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Au pair girl, baby-sitter in cambio di vitto e alloggio: “Sì, ma solo se ti piacciono i bambini”

Debora Bolis, classe 93, riporta l'esperienza di Giulia Pasini, 23 anni, in Germania come ragazza "au pair" tra le difficoltà con i bambini e una cultura diversa.

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“Devi saper stare con i bambini, e avere molta pazienza.” Debora Bolis, classe 93, riporta l’esperienza di Giulia Pasini, 23 anni, in Germania come ragazza “au pair” tra le difficoltà con i bambini e una cultura diversa.

In questo periodo di crisi per l’Italia, molti giovani trovano la loro strada muovendosi verso l’estero: chi decide di trasferirsi definitivamente, chi intraprende l’Erasmus per arricchire la propria carriera scolastica per una nuova prospettiva lavorativa e chi decide di fare un’esperienza limitata nel tempo, ma ugualmente significativa.

È il caso di Giulia Pasini, 23 anni di Gromo, laureata presso l’Università di Bergamo: per cinque mesi ha lavorato ad Amburgo, in Germania, come au pair: in cambio di vitto e alloggio presso una famiglia, si è occupata di badare ai bambini.

Il primo contatto con questo tipo di esperienza è avvenuto tramite i consueti passaparola: “All’Università ho conosciuto una ragazza che aveva svolto quest’esperienza tre mesi d’estate e mi ha parlato del sito AuPair, in cui si può conoscere delle famiglie straniere che ti ospitano”.

In rete si possono trovare diversi siti di au pair, che si occupano di creare un ponte tra i “ragazzi alla pari” e le famiglie ospitanti. Ci si iscrive creando un profilo personale e, selezionando le famiglie che corrispondono ai parametri che più aggradano (numero ed età dei bambini, nazione di residenza della famiglia, lingue che si vuole imparare), si creano i primi contatti tramite il sito o con l’utilizzo di Skype.

Ciò che a Giulia preme sottolineare è che l’au pair è un lavoro e i bambini sono il suo fulcro:

“Devi saper stare con i bambini, e avere molta pazienza – afferma – Per cinque ore al giorno (tranne sabato e domenica) devi stare sola con loro, mentre i genitori sono via. Sembra cosa da poco, ma non lo è. Molti partono convinti che fare l’au pair sia solo un modo facile per avere vitto e alloggio all’estero, poi non sanno come gestire i bambini e tornano a casa. Devi metterci molto impegno, perché può diventare pesante”.

La capacità relazionale con i bambini è un requisito che Giulia ritiene fondamentale: “Ero la prima au pair per la famiglia, e i tre bambini – dai cinque ai dieci anni – avevano difficoltà a riconoscere un’autorità diversa dai genitori. C’erano momenti in cui ero da sola con loro e non mi prestavano attenzione. Piangevano, facevano i capricci, mi tiravano matta insomma”.

La mancanza dei familiari si è spesso fatta sentire nei momenti di sconforto, ma, nonostante le difficoltà, l’esperienza ha riservato molti risvolti positivi; primo fra tutti la possibilità di apprendere una lingua straniera in modo approfondito: “Alcune ragazze in Erasmus che ho conosciuto mi hanno detto che non hanno appreso granché la lingua, perché è facile trovare altri italiani con cui stare – racconta Giulia che ha scelto la Germania proprio per rinforzare l’apprendimento del tedesco studiato all’Università  – invece, la mia esperienza è stata vantaggiosa dal punto di vista linguistico, ho passato molto tempo con persone del posto.”  Durante il soggiorno, è possibile frequentare corsi di lingua, a volte pagati dalla famiglia stessa, che permettono di integrare l’apprendimento “sul campo” con le nozioni prettamente scolastiche. Inoltre, frequentare i corsi è un modo semplice per farsi nuovi amici, con cui tenersi in contatto sui social – Facebook, in particolare, su cui si possono trovare gruppi dedicati agli au pair della tua città.

Giulia ha incontrato molti giovani italiani in Germania, con i quali ha avuto occasione di riflettere sull’attuale periodo di crisi economica. “Tutti i ragazzi italiani che ho incontrato mi hanno parlato della mancanza di lavoro in Italia e delle difficoltà che hanno avuto”, afferma, mentre, in Germania, Giulia ha notato una maggiore apertura verso i giovani: “A volte la Germania è idealizzata in quanto a disponibilità di lavoro, ma sicuramente i giovani sono più valorizzati. Ci sono più opportunità, anche per i lavori più comuni, con volantini per offerte di lavoro esposti ovunque. Io ho trovato quasi subito un lavoro in un bar, me l’hanno chiesto proprio i baristi”.

L’esperienza di au pair coinvolge anche dal punto di vista culturale: porta a vivere un paese straniero a trecentosessanta gradi, scoprendone stili di vita e tradizioni diverse. Ad esempio, Giulia racconta con stupore che i tedeschi addobbano gli alberi con palline colorate anche nel periodo pasquale. Lo scambio culturale ha toccato anche l’aspetto culinario, dato che Giulia ha preparato spesso piatti della tradizione italiana ai bambini.

Si è resa anche conto di come gli stereotipi possano essere errati: non è vero che i tedeschi hanno un carattere freddo. “I tedeschi, almeno quelli che ho incontrato io, sono molto socievoli. Amano l’Italia, la considerano il paese più bello al mondo -afferma Giulia- sono più aperti, più disponibili ad accogliere un giovane straniero in casa (che mangia, dorme e abita con loro) di quanto lo saremmo noi italiani” (anche se, ovviamente, devi essere fortunata nel trovare le persone giuste: a volte capita che gli ospiti si approfittino delle au pair, sfruttando la loro presenza).

Giulia conclude il suo racconto consigliando caldamente la sua esperienza a patto – ci tiene a sottolinearlo- che ti piaccia relazionarti con i bambini: “Se non ti piace stare con i bambini, parti un po’ in svantaggio. Per il resto, è una bella esperienza. Impari tanto, la lingua la impari molto bene, ti immergi in un’altra cultura, stai nel posto che ti piace. Ti arricchisce!

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