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“Cara Ministra, abolisca l’anno di formazione e di prova”, l’appello di 23 docenti

Un gruppo di 23 docenti neoassunti in ruolo in varie scuole secondarie di primo e secondo grado della Lombardia e del Piemonte ha scritto una lettera aperta al ministro dell'Istruzione Valeria Fedeli, denunciando i ricatti, le pressioni e lo stress provocato dall'anno di formazione e di prova che stanno affrontando, che sta compromettendo sia la loro condizione professionale sia la qualità della loro vita.

Un gruppo di 23 docenti neoassunti in ruolo in varie scuole secondarie di primo e secondo grado della Lombardia e del Piemonte ha scritto una lettera aperta al ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli, denunciando i ricatti, le pressioni e lo stress provocato dall’anno di formazione e di prova che stanno affrontando, che sta compromettendo sia la loro condizione professionale sia la qualità della loro vita. Una situazione ormai insopportabile per gli insegnanti, che hanno scelto di chiedere aiuto al ministro Fedeli, chiedendole di intervenire per modificare il decreto, permettendo così a loro di continuare a svolgere l’attività didattica in modo più sereno e senza eccessive pressioni.

Ecco il testo della lettera aperta:

“Gentilissima Signora Ministra,

siamo un gruppo di 23 docenti neoimmessi in ruolo in diverse scuole secondarie di primo e secondo grado di varie zone della Lombardia e del Piemonte: ci permettiamo di disturbarLa, chiedendo la Sua personale attenzione, per sottoporle una questione molto delicata, che sta seriamente compromettendo non solo la nostra condizione professionale, ma anche la qualità stessa della nostra vita. Abbiamo infatti apprezzato molto l’attenzione che ha voluto subito dimostrare alla salute e al benessere del personale della scuola: salute e benessere che, nel nostro caso, sono fortemente a rischio. La causa di questo disagio è l’anno di formazione e di prova, che ci sta a dir poco logorando, mortificando e umiliando profondamente e diventando, allo stesso tempo, strumento di veri e propri ricatti nei nostri confronti da parte dei dirigenti scolastici e dei colleghi già assunti da anni a tempo indeterminato.

Il primo aspetto da considerare, anzitutto, è il fatto che siamo tutti insegnanti passati di ruolo nello Stato dopo anni di servizio come precari nella scuola statale o paritaria: chi tra gli scriventi ha insegnato meno tempo ha già alle spalle cinque anni di docenza. Ci domandiamo, quindi, quale senso abbia sottoporre a un intenso anno di prova insegnanti che non solo hanno già maturato anni di esperienza, ma hanno anche conseguito, com’è nel caso di tutti noi, l’abilitazione all’insegnamento al termine dell’impegnativo percorso della Scuola di specializzazione per l’insegnamento secondario (Ssis): percorso al quale abbiamo avuto accesso tramite una seria selezione in ingresso e che ha poi compreso due faticosi anni di formazione, con obbligo di frequenza, numerosi esami, attività di laboratorio e anche di tirocinio nelle scuole, sotto la supervisione di insegnanti di ruolo, che hanno espresso un giudizio positivo sulle nostre capacità didattiche. Alla fine della Ssis, abbiamo quindi sostenuto con successo l’esame di Stato finale per l’abilitazione, che fra l’altro noi tutti abbiamo brillantemente superato, ottenendo il massimo dei voti o quasi.

Già questo dovrebbe essere sufficiente per domandarsi: quali altre competenze dobbiamo dimostrare di possedere per essere degni di insegnare? Domanda che si fa ancora più insistente se si considera che, dopo il percorso della Ssis, abbiamo maturato, come Le dicevamo, un’esperienza di docenza di alcuni anni.

Ciò nonostante, ci troviamo a dover svolgere un anno di formazione e di prova che, oltre a numerosi corsi e impegni che si aggiungono alle nostre ore di insegnamento, con un aggravio non da poco del carico lavorativo, comprende anche un’attività “peer-to-peer”, che prevede una reciproca osservazione in classe fra il docente neoassunto e il docente tutor a lui assegnato: quest’ultimo può esprimere giudizi sulla nostra attività di insegnamento, che, come sappiamo con certezza da quanto accaduto in diverse scuole italiane, condiziona pesantemente il”verdetto” finale che, al termine dell’anno scolastico, viene espresso sul nostro operato dal comitato di valutazione e dal dirigente scolastico. Inutile dire chetale aspetto dell’anno di formazione e di prova rappresenta una notevole mortificazione e umiliazione: dopo una seria e impegnativa formazione e alcuni anni di insegnamento, dobbiamo ancora vedere messe in discussione le nostre competenze professionali? Si può sempre migliorare, certo, ma a questo scopo è utilissima la formazione permanente del corpo docente, da poco introdotta, e non invece un anno di prova, che mette in gioco l’intero nostro futuro professionale. È pur vero che, essendo docenti ben formati, non dovremmo temere nulla da queste osservazioni in classe, ma è altrettanto vero, come Lei sa bene anche sulla base della Sua esperienza in ambito sindacale, basta un semplice cavillo per mettere in difficoltà persino il professionista più preparato.

Il problema è particolarmente grave, anche perché in diverse scuole l periodo di formazione e di prova diventa un vero e proprio strumento di pressione e di ricatto nei confronti dei docenti neoassunti, costretti a farsi carico, in aggiunta alle proprie ore di servizio, di altri compiti che insegnanti in ruolo da anni non vogliono assumersi e ai quali noi “ultimi arrivati” non possiamo sottrarci: la minaccia che incombe su di noi, infatti, è quella di un giudizio negativo nei nostri riguardi da parte del tutor, dei membri del comitato di valutazione e del dirigente stesso. In alcuni casi, vediamo messe in discussione non solo le nostre capacità didattiche, ma persino le nostre stesse competenze disciplinari! Tutto questo, fra l’altro, accade anche a molti di noi che, per riuscire a lavorare, negli anni scorsi hanno prestato servizio in scuole paritarie, che sono certo di qualità, ma dove il carico orario è maggiore e lo stipendio nettamente inferiore rispetto a quello dello Stato: e adesso, dopo aver finalmente conquistato l’attestato di ruolo, dobbiamo sottostare all’anno di prova?

Come può ben capire, signora Ministra, questa situazione comporta anche delle ricadute fuori dal piano professionale, compromettendo seriamente le nostre relazioni familiari e sociali: siamo, lo diciamo apertamente, sull’orlo di un esaurimento nervoso, al punto che alcuni di noi stanno già ricorrendo all’uso frequente di ansiolitici nel tentativo di reggere a questa situazione insostenibile. Questi problemi, fra l’altro, erano già stati segnalati un paio di anni fa nell’ambito delle consultazioni on line avviate dal governo per la definizione della legge sulla Buona scuola: alcuni insegnanti avevano proposto l’abolizione del periodo di formazione e di prova per chi ha già insegnato. E qual è stato il risultato? Non solo l’anno di prova non è stato eliminato, ma è stato addirittura reso più impegnativo: una scelta a dir poco assurda e, soprattutto, mortificante per migliaia di docenti!

Ci permettiamo anche di sottolineare che tutto questo, nel nostro caso, non avviene al Sud di cui tanto si sparla, ma non tanto esaltato Nord del nostro Paese!

I nostri timori sono, fra l’altro, confermati dal fatto che insegnanti didatticamente molto validi non hanno superato, negli anni scorsi, l’anno di formazione e di prova. Siamo anche a conoscenza, certo, di qualche caso in cui docenti neoimmessi hanno tenuto comportamenti abbastanza gravi e non consoni all’ambiente scolastico: bisogna intervenire, senza dubbio, ma non dev’essere l’anno di prova lo strumento per porre rimedio a queste incresciose situazioni. Se un docente si rende protagonista di gravi atti dev’essere allontanato dal servizio in ogni caso, che sia precario, che sia in prova o che sia in ruolo da decenni!

Ci permettiamo quindi di chiederLe di venire incontro a tanti insegnanti che si trovano nella nostra condizione: La preghiamo, in altre parole, di ridimensionare l’anno di formazione e di prova per i docenti che, come noi, hanno conseguito l’abilitazione dopo aver frequentato la Ssis o altri percorsi, come quello del più recente Tfa, e che hanno alle spalle almeno qualche anno di insegnamento. Secondo noi, un’esperienza di tre anni di docenza (successivi all’abilitazione, s’intende), nella scuola statale o paritaria, è più che sufficiente come requisito per non dover sottostare a pesanti attività di verifica della propria professionalità: sappiamo che, essendo previsto dalla legge 107/2015, l’anno di formazione e di prova non può essere cancellato con un atto unilaterale del ministro, ma poiché la stessa legge demanda al governo la regolamentazione, per decreto, del periodo di formazione e di prova, Le chiediamo cortesemente di intervenire per rivedere il decreto 850 del 27 Ottobre 2015, abolendo quantomeno l’attività di osservazione in classe del nostro operato da parte del docente tutor e del dirigente scolastico.

Nel caso in cui, come ci auguriamo vivamente, voglia ascoltarci, Le domandiamo anche di attivarsi perché le Sue nuove disposizioni siano in vigore già per quest’anno: le attività di osservazione, infatti, nella stragrande maggioranza dei casi non sono ancora iniziate, ma sono già state brandite come una forma di minaccia e ricatto, come Le dicevamo sopra, nei nostri riguardi da parte di altri docenti e dei dirigenti. La preghiamo e, non ci vergogniamo di dirlo, La supplichiamo: Lei è la nostra unica speranza! A lungo abbiamo atteso che arrivasse un ministro con una particolare sensibilità ai problemi della dignità professionale dei lavoratori: non ci lasci soli! La preghiamo di decidere in totale autonomia, senza consultare troppo l’entourage della macchina amministrativa del ministero, che sarà probabilmente propensa a mantenere lo “status quo”. Nel caso in cui non Le fosse possibile intervenire in questo senso, anche se crediamo che la nostra proposta sia assolutamente praticabile, Le chiediamo di emanare almeno una circolare o una nota nella quale chiarisce ai presidi e ai comitati di valutazione che non deve neppure essere contemplata la possibilità che un insegnante, dopo anni di servizio, non superi l’anno di prova!

Ci scusiamo, infine, se non apponiamo la nostra firma, ma immaginiamo che possa ben comprendere il motivo: temiamo ritorsioni da parte di chi, come Le abbiamo spiegato, ci tiene costantemente sotto ricatto. Siamo sicuri, peraltro, di poter contare sulla Sua personale discrezione, ma non abbiamo purtroppo la certezza che questa lettera arrivi direttamente nelle Sue mani, senza che venga prima letta da qualche funzionario ministeriale, di cui forse ci fidiamo un po’ meno.

Proprio perché non abbiamo la certezza che il nostro scritto La raggiunga personalmente, abbiamo scelto la forma della “lettera aperta”, che inviamo anche ad alcuni organi di informazione, sapendo che moltissimi docenti italiani non mancheranno di riconoscersi nelle nostre parole. La preghiamo di cuore: si metta una mano sulla coscienza! Oltre a essere docenti seri, che hanno in più occasioni dimostrato la propria professionalità, abbiamo anche una famiglia da mantenere… Non ci deluda!

RingraziandoLa per l’attenzione e per quanto vorrà sicuramente fare a nostro sostegno, porgiamo cordiali saluti.

23 docenti professionalmente mortificati, alle soglie di un esaurimento nervoso”

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