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Simone Cristicchi: “Semino dubbi con quel visionario di Lazzaretti”

L'artista romano il 4 febbraio avvolgerà il Creberg Teatro e il suo pubblico in un'atmosfera mistica e spirituale, quasi trasognante, portando alla luce la storia di un uomo che anni fa si professò davvero come un secondo Messia: il "Cristo dell'Amiata"

Ma che dici? Un altro figlio di Dio!? David Lazzaretti? Dai ma è uno scherzo… Ah sì? Provate a chiederlo a Simone Cristicchi.

L’artista romano infatti il 4 febbraio avvolgerà il Creberg Teatro e il suo pubblico in un’atmosfera mistica e spirituale, quasi trasognante, portando alla luce la storia di un uomo che anni fa si professò davvero come un secondo Messia: il “Cristo dell’Amiata“.

Il famoso cantautore torna sotto i riflettori questa volta con un nuovo e incredibile spettacolo, Il Secondo Figlio di Dio, e con la storia di David Lazzaretti che nasce cullata dal tiepido calore spirituale della Toscana, nelle terre tra il Monte Amiata e Arcidosso.

Ma chi era quest’uomo? Da alcuni definito “santo”, da altri addirittura “monomaniaco”, il Lazzaretti fu un mistico e un visionario, il quale passò dall’essere un barrocciaio che aiutava il padre a un infervorato cattolico desideroso di portare a termine una missione divina. Figura dagli ideali alti e più moderni del suo tempo (l’Ottocento), cercò di professare e unire fede e spirito di comunione ai temi della religione, dell’uguaglianza e della giustizia. Ce na parla porprio lui, Simone Cristicchi, che l’ha voluto raccontare.

È la prima volta per lei al Creberg…

…Sì e non vedo l’ora di salire sul palcoscenico.

Lei incontra il successo con Ti regalerò una Rosa al Festival di Sanremo ma adesso qui arriva in veste di attore, portando in scena il suo quinto spettacolo teatrale. Perché questa scelta? Che cosa l’ha fatta avvicinare al teatro?

Devo dire che l’interesse per questo ambiente è sempre stato vivo in me, ma non ho mai osato intraprendere la carriera di attore, diciamo. Poi sono arrivati i primi esperimenti come Centro d’Igiene Mentale – Nuove storie dal manicomio del mondo o Li Romani in Russia, e lì mi sono accorto che il teatro era ed è la mia vita. È qualcosa che mi appassiona e con cui mi propongo nuove sfide ogni volta che abbraccio una storia diversa.

Simone Cristicchi

Il 4 febbraio, di fronte a Il Secondo Figlio di Dio, il pubblico del Creberg a che genere di spettacolo assisterà?

Io lo definisco un “melodramma civile” che ha come protagonista un mistico, un predicatore, un visionario vissuto negli anni dell’Ottocento. Sarà uno spettacolo che metterà in risalto uno spaccato d’Italia che -credo- in pochi conoscano. Una storia complessa ma allo stesso tempo affascinante, che dà vita ad una narrazione per un solo attore. Sul palco sono inoltre affiancato dal coro Ensemble Magnificat di Caravaggio e si interpreteranno canzoni e brani inediti. Impossibile annoiarsi.

Mi vengono in mente Ti Regalerò una Rosa o Magazzino 18, il suo precedente lavoro teatrale. Parla sempre di temi forti e – come ha detto lei – sconosciuti alla maggior parte del pubblico. Come mai la sua scelta cade su certe tematiche?

È una sorta di mia devozione. Le storie sconosciute mi intrigano; credo sinceramente che siano appassionanti, e spero la veda così anche il pubblico.

Soddisfatto della risposta del suo pubblico?

Assolutamente sì. Oltre ai “tutto esaurito” sono felice di come storie che io ho vissuto in prima linea (infatti il cantante-attore non si affida quasi mai a testi scritti da altri, ndr) possano affascinare anche chi le ascolta. Riportano alla luce fatti toccanti e raccontarle è bello quanto difficile. Nel caso specifico di Magazzino 18, luogo del Porto Vecchio di Trieste, è stato incredibilmente emozionante rievocare le immagini del dramma istriano del secondo dopoguerra. Ogni oggetto nascondeva in sé la storia di tanti esuli italiani. Famiglie, vite, profughi e dolore: sono temi che non possono non toccarci da vicino. Temi forti come la malattia mentale di Ti Regalerò una Rosa.

So che Magazzino 18 e questo suo ultimo spettacolo hanno argomenti e temi differenti ma, sarebbe sciocco chiederle quale le è piaciuto di più?

No non credo affatto che sia sciocco, anzi! Spero di bissare il successo di Magazzino 18, ma devo ammettere che per Il Secondo figlio di Dio la sfida vera è stata cambiare registro insieme alla voglia di raccontare qualcosa di diverso. I due spettacoli guardano ad epoche diverse e sono stati messi in scena in momenti storici diversi. Inoltre parliamo di due “Simone differenti”: quello che si confronta con David Lazzaretti è senza dubbio un Simone Cristicchi più maturo, che ricorda come gli scopi dei due spettacoli siano diversi. Il primo, Magazzino 18, voleva andare a riempire uno spazio vuoto all’interno della memoria, portando alla luce le vite dei profughi (tema ancora più attuale 3/4 anni fa), mentre con questo spettacolo vorrei puntare più in alto, se così posso dire. È una storia pervasa di spiritualità e non se se il pubblico sia pronto, ma le 30/35 repliche fatte mi hanno incoraggiato e soddisfatto davvero tanto.

Tornando a Il secondo figlio di Dio che cosa l’ha affascinata di più della storia che racconta?

David Lazzaretti è stato un personaggio estremamente variegato. Metafora della vita, egli fu un uomo dai mille volti. Ognuno può prendere ciò che vuole da lui: un aspetto della sua personalità o una caratteristica del suo modo di pensare. Fu “un uomo nuovo nato in un mondo vecchio”; predicava l’autocoscienza delle persone e una democrazia avanzata con il voto esteso alle donne (che allora non era nemmeno un’utopia). Oppure la divisione delle ricchezze e la comunione dei terreni e di altre proprietà, o ancora l’uguaglianza fra gli uomini. Aveva una visione del mondo e dell’umanità decisamente avanti per il suo tempo. David Lazzaretti fu un mistico che “puntava ad una vita arricchita da qualcosa di più”.

Che tipo di rapporto “ha instaurato” lei con questo suo personaggio quindi? Come si e preparato per interpretarlo?

Innanzitutto ho letto moltissimo. Esiste una vasta letteratura sul Lazzaretti e mi sono documentato per bene. Ho scritto io stesso un romanzo su di lui, edito da Mondadori, che ha lo stesso titolo dello spettacolo e racconta le vicende del mio protagonista con la voce del carabiniere che lo ha ucciso. Ho provato ad andare più i profondità per cercare di capire e vedere il suo modo di agire a pensare. Sul palco io sono un narratore super partes, ma declamo i suoi versi e le sue frasi: insomma, in una sorta di monologo di un personaggio io sono lui ma allo stesso tempo non lo sono.

E raccontando la storia di quest’uomo che cosa spera di trasmettere al pubblico?

Sono sempre esistiti personaggi mistici o mitici, mandati da qualcuno o qualcosa con la Q maiuscola: “uomini inviati dalla divinità per illuminare le tenebre con la luce”. Uomini come il Lazzaretti che vivevano a metà tra due ere, a cavallo tra la terra e il cielo. Portavano domande e instillavano il dubbio a chi li incontrava e li ascoltava. Uomini il cui spirito trascendeva la materia. Forse è un po’ presuntuoso ma desidererei che il pubblico, con me, riuscisse a uscire fuori da se stesso. Che ognuno uscisse dal teatro dopo aver fatto una viaggio nella vita, in quella vera, e non in quella social o virtuale che ci stringe oggi. Senza dimenticare che quello che vedranno prende il via dalla storia di un uomo vero. Spero che ognuno di loro si senta come la tessera di un grande mosaico.

Prima di ringraziarla, da scrittore, autore, cantante e disegnatore qual è lei, ci racconta una paio di episodi o incontri che serba gelosamente nel cuore?

Mmm…Un paio sarebbe un po’ riduttivo perché i momenti impressi nella mente sono davvero tanti. Però posso dire che il brano Ti regalerò una Rosa del 2007 è un punto caldo della mia vita, perché prende le mosse da un’esperienza mia diretta con chi ha vissuto negli ospedali psichiatrici e la difficoltà della malattia mentale. L’argomento mi sta a cuore particolarmente, e il brano della canzone dice molto a livello di consapevolezza perché genera riflessioni forti. Se invece penso alla sfera teatrale non posso non parlare di Mio Nonno è Morto in Guerra. Uno spettacolo di parole e musica davvero emozionante e commovente; un evento eccezionale poi poterlo raccontare nel debutto a Mosca. Le storie di questi piccoli e grandi uomini in lotta con il “vortice della Grande Storia” mi ha portato tanta fortuna. Semplicemente mi si illuminano gli occhi se ripenso a queste parole che in sé dicono tutto… Mio nonno è morto in guerra, o almeno così mi ha raccontato / Ché in guerra se non morivi fisicamente, moriva comunque qualcosa dentro di te.

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