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I ragazzi e quello sconosciuto significato del Giorno della Memoria

Luca Baggi, 1997, studente di Filosofia all’Università di Bergamo, parla del Giorno della Memoria e di come i giovani non ne conoscono il vero significato

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A volte sembra che il Giorno della Memoria sia una di quelle commemorazioni nominali ma prive di sostanza, un po’ come l’Unità d’Italia – che da buoni italiani celebriamo soltanto quando gioca la nazionale di calcio. Soprattutto noi ragazzi non abbiamo motivo di appropriarci di questo giorno, anche per chi, come me, ha visitato prima Dachau e poi Auschwitz. Per molti di noi non è niente di più del referendum costituzionale: tanto clamore che si esaurisce in un foglio ripiegato infilato in una scatola.

Ma non vi è colpa in questa generazione o in quella precedente, né tanto meno nei testimoni. Oramai nessun avvenimento ci tocca direttamente. Per molti – non tutti, ovviamente – persino la crisi economica è passata senza stravolgere la vite, e così il referendum e pure la visita d’istruzione del liceo ai campi di concentramento. I fatti sono morti e così come si vive oggi, in questo turbo-consumismo, è con un dito che si scorre da un evento all’altro.

Questo è uno di quei momenti dell’anno in cui ci sentiamo in dovere di far vedere che sappiamo che giorno è. E se non lo facciamo, vuoi per indolenza o per protesta, ci sarà sicuramente chi starà condannando la nostra dimenticanza. Ma perché prendersela tanto, se in fondo non conosciamo neanche il motivo per cui dovremmo tenere in vita questa commemorazione?

È questo il contenuto di alcuni commenti che ho letto oggi. Rientrano tra quelli che etichetteremmo come contrari al nostro punto di vista o al senso comune, ma che se presi nel verso giusto permettono una riflessione più stimolante di quelli con cui concordiamo. Perché dovremmo ricordare cinque milioni di ebrei e un numero ancora più grande di deportati, piuttosto che le vittime sotto la Cina di Mao Zedong, che a seconda delle stime sono tra i quaranta e i settanta milioni?

A questo punto, per par condicio, tanto vale commemorare tutte le vittime, a patto che si riesca a stilare un elenco completo delle sole stragi. Ma se così facessimo dedicheremmo tutta la vita ai morti, e ora è il momento di guardare avanti.

Non c’è nulla di nuovo in queste parole, ma ciò che oggi mi ha sorpreso è che finalmente sono riuscito ad andare oltre alla reazione stizzita e forse persino moralmente peggiore. Non ho banalmente liquidato il commento, bensì ho cercato una risposta, del tutto personale, a quella domanda. Finalmente ho smesso di accettare la Giornata della Memoria: l’ho fatta mia.

Se è vero che sono i vincitori a scrivere la storia, come possiamo credere al nostro passato, o meglio, perché dovremmo aver fiducia in chi ci racconta come sono andate le cose?

Una ricostruzione è una cosa, i fatti un’altra. I fatti sono eternamente veri anche se non li possiamo conoscere. Si possono solo rintracciare e non hanno bisogno di prove, perché si presentano di per sé in modo auto-evidente. Per questo motivo le due tonnellate di capelli stipate ad Auschwitz ed esposte agli occhi di tutti i visitatori sono un dato di fatto che bisogna accettare ancora prima che rispettare, così come qualunque altra evidenza dello sterminio nazista.

Quei morti sono veri, punto. Resta però che ci è stato affidato il compito di tramandare queste testimonianze, senza alterarle. Anzi, ancora di più: di impadronircene. Perché? Tramandare e tradire hanno la stessa origine: nessuna delle due implica la falsificazione. Tuttavia, tradire ha assunto una connotazione negativa, in quanto implica il riferire ad altri qualcosa che noi non vorremmo che si venisse a sapere. Il traditore non è un disertore e, anzi, la verità è il valore che per lui viene prima di tutti gli altri: nulla ha a che fare con la menzogna.

Perché allora dovremmo scegliere questa verità sopra tutte le altre? La risposta è così semplice da risultare banale: perché è la più vicina a noi. Soprattutto ora che i populisti riaffermano il valore della tradizione e che dicono di volere indietro il controllo, guardando individualisticamente soltanto ai propri interessi, è necessario avere ben chiaro in mente che questa strage si è consumata su questa stessa terra che chiamiamo il nostro paese ed è stata taciuta, compiuta od ostacolata dalle persone che la abitavano e che sono i nostri antenati più vicini. Una terra che era importante per loro tanto quanto oggi lo è per noi.

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