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Bergamo città morta? Macché: noi giovani “sguazziamo” tra gli eventi

Martina Oberti, classe 1993, laureata in Filosofia all'Università di Milano, ci spiega perché secondo lei la nostra città non può essere considerata spenta

Questa riflessione è per tutti i ragazzi che si lamentano che la loro (in questo caso Bergamo) è una città che dopo le sette di sera si spegne e dove non c’è mai niente da fare. Se invece siete tra quelli che escono di casa anche durante le fredde serate invernali e infrasettimanali allora qui non troverete altro che ovvietà.

Riporto il brandello di una conversazione realmente avvenuta qualche tempo fa.

In quei giorni dovevo fare da guida turistica bergamasca ad un “forestér”, come direbbe mia nonna. Quindi sentenzio: “Vorrei almeno fargli sembrare che Bergamo non sia una città super morta”. E la mia amica risponde subito: “Beh amor, non lo è di fatto. A livello di eventi ci si sguazza”.

Ammetto che mi sono sentita un po’ scema. A colpirmi di più è forse stato il termine “sguazzare”.

Mi è spesso capitato di constatare con gioia che al sabato sera si trova sempre qualcosa da fare, ma pensare a Bergamo come a una città in cui si possa addirittura “sguazzare” negli eventi… non mi sono mai spinta così in là. Eppure non è colpa della città. È colpa mia.

L’amica in questione è da un po’ di mesi alle prese con il misterioso mondo dell’organizzazione di eventi. Nello specifico: trova locali in cui far suonare gruppi o singoli musicisti. Dico “misterioso” perché prima che me ne parlasse lei non avevo la più pallida idea di quali meccanismi stessero dietro alla classica serata “gruppo che suona in un locale”.

Se vi interessa il dietro le quinte di un evento, ecco un breve riassunto: prima di tutto serve un posto. E allora via con il tour dei bar, dei pub, degli spazi per i giovani, a parlare con i proprietari per capire quali date sono disponibili. Eh sì, perché a Bergamo ci sono diverse organizzazioni che si occupano di allestire serate e non è sempre detto che sia un gioco da ragazzi mettere d’accordo band e proprietari dei locali sul giorno giusto. Poi, va da sé, venerdì e sabato sono le serate più ambite.

Alcune organizzazioni hanno date fisse nel corso del mese e quelle sono già prenotate e off limits (meglio così, più eventi assicurati). Le cose non vanno fatte a caso: se per esempio, mi racconta la mia amica-che-fa-eventi, si vuole portare a Bergamo una band di un’altra città, allora bisogna cercare di capire se è una band che ha già un certo seguito nella Bergamasca oppure no, e siccome l’intento, almeno per quanto riguarda il suo lavoro, è quello di sostenere, dando spazio e visibilità, anche agli artisti locali, si cerca sempre di unire le due cose.

Forse chi abita in provincia mi capirà: non è sempre facile decidere di lasciare il divano (soprattutto se fuori il mondo sembra freddo e inospitale), vestirsi e prendere la macchina per andare da qualche parte. Però capita che ci si riesca e, una volta allacciata la cintura e accesi i fari, il grosso è fatto.

Mercoledì 25 gennaio è stata una di queste occasioni. Il palco per la serata lo metteva a disposizione l’Edoné di Redona, che chiunque bazzichi un po’ in giro per Bergamo ha di sicuro frequentato almeno qualche volta, e i protagonisti erano Michele Sarda, cantautore torinese con il suo progetto solista Neverwhere, e M THEA, nome d’arte di Mattia Brena, bergamasco dalle radici rock che ora sperimenta soul ed elettronica, accompagnato da altri due musicisti di Bergamo.

E’ stato bello e ne è valsa la pena.

Come questa, di serate ce ne sono tante, così tante che per chi le organizza può essere anche difficile “piazzare un gruppo” (linguaggio da professionisti), perché le date se le sono già accaparrate altri.

Quello che voglio dire è: la scena musicale di una città, la sua vitalità, hanno bisogno di un terreno fertile che permetta agli artisti del posto, che siano musicisti o altro, di crescere e farsi conoscere. Come in ogni gioco tutti i giocatori sono indispensabili: chi pianifica da una parte e chi partecipa dall’altra.

Forse è per il fatto che non sono mai stata nel giro di chi organizza eventi che mi preoccupavo di far sembrare Bergamo una città dove la sera si può uscire, raggiungere un posto, e godersi due ore di musica. Eppure non è necessario “farla sembrare” tale. È bastato dare una sbirciatina al mondo di chi degli eventi vede il backstage per rendermi conto che c’è un brulichio di cose che succedono, band che suonano, progetti artistici e sperimentazioni di generi musicali , concorsi a premi per giovani cantautori.

La verità è che non si deve nemmeno fare chissà quale sforzo per “cercare un evento”: la maggior parte delle volte fa la sua comparsa da solo sulla bacheca di Facebook, che poi non si trattiene nel ricordarci ogni giorno con una certa insistenza su quali eventi avevamo cliccato “mi interessa”.

Adesso arriva la morale della storia, della quale non posso nemmeno prendermi il merito: la favola c’è già, ed è quella della volpe e dell’uva. La rivolgo a me stessa per prima: è sempre molto facile appioppare un giudizio così, in un secondo, e dire che Bergamo offre poco, che non c’è movimento. Ma forse a volte la colpa è nostra e di quel pizzico di pigrizia che ci caratterizza tutti.

Se non avete voglia di schiodarvi dal divano dopo una giornata pesante al lavoro o in università è comprensibile e, lo confesso, very relatable. Ma prima di sbuffare e lamentarci che “tanto non c’è un tubo da fare”, proviamo a dare un’occhiata in giro. Di roba ce n’è. Anzi: ci si sguazza.

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