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La paura dell’uomo nero che si annida dentro di noi: da Brunori Sas a Pateh

Sara Mastrorocco, classe 1992, riflette sul caso di Pateh Sabally, annegato a Venezia domenica 22 gennaio, lasciandosi ispirare da una canzone del cantautore calabrese Brunori Sas

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Sara Mastrorocco, classe 1992, riflette sul caso di Pateh Sabally, annegato a Venezia domenica 22 gennaio, lasciandosi ispirare da una canzone di Brunori Sas.

Pateh Sabally.

Tutti hanno probabilmente letto questo nome all’interno di articoli, polemiche, opinioni, riflessioni sulla morte del migrante, proveniente dal Gambia, che, a soli ventitré anni, ha scelto di lasciarsi affondare nel Canal Grande, mentre centocinquanta persone assistevano alla scena.

Non inermi, figuriamoci. Qualcuno ha deciso di dare il suo contributo gridando al ragazzo “AFRICA!”, contributo che non esito a definire imbarazzante e vergognoso, nonché inutile. Un’altra donna ha pensato invece di suggerire al bagnino, pronto a gettarsi in acqua, che il ragazzo stava di certo facendo finta. Gli ultimi, più pragmatici, hanno deciso di lanciargli ben quattro salvagenti, che però, non sono stati afferrati da Pateh, la cui intenzione non era infatti quella di salvarsi.

Ci ho messo qualche giorno per assimilare l’episodio, per riuscire a parlarne senza risultare polemica, rabbiosa, arrabbiata con chi ha permesso che quel ragazzo scendesse sempre più giù, verso il fondale, fino a restare impigliato tra i pali delle gondole.

Brunori Sas

Il cantautore calabrese Dario Brunori, in arte Brunori Sas

Ascoltavo il nuovo album di Brunori Sas, l’altro giorno, e le sue parole si sono come incastrate alla perfezione nel puzzle di pensieri che stava prendendo forma nella mia testa.

L’uomo nero: questo è il titolo della canzone.

Suona ironico, quasi strafottente. L’uomo nero non è Pateh, non è l’uomo di colore, che arriva dal Gambia per cercare una nuova vita. L’uomo nero è quello bianco, quello che, come lo definisce il cantautore calabrese, parla ancora di razza pura, di razza ariana, ma poi spesso è un po’ meno ortodosso quando si tratta di una puttana. Insomma, avete capito, quello che non ama che gente diversa da tutto ciò che conosce entri nel suo orticello.

Sul momento non mi ha stupito troppo che questo tipo di uomo non abbia mostrato alcuna empatia verso Pateh. Ciò che più mi stupiva era il numero di persone presenti sulla scena: centocinquanta. Centocinquanta persone hanno osservato quella macchia nel canale farsi sempre meno nitida, sempre meno grande, l’hanno vista rimpicciolirsi, fino a sparire.

Non potevo credere che tutte quelle centocinquanta persone fossero inquadrabili nella descrizione di uomo nero, quello che eccelle nell’ipocrisia di portare avanti i nostri amati valori solo quando si tratta di tragedie che ci toccano. Quell’ipocrisia che spinge a gridare contro lo stato per i morti al Rigopiano, per i terremotati ad Amatrice, e che su un vaporetto davanti ad un uomo che annega, spinge solo a gridare “AFRICA!”.
Poi invece, e sorrido a pensarci, proprio Brunori mi ha dato la risposta. Così:

Ed hai notato che l’uomo nero
semina anche nel mio cervello
Quando piuttosto che aprire la porta
la chiudo a chiave col chiavistello
Quando ho temuto per la mia vita
seduto su un autobus di Milano
solo perché un ragazzino arabo
si è messo a pregare dicendo il corano

Sì, quel famoso uomo nero, quello che predica l’empatia, ma proibisce a dei rifugiati politici di entrare nel proprio comune, rischia di annidarsi anche dentro di noi. Questa riflessione, espressa sotto forma di auto-analisi, con quella leggerezza di chi, da cantautore, sa raccontare il mondo, è forse necessaria per ognuno di noi.

Che cosa avremmo fatto se fossimo stati su quel vaporetto? Certo, nessuno pretende che qualcuno si tuffasse in quell’acqua gelata a gennaio, perché in fondo si sa, in pochi sanno essere davvero eroi. Ma veramente prendere il telefono e filmare sono state le uniche cose che sono passate nella testa di quelle persone? Forse no, ma solo quello hanno fatto.

Di questo, sono colpevoli loro, quanto lo siamo noi quando su un pullman assistiamo a commenti razzisti, ma non facciamo nulla. Quando vediamo una ragazza importunata sulla metro, ma facciamo finta di niente.

Forse siamo diventati tutti troppo concentrati su noi stessi, per vedere ad un metro da noi che una vita si sta spegnendo nel bellissimo Canal Grande. Che forse ora non sarà più cosi bello, ora che sappiamo che si è inghiottito un uomo.

O forse ce ne dimenticheremo in pochi giorni, perché in fondo siamo tutti un po’ come l’uomo nero.

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