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Un Paese abituato ai disastri: ha già scordato il sisma per la legge elettorale

Le giuste polemiche e accuse per la mancata prevenzione nelle zone a rischio terremoto passano in secodno piano in quattro e quattr'otto: ora si pensa alle elezioni che verranno...

Strano Paese il nostro. La legge elettorale rilasciata dai giudici costituzionali, dopo l’esame e la cancellazione di poche parti, ha polarizzato di nuovo tutta l’attenzione del mondo politico e il terremoto, la valanga e i morti cessano di essere la notizia del giorno. Colpisce la facilità con la quale ci si abitua anche ai disastri di grandi proporzioni.

Ora, il problema della nostra classe politica si accentra sulla necessità di trovare una legge elettorale, degna del nome di legge, per andare ad elezioni anticipate nel tentativo di “raddrizzare”, così dicono le differenti fazioni, il timone di una barca che sta a galla con difficoltà.

Si spenderanno ancora alcune parole di cordoglio; si parlerà della magistratura che ha aperto inchieste su alcuni aspetti dei ritardati soccorsi e sul fatto che quell’albergo si trovasse proprio là dove non avrebbe mai dovuto stare, ma una coltre simile alla neve, spalata solamente quando era alta al punto da paralizzare l’intera zona, attutisce già a livelli quasi impercettibili l’eco della calamità.

E questo prelude, grazie alla scala di priorità delle fazioni in cui è divisa la classe politica, ad allontanare le urgenze, a rallentare i provvedimenti e a far cadere in un silenzioso torpore quei provvedimenti e quelle azioni che da subito avrebbero dovuto essere attivate e che ancora arrancano. Ovviamente il risentimento dei politici di fronte alle critiche che da più parti si levano, vorrebbe far sembrare ingrate e insipienti le persone che biasimano l’apparato, soprattutto quando questo si spende, a sua detta, a far sì che popolazioni martoriate dalla reazione violenta della terra riescano a recuperare una vita accettabile.

Intanto, per paura di non essere eletti, alcuni personaggi di questa classe indefinibile, potranno candidarsi in 10 collegi diversi acquisendo, di fatto, la quasi certezza di potersi fregiare nuovamente di quel titolo che, a ben vedere, a pochi di loro sta appiccicato degnamente, facendoci credere che siano dotati del dono dell’ubiquità. E, ovviamente, queste decisioni, avallate anche dalla corte suprema, vorrebbero essere spacciate per scelte democratiche.

Che nesso c’è tra questa scelta e la rappresentanza territoriale del candidato? Chi rappresenterà un signore di Milano che si candiderà a Canicattì o a Lecce dove, forse, andrà per qualche comizio e poi si dissolverà nel nulla? E’ sconsolante vedere Camera e Senato, spesso semivuoti quando un cameraman non resiste alla tentazione di farci vedere il deserto che ci governa e questo si è verificato anche negli scorsi giorni, nonostante le calamità imponessero di essere presenti per assumere misure urgenti, atte a ridurre il disagio delle persone colpite da quel disastro.

C’è il terremoto, poi c’è la Raggi, poi le statistiche sui poveri, sulla classe media divenuta povera, c’è il problema dell’immigrazione di massa, i posti di lavoro per i giovani o per coloro che sono stati espulsi dal circuito lavorativo non ci sono, una tassazione da annoverare tra i record mondiali come ordine di grandezza ci tiene le tasche pulite ed uccide il risparmio e poi c’è anche l’eccesso di legittima difesa contestato a gran voce dalla gente, insomma una montagna che schiaccia il petto ai cittadini e toglie la possibilità di respirare tranquilli e con una visione di futuro che rassereni.

Si spendono pagine e pagine del dizionario dei sinonimi e dei contrari su questi temi. Ma la gravità del fatto è che se ne parla per prendere atto dell’esistenza di queste storture e poco o nulla si fa per correggerle. Mancano i fondi? Io continuo a rivolgere ai politici la stessa domanda: dove va a finire la massa impressionante di gettiti che arrivano alle pubbliche istituzioni?

E poi, siamo seri, consideriamo il fatto che il terremoto recente e meno recente ha atterrato case e chiese che nulla avevano di antisismico pur trovandosi in zone ad alto rischio di terremoti. Che vuol dire? Semplicemente che i territori a rischio avrebbero dovuto essere messi in sicurezza prima che lo chiedesse una montagna di morti o che interi paesi restassero senza abitazioni fruibili.

Da noi, si parla, si parla, si coniugano i verbi tutti al futuro, un futuro che non riesce mai, per non so quale maledetto sortilegio, a diventare presente. Intanto il debito pubblico aumenta e Boeri, che di mestiere non fa il catastrofista ma il docente di economia e il Presidente dell’Inps, dice che le manovre fin qui adottate finiranno per togliere ulteriori possibilità ai giovani di avere una pensione nel futuro oltre a non migliorare la situazione nel presente.

A questo punto, se proprio vogliamo essere ottimisti a tutti i costi, non ci resta che riempire le chiese di suppliche, nella speranza che lassù, dove le preci vengono inviate, ci sia un orecchio pronto a dare una mano ad una nazione che produce eccellenze nonostante una classe politica per nulla eccellente.

Come dipingere la tela del futuro se i nostri giovani di buon cervello sono costretti a migrare dall’Italia, lasciando il posto a gente che scappa dalla miseria e dalle guerre o a tanti che approdano ai nostri lidi convinti di far fortuna? Non vi sembra che strida un po’ questo quadro?

Di fronte alle osservazioni minimali, alle quali se ne potrebbero aggiungere ben altre e di ugual rilievo, lanciate come stimolo ad agire contro la classe politica, voi pensate che qualcosa si muova?

La sola risposta scontata e carica di misera autodifesa è quella di sempre: “Criticare è facile ma fare è più difficile”. Ora se le difficoltà hanno sempre il sopravvento e pregiudicano le soluzioni, significa che coloro che le devono affrontare non sono all’altezza di farlo.

Dignità suggerisce che di fronte alla conclamata evidenza di incapacità a risolvere, chi è deputato a farlo si faccia da parte e ceda il posto ad altri che, per preparazione o per freschezza di intenti, potrebbe trovare soluzioni operative migliori e, soprattutto, utili al paese.

Ora assisteremo agli squallidi quanto inutili scontri tra le fazioni politiche sulla legge elettorale e al tiro alla fune per vedere se vinceranno coloro che vogliono le elezioni subito con il mattarellum, scritto appositamente con la lettera minuscola per il rispetto che ho della lingua italiana, oppure con il consultellum o con un proporzionatellum corretto con sale e pepe per renderlo più accettabile, o con qualche altro marchingegno, roba ci fa capire quanta voglia di potere si annidi nel cuore di tutto l’arco costituzionale.

E in “cotanta miseria, la patrizia prole che fa?”. Nulla, perché nulla può fare se non assistere all’indegno spettacolo di una guerra politica, spesso anche tra le diverse fazioni dello stesso raggruppamento, combattuta non su programmi di rinascita nazionale o di ricostruzione di uno stato nel quale i cittadini siano sovrani dei destini della nazione, ma solo su una patologica e smisurata voglia di appoggiare il sedere sul trono del comando.

E chi vincerà vorrà correggere tutte le storture di chi li ha preceduti, vedi Trump e la Raggi, finendo per costruire altre barricate che come unico risultato avranno la triste funzione di ostacolare il normale flusso del traffico nelle arterie della nostra povera Italia.

Evidenziare questi fatti non mi rende né felice, né mi fa sentire bravo. Mi deprime, perché da trent’anni, impegnandomi anche seriamente per cercare di modificare qualche stortura, non sono riuscito a cambiare nulla se non ad ottenere da coloro che detengono il potere, la considerazione che si dà a un utopista rivoluzionario.

E’ con queste armi che, da sempre, ci si disfa di chi da fastidio.

Beh, io continuerò ad evidenziare quello che tutti vediamo, cercando di proporlo da una ribalta più illuminata dei mezzi che offre una rete informatica personale. E lo farò fino a che la lucida convinzione di dare un contributo al cambiamento non verrà smantellata da coloro che, sentendosi toccati dalle mie parole, cercheranno di ridurmi al silenzio. A quel punto, mi resteranno solo i gesti per manifestare il disgusto verso quell’ineluttabile staticità che sembra essere il segno distintivo della nazione che amo.

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