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Grande Guerra, Pillola 109: battaglia del canale di Otranto, astuzia contro potenza

Si trattò di uno scontro modesto che comunque rappresentò l’unica vera e propria battaglia navale che si combattè nell’Adriatico durante la prima guerra mondiale.

Le due coste dell’Adriatico, fin dalla metà del XIX secolo, si erano fronteggiate minacciosamente: da una parte vi erano le basi italiane di Ancona, Brindisi e Taranto e, dall’altra, quelle austroungariche di Trieste, Pola, Sebenico e Cattaro, in cui erano schierate poderose navi da guerra. L’unico autentico scontro navale tra le due potenze adriatiche era stato, in definitiva, quello di Lissa, nel 1866, in cui la flotta italiana, più forte sulla carta, venne duramente sconfitta da quella imperiale: da allora, la regia marina visse con il cosiddetto “complesso di Lissa”, e ben di rado le grandi navi da battaglia italiane vennero fatte uscire dalle rade sicure, nel timore di metterle a repentaglio.

D’altro canto, anche la K.u.K. Kriegsmarine era bloccata dal timore di perdite irreparabili e, a parte qualche iniziale incursione per bombardare le coste italiane, per quasi tutto il corso della guerra se ne rimase al sicuro. Insomma, anche nell’Adriatico si stava ripetendo quello che già era accaduto nel Mare del Nord: le preziose e costosissime corazzate rimanevano nei porti per non correre il rischio di perderle. D’altronde, la marina dell’Intesa cercò quasi subito di chiudere l’Adriatico, come una borsa di tabacco, creando, fin dal 1915, uno sbarramento di pescherecci armati, dotati di reti d’acciaio a strascico, per pattugliare la strettoia del canale di Otranto, impedendo ai sottomarini Austroungarici di uscire nel Mediterraneo a caccia di bersagli: questa barriera, di una cinquantina di imbarcazioni, era appoggiata dalla ricognizione aerea e da flottiglie di cacciatorpediniere pronte ad intervenire al minimo allarme.

Si trattava di un deterrente piuttosto efficace, che, in pratica paralizzò l’attività della marina austroungarica, tanto che essa tentò numerose volte di intaccarlo con incursioni a sorpresa, effettuate di notte a più riprese: 5 volte nel 1915, 9 nel 1916 e 10 nel 1917.

La più massiccia di queste incursioni, tra il 14 ed il 15 di maggio 1917, assunse il carattere di scontro navale vero e proprio e prese il nome di “battaglia del canale di Otranto”: fu certamente uno scontro modesto, ma comunque rappresentò l’unica vera e propria battaglia navale che si combattè nell’Adriatico durante la prima guerra mondiale, se escludiamo i siluramenti, tanto clamorosi quanto estemporanei, effettuati dai MAS italiani ai danni delle navi da battaglia austroungariche.

Protagonista della notte di Otranto fu il capitano di vascello Horthy, che sarebbe, in seguito, diventato grande ammiraglio austroungarico e poi reggente del trono ungherese dopo la guerra: ai suoi ordini aveva una squadra di incrociatori che comprendeva il Novara, il Saida e l’Helgoland, scortati dai due cacciatorpediniere Balaton e Csepel e da due sottomarini, che avrebbero dovuto approfittare dell’azione per superare il blocco e navigare nel Mediterraneo, mentre appoggiavano a distanza l’azione l’incrociatore corazzato Sankt Georg, la corazzata Budapest e altre unità minori.

Le navi di Horthy erano state camuffate da caccia britannici, allo scopo di colpire di sorpresa quanto più naviglio possibile, mentre il Balaton e lo Csepel avrebbero operato un’azione diversiva verso le coste albanesi, per dividere le forze avversarie. Nella zona, subito a nord della linea dei pescherecci armati, incrociavano l’esploratore italiano Mirabello e i cacciatorpediniere francesi Commandant Rivière, Bisson, e Cimeterre, mentre il caccia italiano Borea stava scortando nello stesso settore un convoglio diretto in Albania.

Proprio questo convoglio venne attaccato inizialmente dai cacciatorpediniere austroungarici, che mandarono a picco il Borea, un trasporto munizioni ed incendiarono una terza nave, allertando l’intero dispositivo dell’Intesa. Intanto, il piano di Horthy stava ottenendo un deciso successo: i tre incrociatori giunsero indisturbati a ridosso dei pescherecci, intimando agli equipaggi di abbandonare le navi, prima di affondarle. In realtà, alcuni di questi equipaggi obbedirono, mentre altri, coraggiosamente, si opposero con le armi di bordo, dando inizio ad un impari scontro che, alla fine, vide l’affondamento di 14 pescherecci, il grave danneggiamento di altri 4 e la fuga dei rimanenti 29, dato il mancato intervento delle navi di scorta francesi.

Nel frattempo, la base di Brindisi era stata allertata e dal porto pugliese era uscita la squadra dell’ammiraglio Acton, che comprendeva l’esploratore Marsala, l’esploratore leggero Aquila, gli incrociatori britannici Dartmouth e Bristol e i cacciatorpediniere Mosto, Pilo, Schiaffino, Acerbi, che navigarono a tutto vapore per tagliare la strada del ritorno alla squadra di Horthy. Fungeva da riserva tattica un’altra piccola squadra, composta dall’esploratore Marsala e dai cacciatorpediniere Racchia, Insidioso, Indomito ed Impavido, mentre la squadra italo-francese guidata dal Mirabello doveva pattugliare il settore sud dello sbarramento: proprio questa flottiglia incappò negli incrociatori austroungarici, subendo una pesante serie di salve dalle superiori artiglierie avversarie.

Intanto, la squadra principale aveva raggiunto il Balaton e lo Csepel: nello scambio di colpì che ne seguì, l’Aquila venne colpito alle caldaie e dovette abbandonare lo scontro. Alle 9 del mattino, finalmente, le navi di Acton avvistarono gli incrociatori austroungarici e la battaglia entrò nel vivo: gli incrociatori inglesi potevano contare su di una maggiore bordata, ma non erano praticamente appoggiati dai cacciatorpediniere, già impegnati, mentre le navi di Horthy furono raggiunte dalla squadra d’appoggio guidata dal Sankt Georg che pareggiò il conto, anche se a loro volta i britannici furono raggiunti dal Marsala e dal resto della squadra.

Il tiro delle navi dell’Intesa, questa volta, ottenne dei buoni risultati, danneggiando gravemente il Novara e meno gravemente il Saida, che, poi, trainò la nave gemella fino in salvo: la notizia, priva di fondamento, dell’avvicinarsi di una forte squadra da battaglia da Cattaro indusse poi le navi dell’Intesa a disimpegnarsi e ad abbandonare lo scontro. Nell’epilogo della battaglia del canale di Otranto, il Dartmouth incassò un siluro da un sottomarino e rientrò a Brindisi, mentre il caccia francese Boutefeu, che aveva urtato una mina uscendo dal porto, affondò in pochi istanti.

Con queste ultime perdite dell’Intesa, possiamo concludere che l’azione della squadra austroungarica ottenne un evidente successo, almeno a breve termine. Nello scenario generale, viceversa, questa bruciante sconfitta ebbe per conseguenza un fortissimo aumento dell’impegno navale degli alleati nel basso Adriatico, con lo schieramento permanente di una flotta di ben 35 cacciatorpediniere, tra cui anche unità australiane e statunitensi, 52 pescherecci e più di cento navi da guerra di vario genere, finchè, nel corso del 1918, il canale venne sbarrato con una struttura permanente che chiuse la questione.

In definitiva, anche questo scontro navale ci conferma nella nostra visione complessiva del conflitto: per quanto brillanti potessero apparire le iniziative degli imperi centrali, alla fine veniva a galla la decisiva supremazia materiale dell’Intesa, che era in grado, all’occorrenza di schierare imponenti forze per fronteggiare le necessità contingenti della guerra. Cosa che, un poco alla volta, Germania ed Austria-Ungheria non potevano più fare. Insomma, il Materialschlacht imponeva le sue ferree regole anche tra le due sponde del mare Adriatico.

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