più competitivi rispetto a quelli degli altri, senza alcuna manipolazione dei tassi di cambio. Se avessero avuto ancora il Marco, esso si sarebbe apprezzato automaticamente del 20%.
L’apprezzamento dell’ipotetico Marco avrebbe trasformato la domanda, abbassando le esportazioni e aumentando di pari percentuale le importazioni.

L’ ideale sarebbe stato, in questo caso, un tasso di cambio mobile, e dovrebbe essere questo il caso anche per un Euro rimodulato rispetto ad oggi.
Una fluttuazione che prefiguri la creazione di un nuovo “basket” monetario tra le principali divise, con tassi di cambio mobili entro una certa griglia, ma ben più realistici di quelli attuali.
Una causa ulteriore del surplus delle partite correnti, in Germania, è la forza intrinseca del suo export, e quindi Berlino non sente la concorrenza delle economie low tech, come per esempio quella italiana.

Altra motivazione dell’eccesso di surplus tedesco è la bassa domanda interna, con relativo aumento del risparmio privato. Ancora, una delle cause del surplus è che i risparmi sonoda tempo maggiori degli investimenti. Nel 2015, i risparmi tedeschi ammontavano al 25% del PIL, mentre gli investimenti valevano solo il 16% del Prodotto Interno Lordo. Naturalmente, altra causa determinante per l’accumulo di un così grande surplus tedesco è stata la caduta dei prezzi petroliferi.

Quindi, il vastissimo surplus di Berlino e la sottovalutazione dell’Euro favoriscono il suo export, ma bloccano le esportazioni degli altri paesi dell’eurozona. Se infatti la Germania stimolasse la sua domanda interna, e quindi permettesse un aumento della sua inflazione, questo basterebbe, secondo i nostri calcoli, allo stimolo definitivo della domanda globale e, soprattutto, farebbe uscire le economie in crisi dell’area Euro dalla loro condizione, appunto, critica. Quindi, il vero problema dell’Euro troppo alto non è tanto per gli USA, che possono svalutare contro l’Euro quando vogliono e comunque hanno una loro autonoma politica monetaria, ma per i Paesi della moneta unica nel Mediterraneo, che stanno sperimentando una depressione da domanda interna troppo bassa.
Si potrebbe fare anche noi come la Germania? No.

Non è possibile, per nessuno nell’Euro, creare un surplus dell’8%, come Berlino, e non tutti i Paesi potrebbero beneficiare di un cambio svalutato della moneta europea.
Ristrutturare, come molti politici dicono, il sistema produttivo per aumentarne la produttività vuol dire in soldoni anni di deflazione e alta disoccupazione, il che crea un effetto moltiplicatore negativo.

Che non ci possiamo permettere, le condizioni sociali ed economiche sono già al punto di rottura.

Quindi, mettiamoci l’animo in pace, l’”Europa a due velocità” durerà generazioni e sarebbe meglio che questo si riflettesse anche nella moneta unica.
O, meglio, in una serie di due-tre monete derivanti dall’Euro con tassi di cambio prefissati in una griglia di oscillazione.

La Germania, poi, sostituirà certamente la Cina come il “cattivo” manipolatore di moneta e si creerà, sempre di più, una concorrenza tra Berlino e il resto dell’Europa.
Ecco quindi che il surplus delle esportazioni tedesco definisce davvero un vantaggio competitivo ingiusto nei confronti dei Paesi dell’area Euro e, per altri versi, delle stesse esportazioni nordamericane. È questo il senso della lotta all’Euro condotta da Trump e dal suo prossimo ambasciatore presso l’UE, Ted Malloch, che ha affermato come l’Euro possa “collassare” nei prossimi diciotto mesi.

L’Euro è certamente sottovalutato.

Secondo uno studio proprio della Deutsche Bank, l’Euro sarebbe la moneta più svalutata al mondo, secondo i criteri FEER, ovvero Fundamental Equilibrium Exchange Rates.
E l’Euro è sottovalutato anche se andiamo a vedere il suo valore esterno e la massa di transazioni dei singoli Paesi che lo adottano oggi.
Quindi, non solo la Germania può essere accusata di gestire uno scorretto vantaggio comparativo con il Dollaro e le altre principali divise, ma l’accusa vale, secondo i dati FEER, perfino per noi e per gli altri Paesi europei a moneta unica.

Per risolvere la questione, alcuni analisti, soprattutto nordamericani, pensano che debba essere proprio la Germania ad abbandonare l’Euro.
Berlino, da una parte, non può apprezzare la sua moneta (che è anche un problema politico, si pensi ai risparmiatori tedeschi) senza che l’Euro non si apprezzi anche per le economie deboli dell’eurozona, l’Italia e la Spagna. La Banca Mondiale ritiene che il surplus commerciale tedesco sia di almeno del 5% troppo alto e, quindi, il tasso di scambio tedesco è largamente svalutato di almeno il 15%.

E, infatti, il differenziale tra l’Euro tedesco e quello delle nazioni dell’eurozona più deboli è, appunto, del 20%.
Ovvero, l’Euro italiano o greco vale il 20% in meno, in termini di PPP, Power Purchasing Parity, di quello interno alla Germania.

Si potrebbe risolvere la questione con una rivalutazione equipollente dell’Euro del 20%, unita ad una politica fiscale espansionistica. Ma non lo si può fare finché Berlino è dentro l’Euro. Ovvero, la Germania non può fare una rivalutazione del tasso di cambio senza fare lo stesso nelle altre 17 nazioni che adottano la moneta comune europea. Vorrebbe dire distruggere definitivamente le economie italiana, greca, portoghese, spagnola.

E quindi, se la Germania uscisse dall’Euro, la sua nuova divisa si apprezzerebbe contro l’Euro non-tedesco e le altre godrebbero di una moneta svalutata, che potrebbe aiutarle nell’export.
E ci sono due modi in cui il surplus commerciale tedesco crea deflazione e quindi crisi nel resto dell’area Euro.
Il primo è, naturalmente, quello di spingere in alto il valore della moneta europea.

Un euro forte indebolisce la domanda per le esportazioni europee, soprattutto per i beni più price sensitive delle economie mediterranee dell’area Euro.
Inoltre, il valore alto della moneta europea abbassa il prezzo dei beni importati, rafforzando negativamente la caduta dei prezzi, altro meccanismo deflattivo.
E l’inflazione tedesca, notoriamente più bassa delle altre nell’eurozona, indebolisce ulteriormente le economie periferiche.

Quindi, si delinea un paesaggio fatto di bassa domanda interna e di crisi produttiva dei mercati nazionali.
Ma nell’idea di Navarro, e di Trump, vi è l’implicita affermazione che gli squilibri commerciali si risolvono in un contesto di monete sempre libere di fluttuare. Non è costantemente così e, comunque, la fluttuazione vale solo quando vi sono cambiamenti strutturali nei sistemi commerciali, in linea di massima tutti i players prevedono e operano con tassi fissi per un tempo sufficiente, o magari leggermente mobili. Quindi, ci dicono tra le righe, ma realmente, Trump e Navarro, la stessa partecipazione all’Euro è un atto di manipolazione monetaria.
E allora, cosa si fa?
Si spezza l’unità dell’economia europea, con effetti imprevedibili ma di ulteriore caos globale, mentre gli USA si prendono pezzi di export che prima erano denominati in Euro.
Oppure Washington potrebbe imporre quote o tariffe specifiche per la Germania, il che è illegale nei termini del WTO ma, soprattutto, esporrebbe gli USA ad una serie di ritorsioni da parte della Germania e, probabilmente, anche del resto dell’area Euro.

Non se ne esce: è probabile quindi che Trump dica, sempre tra le righe, alle economie deboli dell’area Euro: lasciate la moneta unica, che fa gli interessi solo della Germania; e create nuove divise post-Euro che saranno agganciate, in qualche modo, al Dollaro Usa. Oppure, Trump e Navarro potrebbero impostare un nuovo rapporto tra Euro, Dollaro, Renmimbi, Rublo, Yen e alcune altre monete primarie sui mercati e imporre una oscillazione prefissata tra queste, ma naturalmente l’Euro entrerebbe in questa nuova “Bretton Woods” valutato secondo i mercati, non sopra le righe come oggi.

L’Europa, comunque, dovrà mettere di nuovo in fila tutte le questioni commerciali e politiche con gli USA di Trump, che non farà sconti a nessuno e, soprattutto, non vuole più favorire gli europei sul piano militare, strategico, finanziario, commerciale.
Donald J. Trump ha in mente soprattutto il grande gioco con Russia e Cina, è poco interessato a un continente, come quello europeo, che non sa difendersi da solo e che manifesta pesanti segni di crisi strutturale.

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