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La hard Brexit di Theresa May

Giancarlo Elia Valori, Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France, focalizza la sua analisi sull'uscita della Gran Bretagna dell'Unione Europea.

Il discorso del Premier britannico, Theresa May, tenuto il 17 gennaio scorso a Mansion House, prefigura una nuova Gran Bretagna, più globale, ma soprattutto presuppone la fine della UE così come la conosciamo oggi.

Trenta anni esatti dopo il discorso di Margaret Thatcher alla Lancaster House del 1988, in cui la Iron Lady conservatrice accettò il mercato unico europeo e la libertà di movimento e scambi interna allo spazio continentale, una nuova Iron Lady, sempre conservatrice, dichiara di abbandonare del tutto l’UE e il mercato unico europeo.

Nella Unione, l’Inghilterra ha sempre visto una marcata egemonia tedesca, che ha tentato di controllare sia entrando in Europa che rimanendone, come oggi, fuori. Londra non vuole mai poteri egemonici nelle vicinanze: né la UE né l’Europa franco-tedesca e nemmeno la eventuale EU del Meridione, con l’alleanza tra Italia, Spagna, Grecia, Balcani e Austria.
I documenti della Banca di Inghilterra sull’Euro infatti erano fin da allora chiarissimi: non vogliamo la moneta unica perché, in quanto Gran Bretagna, siamo una potenza globale e il referente unico del Commonwealth, e non accettiamo un Marco mascherato da moneta europea, l’Euro, figlio di un patto tra chi non voleva l’unificazione della Germania e i tedeschi, patto proposto peraltro proprio dalla Thatcher.

Voi vi unificate ma ci date la vostra moneta in ostaggio, era questa la sostanza della questione. E Francesco Cossiga, in quel periodo, era in strettissimo contatto proprio con la Thatcher da un lato e Helmut Kohl dall’altro. Fu, la sua, una mediazione forte e necessaria.

Quindi, Theresa May ha chiarito con il suo recente discorso che l’Inghilterra rivuole la sua piena sovranità sulle questioni migratorie, che saranno l’asse della futura “ingegneria delle nazioni” e lo strumento primario per manovrare la forza-lavoro, la sua composizione e il suo prezzo, e sulle dogane, altro punto essenziale del rapporto tra Gran Bretagna e Unione Europea.
Quindi, il governo della May gestirà, sul modello tradizionale dell’FTA, Free Trade Agreement, una serie di trattati commerciali con i singoli Paesi, europei o meno; e naturalmente quello che mancherà nelle normative eurobritanniche sarà riccamente compensato dai rapporti economici nuovi tra Londra e il suo vasto Commonwealth.

E tra la Gran Bretagna e gli USA di Donald Trump.
Ma domandiamoci infine se l’UE serve ancora agli americani, che è questa la vera domanda da porsi oggi.
Solo il peso di Washington, infatti, permise a francesi e tedeschi di creare le prime istituzioni paneuropee, e solo la Gran Bretagna fece da contraltare strategico ed economico all’”Europa renana”, quella che De Gaulle definiva come “il cavallo di Troia degli americani”.

Peraltro, è stata proprio Londra, prima del voto sulla Brexit, a sostenere fortemente il TTIP, il Trattato commerciale interatlantico, che era pensato come alternativa geoeconomica al probabile frazionamento dell’Unione Europea. Quindi la Brexit ha una lunga, storica gestazione. E cambierà completamente il panorama strategico ed economico della UE.

Fu il Premier Edward Heath, lo ricordiamo, a portare l’Inghilterra nel Mercato Comune Europeo nel 1973, una scelta poi confermata dal referendum voluto da Wilson due anni dopo.
Ma, per tutti gli anni ’80, il processo di integrazione europea si era fortemente rallentato e, quindi, la City londinese creò ricchezza, in quegli anni, con le sue politiche monetariste degli alti tassi di interesse, il che permetteva un ottimo guadagno ai detentori di titoli del debito pubblico inglese e consentiva alla City di stabilizzare i propri tassi senza aderire all’ERM, European Exchange Rate Mechanism.

Sono proprio le riforme finanziarie della Thatcher, nel 1986, a mettere subito in stretto collegamento la City con il sistema finanziario USA, un legame che la Brexit renderà ovviamente ancora più forte. Ma Washington ha davvero interesse ad avere una “Little Britain” che non è più nemmeno il tramite fidato con l’UE, oppure rafforzerà lo storico legame dell’anglosfera tra Londra e gli USA?
E quale sarà il nesso geopolitico e finanziario tra una delle più grandi aree economiche del globo, l’UE, e gli USA, che certamente non possono permettersi di trascurare l’Europa?

Certo, Donald Trump è stato palesemente a favore della Brexit e riceverà, primo leader mondiale dopo il suo insediamento alla Casa Bianca, proprio Theresa May, il prossimo 27 gennaio.
Peraltro, il Presidente Trump notoriamente non ama l’UE, preferisce trattare con i singoli Stati dell’Unione, ma questo però non significa che l’Europa non sia ancora determinante nel quadro strategico e economico USA.

Ovvero: Washington vuole ancora tenere unita e amica una grandissima area commerciale e politica, l’UE, che fa da antemurale alla Federazione Russa e al mondo arabo e islamico, oppure vuole trattare con i soli Stati che la compongono, distruggendo l’Unione e aprendo il varco europeo ai capitali cinesi e islamici?
Vedremo presto, in questo caso, le proposte di Donald Trump.

Peraltro, l’origine della unione monetaria europea sta proprio nel suo rapporto anomalo e asimmetrico con gli USA: la lenta creazione della moneta unica deriva dalla crisi dell’accordo di Bretton Woods, creata ad hoc proprio dagli americani, dalla forte volatilità dei cambi in quella fase e, soprattutto, dal rifiuto degli USA a ricostituire un equilibrio monetario globale. Solo la Cina e, per altri versi la Federazione Russa, oggi sono interessati a ridisegnare, con l’UE, un nuovo sistema finanziario e monetario internazionale che sarà basato su un paniere di monete a cambi variabili in una fascia predefinita.

Oggi, poi, la Germania non ha più bisogno di una economia altamente regolata e mediata tra capitale e lavoro, come accadeva fino al 2000 e fino alle crisi finanziarie del 2006 e del 2009.
Berlino può, quindi, o finanziarizzare ulteriormente la sua economia prestando Euro alla sua periferia e quindi mantenere altissimi surplus commerciali, come accade oggi, oppure può investire, via la City, direttamente nel sistema USA.

Che avrà sempre più una quota di titoli “tossici” e comunque ad alto interesse e breve durata. Peraltro, gli scambi della City con gli USA e con l’UE, Brexit o meno, sono fortemente diminuiti.

Il centro finanziario di Londra non sa ancora bene se investire in UE o nel resto del mondo, soprattutto in Cina o nei BRICs, e la partecipazione del governo britannico alla nuova Asian Infrastructure Investment Bank proposta dalla Cina ha creato forti tensioni con gli USA, tensioni che continueranno a persistere se e come i mercati finanziari nordamericani manterranno la loro crescita.
Altro problema da non trascurare è che le politiche neoliberali, dalla Thatcher in poi, hanno frazionato profondamente, sul piano sociale e geografico, la Gran Bretagna. Il coefficiente di Gini, la misura statistica della diseguaglianza sociale, per l’Inghilterra è salito dal 0,26 del 1979 allo 0,4 di oggi.

La distanza tra la ricca Londra e in generale il Sud del Paese con il sempre più povero Nord è evidentissima.

Tutto ciò potrebbe portare ad una debolezza intrinseca del sistema politico britannico, qualunque sia il partito al potere.
Inoltre, anche la stessa elezione di Donald Trump costituisce, come hanno notato alcuni commentatori, una sorta di Amexit: l’uscita unilaterale degli USA dal sistema globale post-guerra fredda, che non era stato ben negoziato e si basava sul vuoto strategico di Russia e Cina riempito da una America che diveniva l’unica potenza globale.

Non è più così, gli USA non sono più la “nazione indispensabile”, Washington, con Trump, non agirà più da poliziotto universale e la Brexit vuol dire, nella mente dei decisori nordamericani, che l’UE dovrà o rompersi o ricostruirsi come una vera Unione.

Anche la NATO, che fino ad Barack Obama ha, spesso con intenzioni suicide, negato a Russia e Cina il diritto alle loro naturali sfere di influenza, sarà o uno strumento diretto degli USA (e della Gran Bretagna) oppure un meccanismo intereuropeo che, però, i paesi UE dovranno pagarsi in gran parte da soli, e non ci sono certo nè soldi, né idee strategiche, per l’Europa di oggi.
Peraltro, la Brexit della May non è ancora ben definita all’interno del panorama politico britannico: la Corte Suprema di Londra ha obbligato il governo al passaggio parlamentare della trattativa sull’art.50 del Trattato di Lisbona, lo Scottish National Party vuole poi rimanere nella UE e minaccia un secondo referendum sulla separazione tra Scozia e Inghilterra, e inoltre lo SNP vuole inserire oltre 50 nuovi emendamenti alla legge per la separazione tra Londra e l’UE sempre secondo l’art. 50 del Trattato di Lisbona.

Lo stesso partito laburista vuole rallentare la procedura di separazione tra Londra e l’Unione, anche se, in linea di massima, voterà a favore della Brexit in Parlamento.

Nella House of Lords i conservatori non hanno la maggioranza e i sostenitori del “Bremain” potrebbero mettersi di traverso al governo della May.
Se quindi Trump gestirà con forza, come tutto fa oggi pensare, il nuovo rapporto con Londra, all’economia inglese verrà concesso il pieno e libero accesso al mercato USA, finanziario e non, senza dimenticare che la May vuole una migliore collaborazione strategica e militare con gli americani, sia per il rinnovamento del sistema missilistico Trident che nelle altre questioni riguardanti l’intelligence globale.

Ci aspetta una UE meno efficace anche sul piano militare e dei Servizi, con la Brexit e la corrispondente entrata piena della Gran Bretagna nello spazio strategico e economico USA.
Vedremo quindi cosa accadrà il 27 gennaio prossimo venturo, il giorno di Theresa May a Washington.

Sul piano tecnico-legale, il Premier britannico intende chiudere le trattative economiche tra Londra e gli Stati della UE prima della fine della procedura ex-art.50 del Trattato di Lisbona, il che peraltro significa che la May intende evitare il cliff, la scogliera tariffaria e economica della primavera 2019, il momento della vera e propria Brexit.

La May, non a caso, parla di una “fase di implementazione” tra oggi e il 2019, prima della chiusura della trattativa sull’art.50 con la UE.

E il significato politico e strategico è qui molto chiaro: la May desidera rimanere in ottimi rapporti con l’area UE ma, se gli europei vorranno “punire” l’Inghilterra, Londra diverrà un centro per la guerra commerciale, finanziaria, politica contro l’Unione Europea.

Se l’UE tratterà un art.50 punitivo contro Londra, la Gran Bretagna diverrà una economia a bassa tassazione, a bassa regolamentazione, assorbirà progressivamente buona parte delle industrie europee e metterà in campo una guerra tariffaria e finanziaria contro l’UE e i Paesi che la compongono.
Per non parlare della finanza della City, che sarà diretta contro l’area Euro e sosterrà ogni operazione aggressiva del dollaro USA.
O di altri, che certamente si faranno avanti contro un Euro sempre più debole.

Oggi i trends economici globali sono peraltro chiari: un aumento dell’incertezza nei mercati finanziari globali, il che favorisce le economie emergenti e i loro Paesi di riferimento, come Russia e Cina, la diminuzione della dipendenza dei mercati periferici da quelli delle economia del Primo Mondo (il decoupling) e l’aumento del debito pubblico cinese.

Probabilmente, la crescita della spesa pubblica negli USA inserirà altri elementi di crisi nel panorama globale, mentre non bisogna trascurare l’accordo tra la Russia e l’OPEC per la diminuzione dell’estrazione petrolifera e il corrispondente aumento dei prezzi del barile.

L’UE può rimanere la vecchia unione regionale della guerra fredda, e sarà destinata a frazionarsi con la pressione congiunta della Brexit e della Presidenza Trump negli USA, oppure potrà diventare smart, intelligente e quindi iniziare o ampliare le trattative con Israele, l’area balcanica extra-UE, la Corea del Sud e Singapore, oltre naturalmente alla Cina e alla Russia, per una nuova unione economica eurasiatica.

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