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Uliano e l’incontro Trump-Marchionne: “Ok investimenti e posti di lavoro, ma temo effetti negativi dei dazi”

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha incontrato i vertici dell'industria automobilistica americana. Tra questi Sergio Marchionne per Fiat Chrysler. Trump ha chiesto ai big dell'auto una "spinta" per la costruzione di fabbriche all'interno del Paese. E Marchionne ha affermato: "Rafforzeremo il manifatturiero Usa".

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha incontrato i vertici dell’industria automobilistica americana. Tra questi Sergio Marchionne per Fiat Chrysler. Trump ha chiesto ai big dell’auto una “spinta” per la costruzione di fabbriche all’interno del Paese. E Marchionne ha affermato: “Rafforzeremo il manifatturiero Usa”.

Ferdinando Uliano, segretario nazionale della Fim Cisl, come sindacati siete preoccupati per questa posizione?
“Ad oggi non abbiamo questo tipo di preoccupazione sul fronte occupazionale, gli investimenti per gli stabilimenti italiani sono confermati e continuano. Fca si sta muovendo globalmente come tutte le aziende di automobili e investe potenziandosi produttivamente nelle diverse aree di mercato. Il piano degli investimenti 2014 di Fca per gli stabilimenti italiani è confermato, tutto è partito dai nostri accordi sindacali, nonostante l’opposizione di Fiom e di una parte del paese, e ha salvato un settore e l’occupazione di un settore trainante nell’industria del nostro paese. A seguito di un finanziamento di oltre sei miliardi di euro, che in gran parte coinvolge il progetto Alfa e Maserati, quel piano che dovrebbe portare a piena occupazione gli impianti italiani nel 2018 sta raccogliendo risultati positivi. In termini occupazionali siamo passati dal 40% di lavoratori in cassa integrazione con 595mila veicoli prodotti 3 anni fa, ad un milione di veicoli prodotti nel 2016, compresi anche i commerciali, con una situazione di contratti di solidarietà che si assesta a circa l’8% dei lavoratori. Quando detto da Marchionne a Trump non ci spaventa perché non è una novità. L’investimento sui progetti Usa era una decisione presa a luglio 2016, ed interessa in particolare la produzione di Pik- Up e per quanta riguarda Jeep coinvolge lo sviluppo di altri modelli”.

Con le facilitazione in Usa, potrebbero venir meno posti di lavoro in Italia?
“No. Sul fronte investimenti e all’occupazione conseguente oggi non siamo preoccupati, il piano per gli stabilimenti è confermato, ciò che ci preoccupa sono le ripercussioni delle politiche protezionistiche sui mercati, non solo negli USA, a livello internazionale è capire che cosa succederà sul fronte dei dazi doganali nei vari Paesi, anche solo in termini di reazioni alle politiche di Trump e per un paese esportatore come il nostro potrebbe influire poi sul venduto, su quanto prodotto e a caduta sull’occupazione”.

L’industria dell’auto ridisegnerà la sua geografia nella produzione?
“Noi ci aspettiamo un rafforzamento dell’offerta Jeep in Europa. E in parte questa è già avvenuta 2 anni fa grazie alla produzione della Jeep Renegate nello stabilimento di Melfi. Visto che l’incremento delle vendite sta crescendo si sta andando in quella direzione lì, quindi direi con buone aspettative. La strategia adottata da Fca in Italia prevede la produzione di auto di medio-alto livello. Per esempio, siamo passati dal 2012 quando si producevano auto di medio basso e che rappresentavano l’80% a fronte del 20% riservato alle macchine di livello medio alto, ad una produzione che concentra nel 2016 il 60% in vetture di livello medio alto con volumi raddoppiati. Quindi stiamo parlando di modelli come Maserati, Jeep, 500 X, Ferrari. La mission di Fca in Italia è spinta verso questa direzione. Sarà così anche per Alfa. Questa strategia sta portando il gruppo alla piena occupazione. Certo abbiamo alcune situazioni di criticità, come Pomigliano che contiamo di risolvere con un nuovo modello tra pochi mesi, ma il settore auto è in forte evoluzione: c’è il tema delle emissioni, dei motori elettrici ed essendo un comparto ad alta intensità di investimenti necessità di lavorare in un contesto globale di alti volumi, la politica populista dei mille campanili scalda la gente ma ammazza l’occupazione”.

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